di  GERARDO ACIERNO

 

Particolare n°1

Si attraversano i giorni credendo di conoscere il carattere delle persone attraverso un qualcosa di particolare: il loro modo di indossare il cappotto, di portare il cappello; il camminare o la parlata; come si soffiano il naso o come si grattano i capelli.

        Sarebbe bello se la vita potesse rivelarsi così semplice. Mio nonno, tabaccaio, ne era pienamente convinto, invece.

         Raccontava  – i nonni raccontano sempre – di certi  modi di essere dei suoi clienti associandoli al tipo di sigarette o di tabacco fumato.

        Diceva: “ Nella nostra tabaccheria  in via Garibaldi 7, qui in paese, ogni  giorno sfilava l’intera umanità del posto. Fumavano tutti, grazie al cielo; anche qualche donna” – aggiungeva, felice, il nonno, che io ricordo sempre in giacca e gilet. “Tutti passavano dal mio tabacchino”.

        Del resto la sua era l’unica rivendita di sale, tabacchi e chinino di Stato, l’antico medicamento antimalarico, presente in loco, come bellamente testimoniava  la ‘T’ enorme, bianca, dipinta sulla tabella a sfondo blu, fissata  all’arco di pietra rossa dell’ingresso:“Rivendita n° 1.”

       Non sentivi mai freddo là dentro. Quando mio padre con cento lire mi mandava dal nonno a comprare dieci ‘Esportazioni senza filtro’ – un tempo le sigarette si vendevano sfuse dentro bustine di carta –  entrando, d’inverno, in quello scrigno tutto scansie, scomparti e vetrine, mi accoglieva un tepore  leggero, simile a quello prodotto da una sciarpa di cachemire, e soprattutto mi sorprendeva  l’intrigante guazzabuglio di odori proveniente dai vari tipi di tabacco.

         Nel suo raccontare, di solito la sera prima delle feste comandate, il nonno accostava l’acrore del ‘Trinciato forte’ ai mulattieri, tipi duri e spavaldi, i quali provvedevano a incartocciarlo abilmente, quel tabacco, dentro cartine sottili e sfuggenti; mentre, il pizzicante profumo delle Mentole lo assegnava allo scapolo, timido e riservato, sempre in cerca di una moglie ma che mai trovava; associava, poi, l’ebbrezza orientale delle Giubek  e delle Macedonie  al pensionato, elegante, fintamente modesto, nostalgico del  Fascio e dei suoi neri contorni; il vaporoso sapore dei Toscanelli e quello duro, forte delle Alfa il nonno diceva che si adattava perfettamente al sudore dei clienti comunisti, in lotta per le case popolari e per la terra nella piana; mentre le Nazionali semplici che abbrustolivano le dita agli artigiani raccontavano i particolari giornalieri di un mondo minimo, raccolto in un pugno di case, di vicoli e di botteghe e nel quale non si stava mai soli. Tutto un mondo che aveva tralasciato in una voluta scordanza la guerra mondiale e che provava a costruirsi un futuro nel migliore dei modi.

Particolare n°2

Una domenica.

         La casa paterna si erge più delle altre nel vicolo, a un passo da due campanili: quello dell’orologio e quello della chiesa di Sant’Antonio Abate. Uno accanto all’altro. Stessa altezza, stessa struttura, stessa silhouette. Come a sfidarsi. Ghibellino il primo, guelfo il secondo. Suono delle campane diverso: la prima a centellinare quasi sordidamente l’inesorabile maestosità del tempo che passa; la seconda, più armoniosa, a ricordarci le preghiere della sera prima della notte terrena e prima dell’alba celeste. Entrambe buone compagne di strada.  Ci hanno svegliato per andare a scuola, al lavoro, in negozio. Ci hanno ricordato appuntamenti, ricorrenze, cerimonie. Hanno scandito la giornata  dello scolaro, dello  studente, del padre, della madre. Hanno rovinato i ritorni a casa con la prima luce del giorno agli amanti e alle guardie notturne; disturbato le nostre pomeridiane e silenziose fughe da casa con il sacco dei panni sportivi sulle spalle; addolcito i nostri momenti di tristezza adolescenziale e quelli belli e felici dell’infanzia. Hanno mestamente accompagnato i nostri anziani  nel loro ultimo viaggio e ricordato, di tanto in tanto, che fatti di politica anche quelli più profondi e divisivi hanno trovato nel loro suono motivi di esultanza, di chiamata alla riscossa, di richieste e di proteste: Voi le vostre trombe .. noi, le nostre campane …!

         Si sono ammutolite da un po’. Dicono sia saltata la corrente elettrica e le schede elettroniche dei due congegni sono andate in tilt. Non si trova nessuno per riparare il guasto. Nella chiesa del rione non si dice più messa né alle nove del mattino né alle sei della sera. Nel vicolo fa freddo, come sempre. E i miei pensieri sono stravolti  dai contagi da omicron 2  aumentati, qui da noi, in modo esagerato. Dai bambini ucraini morti a Kiev e negli altri immensi paraggi sotto le bombe a grappolo dei russi. Mi sta tornando la voglia di fumare. E in questo posto domina il silenzio. Da tempo. Da troppo tempo. Mi chiedo, senza trovare risposta: dov’è finito quel mio pezzo di vita contrassegnato dallo scampanare  dei due campanili?

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