Appena trascorsa la Pasqua, come ogni anno, la parola “pace” è risuonata ovunque: nei messaggi istituzionali, nei post social, nelle omelie e nei biglietti d’auguri. È, insieme alla “rinascita”, uno dei termini più inflazionati di questo periodo.
Ma viene naturale chiedersi: quando davvero ci impegniamo per ottenerla, questa benedetta pace?
La verità è che la parola “pace” rischia di essere svuotata di significato, usata come un rituale lessicale, buona per ogni occasione e per ogni palcoscenico, ma raramente accompagnata da azioni concrete.
Oggi, mentre nei nostri auguri pasquali parliamo di pace, in Ucraina si continua a morire, a Gaza si consuma una tragedia umanitaria sotto gli occhi del mondo, in Sudan infuriano massacri silenziosi, e in molte altre aree del globo si combattono conflitti dimenticati, ignorati, nascosti dal rumore di ciò che fa notizia.
E intanto, la politica internazionale spesso tace, o peggio, sceglie. Sceglie di parteggiare, di vendere armi, di girarsi dall’altra parte se non conviene esporsi.
Si preferisce mantenere equilibri economici e geopolitici, anche a costo di sacrificare popoli interi.
La pace non è un concetto astratto né un sentimento passeggero.
La pace è una responsabilità.
È costruzione, ascolto, mediazione, giustizia.
Non è assenza di guerra, ma presenza di diritti.
Ecco perché è così difficile da ottenere, e così facile da invocare con leggerezza.
Dovremmo tutti domandarci, prima di pronunciare quella parola con tanta facilità: che cosa sto facendo, io, per la pace?
Sto disinnescando conflitti nel mio piccolo mondo quotidiano? Sto costruendo ponti invece di alzare muri? Sto educando i miei figli al rispetto, al confronto, all’empatia?
Pasqua dovrebbe essere il tempo della rinascita, sì, ma anche della verità.
E la verità è che non possiamo continuare a usare la parola “pace” come una cornice elegante su un quadro che non vogliamo davvero dipingere.
La pace non va semplicemente augurata. Va cercata. Va costruita. Va voluta.
