LUCIO TUFANO

Ecco una multiforme categoria degli umani, illusi o vincenti dentro di sé, perdenti invece nella valutazione del pubblico e viceversa, ancor prima che i computers spiazzino e rimpiazzino gli uomini, il loro pensiero claudicante; prima di diventare completamente sudditi dei mostri elettronici, dei burocrati e tecnocrati e il cervello possa venire usato in compiti tutt’altro che creativi o di scarso impegno, così come ora si usano ancora le gambe rispetto ai veicoli più veloci.
Qui si vuole tentare una storia di ruoli cui hanno atteso nel corso dell’esistenza gli intellettuali sottoproletari, quelli dagli impegni strani, dall’assennata follia religiosa, a quelli affetti da follia tecnologica, a quelli della follia epicurea agli altri, a tutti gli altri coinvolti nella follia più generale e di massa, come le guerre e le politiche, la scienza e l’invenzione, il viaggio in continenti lontani e lo star fermi in una sola stanza, in una povera casa, un abituro di muri vecchi e mattoni. Insomma si può pensare ad una storia di gnomi, astronomi, fisiotecnocrati e marinai di fiume, geni di terra … dai “segnalatori” ai “brevettari” a quelli che arsero d’amore per donne impossibili, ai contabili d’uova e ricotte, ai frequentatori compiti e assidui del cimitero, ai religiosi ossequiosi delle croci e delle chiese, ai mille mestieri del multiforme omino ingegnoso, al barbiere musico e al popolo insomma di piccoli pionieri dell’arrangiarsi, e che hanno dato fondo a tutte le loro energie, al bisogno e alla illusione che uniscono l’inganno, ingegnosi di quel tanto che mai basta per campare, il barlume che li sprona a vivere operando.
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Ebbe la maledizione dei vivi e visse tra mille difficoltà l’inventore del primo utensile e del modo più proficuo di cacciare, e che diede agli uomini la possibilità di difendersi, di nutrirsi, di vivere meglio. Fu beffeggiato e lottato. Alla fiducia nel progresso tecnico sempre si contrappone l’indifferenza irriguardosa e scettica nei confronti della follia tecnologica. Ci fu il tempo in cui non esistevano canzoni, né la musica, eppure si aveva voglia di cantare. Non esistevano melodie, né arie, né voci, né violini, né fisarmoniche, né pianoforti, né campane e non si riusciva a ballare. E come ballare senza le lucide mattonelle, senza le luci e i bicchieri per bervi liquori e pensieri?
Come organizzare gli eserciti, i reggimenti e far marciare i soldati senza la morfologia dei comandi, senza il codice telegrafico e le parole d’ordine e senza l’intreccio di linee e ricami, di gradi e galloni? E la guerra? Come si sarebbe potuta combattere una guerra, senza i cannoni, i mortai, e senza le polveri e le polveriere? E non c’era la tattica, né il principio della sorpresa, né la ritirata come strategia. Né si poteva morire. Non esistevano i veleni, né i pugnali e i tumori, non esistevano le malattie, le bronchiti croniche, e la peste, neppure i cimiteri e le bare. Non esistevano pomate, né l’olio di ricino, né la magnesia San Pellegrino.

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Il nulla non era stato inventato e non esisteva l’alba, né la sera e non v’erano invenzioni, neppure quelle più balorde o inutili. Non esisteva il progresso … E come eliminare i calli, i duroni, gli occhi di pernice ai piedi? I peli superflui, le emorroidi? Non esistevano i discorsi, i motti, i proverbi, né la scrittura, non esisteva la carta … e non era stata scoperta la Storia, e ci si contentava delle cronache degli ambulanti e dei cantastorie. Ma non esistevano gli inventori, la lunga schiera dei raziocini, gli Archimede, gli Eistein, i Marconi, i Popov … tutti coloro che conoscono gli ingranaggi, le molle, le catene e le seghe, le squadre e le matite, le rondelle e le ruote dentate … Ma forse erano marziani, extraterrestri, non erano coolies, erano filosofi, non erano mercanti. Non erano quelli del “Don Uva” ai quali hanno tagliato i capelli, o quelli di Dakau con le teste rotonde, pensose e da deportati. Ecco li vedete, sono calvi. Hanno il cranio d’avorio, come le palle di biliardo. Sono gli inventori senza ciglia, che hanno per occhi le radici quadrate e il naso equilatero se discendono da Iafet, isoscele se dai Watussi o scaleno, come i negri dell’Alabama. Eppure inventarono il chiodo e l’aratro, il vomere e gli altri attrezzi per grattugiare la terra, purchè il grano crescesse con la sua immensa coltre di messi e spighe piene. Inventarono la guerra e i guerrieri e gli ordini balistici, purchè fossero difesi i campi dalle invasioni del nord e del sud, da quelle dell’est e dell’ovest, e contro le cavallette. I ritrovati chimici, contro la peronospora e l’oidio. Svilupparono calcoli difficili e necessari perché i granai fossero ben pieni e inventarono le medicine per preservare le provviste dalle muffe, e salvaguardarle dall’aggresione famelica di topi e di scarafaggi e per custodirle dal furto dei ladri e strapparle alla rapacità dei briganti.
Chi non ricorda Père Ubu e il dottor Faustroll, i patafisici figli di Alfred Jarry? Ci furono i racconti di Fredric Brown e Robert Sheckley, di Massimo Bontempelli, di Erckmann-Chartrian e di Rodolfo Walsh, i giochi liberatori di Julio Cortàzar, la sua macchina per leggere “il gioco del mondo”, le satire aggressive della tecnologia ridens. Il “Nautulis” e la mongolfiera nelle opere di Giulio Verne. L’inconscio, sempre più conscio, in un racconto di Donald Barthelme, serve per caratterizzare i tecnocrati. E poi le “impossibili” invenzioni grafiche dell’inglese Willian Heath Robinson. Inventori come Procuste che innesca una mannaia nel letto che si accorcia e si allunga, Topolino, la kafkiana “Colonia penale”, Erone di Alessandria, l’ideologo di Rionero in Vulture, l’astrologo di Albano, Rocco Castrignano, e, dopo il viaggio sulla luna, l’astronomo di Baragiano. Da Machiavelli a Ludovico Ariosto, l’invenzione, come l’alchimia, tramuta la materia in oro. È tutto registrato nell’immenso archivio dell’intelligenza popolare, nel grande ufficio dei brevetti. Tutto ciò che riguarda i congegni, i meccanismi, le macchine, i filtri, le pomate, i capelli, le camicie di Nesso e quelle di forza, le scarpe e le tasche, le cravatte ed i nodi scorsoi, gli alambicchi e le bussole, tutto ciò che riguarda il meraviglioso, lo sbalorditivo, l’incantesimo, il miracoloso, l’applicazione del talento nel bene e nel male, anche ciò che somiglia a quanto hanno escogitato il dottor Mengèle, Himmer e Polpot e quelli che attrezzarono le stanze per le torture, il gatto a nove code, e le trame del giallo, i laboratori della bassa e alta politica, i teorici delle ideologie, gli strateghi dei partiti, quelli che erigono a sistema scientifico il modo come farsi votare.
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Sono disegni in carta pergamena che illustrano ormai la sintesi di numerosi volumi tutti accatastati nell’immenso archivio dell’intelligenza, nei paragrafi speciali dei geni locali. Vengono dal cuore e dalla geometria degli oggetti Scattano con le molle rotte, dai torni, dalle lune storte. Hanno gli occhi bucati, spie per nuove dimensioni, buchi neri. Offrono la filosofia degli oggetti, la simmetria, l’anello di collegamento dell’immaginario col reale. Il brevetto ha una sua intelligenza da pianeti e sfere ruotanti, un equilibrio instabile che s’arrampica. È una lunga marcia la loro, battuta nel ferro rovente e plasmare gli oggetti. Vengono dagli elfi dei boschi, liberati nel fuoco dei ceppi. Ognuno porta la sua anima nel pezzo, nella forma, nel congegno, nei disegni fatti a mano. È un’architettura a rovescio, un aprirsi della materia e dei materiali che li assedia nelle forge buie, nei sottoscala, nelle soffitte, in ogni sorta di conceria alla ricerca strenua di altri suoni, di colori, di spazi, di volumi. Si potrebbe fissare in una tela, nei gomitoli di filo, nelle balle di canapa, nel ventre vuoto di un bozzolo o sulle carte, nei papiri, nelle piante del fiume, nelle cortecce degli alberi, quest’antico gioco artigiano. Una pausa, un silenzio, lo scoccare di una scintilla, il far massa di un villaggio, l’improvvisa fiammata che si accende nelle spiritiere del comò. Tre quarti in un secolo, pesano sulla bilancia delle intelligenze mai utilizzate. L’idea archiviata negli uffici, i fogli contadini e artigiani incasellati nei fascicoli delle autorizzazioni mai date. Aprite la porta, è il momento dell’inventiva! Fate entrare le antenne che hanno sulla testa grande! Si affollano programmi e palinsesti. Entrano le scarpe a mantice, la bicicletta galleggiante, l’armonica a orchestra, il velivolo con fusoliera aerodinamica. Aprite gli scrigni dell’inconscio, colmi di formule. Ecco che entrano equazioni di valenze, i carbonati, i clorati, i camici dei folli tarlati nei sonni, le sette virtù teologali della macchina, i sette vizi capitali delle molle che si spingono e si ritraggono. Nel movimento è lo squilibrio dei corpi: leva, puleggia, tornio, piano inclinato, vite, bielle. Il centro di gravità è nella meccanica dei gesti, nei suoni stridenti dalla percussione, nelle sette anime che muovono le macchine. Accensioni, scoppio e scarico, nella leva che si trae, si congiunge, si protrae, al femminile si copula, nel corpo e nello scorporo puleggia le mani, i piedi nella ginnastica degli inchini, nel volteggio della sbarre, nell’abbraccio che si stringe, nella mano che si offre, nel passo che misura e nella gamba che si flette.
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Vite, madrevite, spirale, tralci di vite, peduncoli, ghirigori d’acciaio, grappoli di lamine a strisce. Biella, braccio di ferro che sbatte, spinge, blocca, che rafforza il ritmo di marcia. Macchine di guerra che portano il terrore nella lega al saldatore, primo attore di un teatro, officina di bulloni, ingranaggio del superfluo, nel progetto del consumo. Nel brevetto che si allega, l’utopia del rigetto. Il brevetto si perde, si sperde nei labirinti del profitto, dei marchi di fabbrica, di quanto è stabilito utile, frantumato nelle catene di montaggio, divorato nei grandi magazzini. Ma sono spiriti che arrivano a frotte, le anime degli oggetti, il mantice dialettico del filosofo Anacardi del 592 a. C., e quello dei fratelli Schellam, mugnai di Franconia. Il comignolo aspirafumo automatico di Rocco Scorzafava di Corleto Perticara, si basa sul principio dei venti contrastanti. Le ventole girano vorticose sui cuscinetti, le vaporiere dei tetti, i mille piedi di fumo raccolgonoi la fuliggine nelle camere antismog. Un colpo di bastone per più di un fagiolone da piantare nel cortile dell’antrone. Il liuto è strumento musicale di molta rinimanza, Anaxemor fu tal suonatore che Marc’Antonio istituì in suo onore un’apposita guardia e gli donò le rendite di quattro città. Ehrmann da Norimberga fu il primo a fabbricare, nel 1540, quella specie di serrature che si chiamano “mascature”.
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Dove sono finiti gli inventori lucani? I grandi del sottomondo, del libero proletariato, dell’agromondo, della galassia popolosa dell’ingegno nostrano? … chi sono, che fanno, che cosa hanno realizzato i creativi artigiani del congegno? Come i poeti, gli inventori partono da esperienze reali per costruire qualcosa che, all’istante dell’invenzione, esiste solo nella loro mente, e non accettano le spiegazioni tradizionali. Il desiderio di stupire, di sbalordire, li anima e li caratterizza. Li tiene in vita la capacità di meravigliarsi ed il piacere di meravigliare, una qualità che si è logorata negli uomini: la fantasia è la sede della meraviglia, che non è nelle cose, ma in noi.
Eppure, quante intuizioni balenarono nelle menti di sfortunati inventori senza materialmente realizzare.
L’esempio più famoso è quello di Charles Babbage, che nel secolo scorso inventò il computer, ma dovette contentarsi di realizzare un’imperfetta calcolatrice meccanica, perché non esistevano ancora le valvole, né i transistor. Anagrafe muta della scienza, gli scienziati massa, i cervelli vaganti ed assorti, le teste bislacche.
E gli orologiai, i pazienti, assidui puntigliosi artigiani che catturano i minuti primi, i secondi, che fanno combaciare la marcia delle lancette nell’angusto quadrante con lo spazio e il tempo complessivi della conoscenza, l’idea newtoniana degli scatti, singoli attimi di cui è composto il fluire, il divenire … Il fiume invisibile del tic-tac che scandisce il flusso e il riflusso …
Gli orologiai, giudici oggettivi che parlano l’esperanto, registrano i battiti del cuore- giocattolo, valutano il tempo ecologico delle foreste, degli alberi, lo scorrere dei fiumi, il tempo sociale, la percezione delle metamorfosi di classe, il tempo storico degli eventi e degli accanimenti, il tempo “durata”, arco di traduzione della storia, e che segna lo sviluppo dei viventi.
Ha l’occhio slargato dal monocolo a furia di osservare i bilancieri, i misteri di oggi e di ieri. Appartiene alla cinematica della meccanica, ai sincronismi stregati dei molteplici ticchettii, il precipizio dei fatti, l’ingorgo dei rinvii.