Doveva affrontare le elezioni di Matera e poi portare il pd lucano al congresso . Il primo obiettivo l’ha mancato clamorosamente, il secondo glie lo hanno stoppato da Roma che non è pronta a fare il congresso se prima non sa chi lo vince. Il povero senatore Stefàno se ne va con lo zaino vuoto di risultati, contento solo di abbandonare una terra  che ha smesso di svenarsi per il Pd, avendogli voltato le spalle dopo che ne ha combinate di tutti i colori, gestendo il potere nell’interesse di pochi, in chiave personalistica e di conflittualità con  altri gruppi. Una faida di paese, si potrebbe dire, il cui esito è stato esiziale per tutti e la cui esperienza non è servita a cambiare i comportamenti. Oggi ,questa classe dirigente che è rimasta, non pensa a rilanciare il partito, ma ad appropriarsi di quello che ne rimane. Un posto di parlamentare è diventato il palo della cuccagna verso cui si preparano ambiziosi reduci di guerra in un tentativo di riscatto che sa di strapuntino dopo le capienti poltrone del passato. Nè i giovani che lo frequentano  danno segni di voler alzare la testa, sempre pronti a seguire il più forte in cambio di uno sguardo privilegiato, una menzione nella scacchiera del potere, un incarico. Il dibattito è un camino spento, senza fuoco e senza scintille. Se si eccettua l’azione ostinata quanto isolata dei due consiglieri regionali, Cifarelli e Pittella, i rari webinair passano inosservati, qualche ex talentuoso ha riscoperto la cultura, e tutti, come le statuine, attendono che Roma decida il da farsi. Che è come chiedere la strada ad un non vedente che, per di più, ha perso i tradizionali punti di riferimento. La situazione nazionale è del tutto identica. Si è fermi semplicemente perchè la partita non è il rilancio di un ideale che non c’è più ma la gestione di quello che c’è. Lo sguardo lungo si è spento e si guarda al contingente: due anni ancora vanno bene ,poi si vedrà, chissà che sommando tante briciole non si arrivi a mettere su la cena. L’ottimismo è direttamente  proporzionale al cinismo di chi ne ha viste tante ed è sopravvissuto. Ecco è il partito dei reduci del potere,   che non pensano al domani ma all’oggi, a come sopravvivere, come il grande De Sica, nobile decaduto,che vive nell’illusione di un mondo ancora esistente, ma che invece è diventata pura finzione. Eppure , qui, come a Roma, ci sono persone che prese individualmente, dimostrano visione, progettazione, efficienza operativa, capacità di affrontare i problemi. Mai come adesso si avverte la mancanza di veri amministratori, di guide stabili e sicure, di una classe dirigente in grado di prendere sulle spalle il fardello di una situazione pesante e di far uscire la regione dalle sabbie mobili in cui sta affondando. Ma nessuno si azzarda a dire che si stava meglio quando si stava peggio. E nessuno lo dirà fino a quando non ci saranno fatti che dimostrino la volontà di cambiare , di rinnovarsi nelle persone e nei comportamenti, di rifare le regole di convivenza , di dispiegare le vele in mare aperto, di far capire che il pd, quel pd, non esiste più e che si  è pronti a cimentarsi nella esplorazione di una nuova strada. Questo spiega perchè il partito di Zingaretti non si schioda da quel venti per cento e questo spiega perchè, nonostante Salvini , il centrodestra continua ad avanzare. Il futuro non è un ritorno al passato. Rocco Rosa