di Gerardo Acierno
Fuori è già freddo.
Nonostante i nostri superbi tramonti ancora dipinti di rosso, i tigli nel giardino deliziati dal giallo e lo sfrigolare delle castagne nella ‘varola’, avverto un cavernoso mugugno invernale. Il mio scrittore preferito, Luigi Santucci, vincitore del premio Basilicata per la narrativa nel 1981, adorava l’inverno. Chiamava quel suo tempo ‘invernitudine’ perché – scriveva – siamo costretti a stare in casa ma è bello in queste ore soffiare coi mantici della fantasia, della memoria e dei sogni. Da bambini ma anche da grandi era bello ritrovarsi intorno alla fiamma alta e narrarsi storie di briganti, di gnomi e di folletti. Serviva a scongiurare ogni disperazione e a sbarcare nell’allegria.
Fuori, stasera, è già freddo.
Con il calare del sole chiudono i locali, di nuovo. E di nuovo ci si rinserra. Di nuovo ci travolge la triste valanga dei numeri. Come in primavera sono numeri che ci raccontano di malati, di contagiati, di morti. Anzi, sono numeri che qui da noi non pensavamo di raggiungere. Centotrentuno comuni, credo tutti toccati dal contagio. E tanta paura. Alla quale si accoda, minacciosa seppur finora contenuta, la protesta, la richiesta di aiuti, la crisi economica. E le disuguaglianze, le povertà, i ritardi, la facile demagogia, l’egoismo. Per carità non stendiamo più lenzuoli ai balconi né arcobaleni di ‘andrà tutto bene’: quando la gente soffre e muore senza nemmeno un ultimo conforto familiare non possiamo dire che andrà.. etc. etc. Fiducia e correttezza, questo sì.
Fuori, stasera, è già freddo.
Io, però, ho ancora voglia di ascoltare storie di briganti lucani, dei fantasmi che hanno popolato i nostri palazzi signorili. Voglio risentire i canti accompagnati dall’organetto, i nostri centocinquantuno dialetti, partecipare alle nostre bellissime feste patronali, insomma la nostra vita. Questa invernitudine che il Covid-19 ci sta imponendo non ci appartiene eppure dobbiamo affrontarla e batterla. Possibilmente al più presto e nel modo migliore: rispetto delle regole, massima attenzione e strutture mediche in piena efficienza. Con l’augurio che i tecnici la smettano di litigare, che gli esperti trovino un accordo, che la politica ritorni a decidere per il meglio. Come in primavera. Da stasera mi è tornata la sindrome della capanna e sento che fuori è già freddo. Eppure ho fiducia. Del resto: ‘Se non ora, quando?’.
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