L’Ateneo di Basilicata  soffre dei problemi propri delle piccole Università che non trovano linfa nell’ambiente economico che lo circonda e, rispetto a questo, né ricevono input né offrono output. Cosa ben diversa dagli ambienti economicamente sviluppati che fanno degli atenei un luogo nel quale investire in ricerca ,in alta formazione , in start up. Limitandosi , per angustia dell’ambiente circostante, alla  preparazione degli studenti, questi Atenei di piccola dimensione hanno vita grama , sia perché una improvvida legge di riforma li ha tagliati drasticamente dal circuito degli investimenti pubblici, sia perché la concorrenza degli Atenei privati, un tempo episodica e non strutturata, sta conquistando campo con una piattaforma didattico-formativa che coglie le esigenze del mercato e riesce a dare uno sbocco lavorativo alla propria utenza. Il problema che si pone dunque è come dare un futuro ai piccoli Atenei che vada oltre il pur sacrosanto mantenimento dell’offerta formativa intesa come servizio ai giovani che, per necessità di bilancio   familiare non si possono né permettere di andare nei grandi Atenei, né di frequentare costose Università private. In questa strettoia, bisognerebbe ragionare su come trovare una linea di crescita in un rapporto a Tre: l’imprenditoria locale e le categorie economiche operanti sul territorio, l’Università , le Istituzioni pubbliche e il loro ruolo di concertazione e di facilitazione.  In quel di Milano o di Bologna, questo terzo soggetto non è chiamato in causa, bastando il rapporto a due tra grande imprenditoria e Università, con progetti comuni che vanno dalla sperimentazione di processi o di prodotti alla alta formazione , alla attivazione di professionalità richieste dal mercato. Per fare un esempio, a Milano un Consorzio di imprese si fa committente verso il politecnico di  una serie di percorsi formativi che servono al mercato, inserendosi già in questi percorsi con step di formazione aziendale che accelerano il completamento della figura professionale nei tempi previsti per la laurea. Qui,i pochi tentativi fatti di costringere la grande impresa a investire sull’Ateneo sono finiti alquanto miseramente, come dimostra l’insuccesso del master in materia energetica e petrolifera, con l’Eni che si è guardata bene dall’assumere i giovani specializzati. E, dunque ,non sappiamo come fare, ma sappiamo  che è necessario discutere bene e da subito su come mobilitare gli attori lucani in una operazione non di salvataggio dell’Ateneo che può continuare tranquillamente a svolgere i suoi compiti didattici, ma di valorizzazione dello stesso quale strumento sul quale far girare in modo ordinato e funzionante il motore dell’economia attraverso l’utilizzo combinato di risorse materiali e risorse umane. Sappiamo che alcune facoltà si muovono in questa opera di socializzazione e che ci sono vari tentativi di dar vita a filiere di vario genere. Così come è da considerare come un giusto tentativo di avvicinare il mondo delle aziende lucane quello fatto dall’assessore Cupparo di incentivare con un avviso pubblico le assunzioni di professionalità laureate. Ma il problema è che non basta un pò di benzina per far girare il motore di mondi che non vanno in sintonia e si comportano come pistoni fuorifase. Alla Regione tocca ancora di  inventarsi soluzioni, mettere insieme i cervelli, mettere ordine nelle frastagliate e disorganizzate istituzioni che presiedono alla formazione professionale e a quella imprenditoriale,attivare la concertazione sulle cose da fare e portare finanziamenti lì dove si realizza davvero il salto di qualità e si accende il motore dello sviluppo. Per me , a base del piano strategico, avrebbe dovuto esserci essenzialmente questo capitolo, che invece è assente. Lo si affronti, si è ancora in tempo. Rocco Rosa