Non voto #No per partito preso. Sono contrario a questa riforma perché l’ho studiata e perché credo che avrà effetti molto negativi sulla nostra Costituzione, se verrà approvata. Il mio è un #No di merito e di metodo, e non una sfiducia a questo Governo.
Entrambi i fronti si sono lanciati in una corsa allo slogan. Ma cosa dice davvero il testo della legge che il Parlamento propone ai cittadini? Reperirlo non è difficile: basta andare sul sito del Senato. Potete trovarlo a questo link.
La prima polemica è sul quesito. Il #No ha accusato il #Sì di aver scritto una domanda faziosa e ingannevole. Il #Sì obietta che è il titolo della legge, e che tra l’altro è proprio quanto previsto da questa legge. Personalmente, condivido che la forma è corretta: sulla scheda va il titolo della riforma, e quello è il titolo della riforma. Ma sulla sostanza, be’, ho molte obiezioni in merito.
Attualmente per ogni senatore ci sono due deputati: con la riforma si passa da un senatore ogni sei deputati. E siccome Camera e Senato devono riunirsi per eleggere gli organi di garanzia del nostro ordinamento (Presidente della Repubblica e membri del CSM), si rischia che tutti gli equilibri si spostino a favore di Montecitorio. Dove il Governo, grazie all’Italicum, avrà una maggioranza di 340 deputati.
C’è chi dice che questa maggioranza non basti. Il plenum del Parlamento in seduta comune invece dice un’altra cosa: e cioè che la maggioranza necessaria sia 365. Chi avrà la maggioranza alla Camera avrà in realtà circa 345 deputati: esiste anche la circoscrizione Estero, in cui la maggioranza può fare shopping. Possibile che in un Senato di 100 membri non disponga di nemmeno 20 senatori? Ovvero i senatori necessari per influenzare le nomine al Consiglio superiore della magistratura?
Il #Sì protesta riferendosi alle maggioranze speciali, vecchie e nuove, che impedirebbero a chi vince le elezioni di controllare queste nomine così delicate. Il Presidente della Repubblica, ad esempio, se passasse la riforma dovrebbe essere eletto con i 2/3 dei voti nelle prime quattro votazioni (487), con i 3/5 nei successivi quattro (438) ma, udite udite, con i 3/5 dei votanti nelle altre votazioni. Cioè, se in una valanga di schede nulle ne emergono 10 con dei nomi, ne bastano 6 (su 730) per eleggere un Presidente. Scenario improbabile, certo, ma perché ammissibile? Una Costituzione dovrebbe impedire che il Colle venga occupato con 6 voti su 730, non permetterlo.
C’è chi sostiene che la riduzione dei parlamentari aiuti al «contenimento dei costi della politica». Renzi ritiene che il risparmio di questa riforma ammonti a 500 milioni di euro. La Ragioneria dello Stato ha invece stimato il risparmio della riduzione del Senato in soli 50 milioni di euro: appena il 15% del bilancio… del solo Senato. Perché si tratta invece di un risparmio molto irrisorio (ammonta, in totale, quindi compresi gli altri risparmi, allo 0,000007% del bilancio dello Stato).
Si parla di risparmio anche per l’abolizione del CNEL. Si tratta del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un organo di consulenza del Parlamento e del Governo in materie economiche. Un organo in effetti inutile, che non ha mai funzionato a pieno anche perché sindacati e imprenditori hanno sempre preferito parlare de visu. Se il fronte del #Sì ritiene che si tratti di un risparmio di 20 milioni di euro, in realtà è di circa 8,7 milioni (come risulta dal bilancio consuntivo 2015 del CNEL).
Il vero boom del risparmio dovrebbero essere le Province. Che in realtà sono trasformate in «enti di aree vaste» fatti e disfatti dalle Regioni. Con un proprio personale. Il che significa che le Province non verranno abolite, né produrranno risparmio: cambieranno nome, i loro organi non saranno eletti direttamente, e dipenderanno da leggi regionali. E avranno lo stesso personale di prima, cioè lo stesso costo di prima. Al netto di una riduzione (definitiva) di rappresentanza.
Il nuovo Senato di 100 senatori (più uno: l’ex inquilino del Colle – e a volte anche due, probabilmente) non lo eleggerà il popolo. Cinque senatori saranno nominati dal Presidente della Repubblica per sette anni. Da qui la polemica del partitino del Presidente: se adesso il Colle “controlla” l’1-2% di Palazzo Madama, con la riforma terrebbe nelle sue mani ben il 5%.
Gli altri 95 senatori saranno eletti dai Consigli regionali tra i propri membri, riservando però un posto a un Sindaco per ogni Regione. L’aspetto controverso è che l’elezione del Consiglio regionale deve avvenire «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri» e però «in proporzione ai voti espressi e alla composizione di ciascun Consiglio». Morale della favola: l’unica interpretazione giuridicamente sensata è che i Consigli regionali decideranno i numeri (e teniamo presente che se le opposizioni si coalizzano con mini-inciuci possono guadagnare seggi), e per i nomi si seguirà la graduatoria delle preferenze a consigliere. Da nessuna parte compare la fantomatica «seconda scheda» di cui parlano i sostenitori del #Sì.
Due parole sulla «riforma del Titolo V», cioè sui rapporti Stato-Regioni. I sostenitori del #Sì dovrebbero spiegare perché si crea un Senato delle autonomie quando la riforma toglie poteri alle Regioni. Parecchie materie appartenenti alla legislazione concorrente (cioè condivisa tra Roma e le Regioni stesse) tornano di competenza esclusiva dello Stato. Tra cui temi sensibili come l’energia e i trasporti: temi contestati in Basilicata (il petrolio) e in Puglia (la TAP), così come in Piemonte (la TAV).
Come se non bastasse, lo Stato avrà diritto a una clausola di supremazia potenziata. In tutti gli ordinamenti federali, lo Stato centrale può intervenire in casi particolari nelle materie di competenza locale. Ma non per tutelare l’«interesse nazionale» che significa tutto e niente. Anzi, che significa che gli interessi locali vanno sacrificati se lo dice Roma. Sfruttare la clausola di supremazia significa sottrarre voce ai territori, e questo Senato non gliela restituisce.
