“La geografia è destino
la terra su cui cresciamo
fa di noi quello che siamo”
Lo ammetto, non c’ero mai stata, eppure è un posto a 10 minuti scarsi di macchina da casa mia. Non ero mai andata oltre la pizza mangiata al Picchio, e in effetti anche la strada per la pizzeria mi era sempre piaciuta moltissimo. Quell’altipiano verde, nudo, la strada a curve dolci, i crocicchi polverosi col tabernacolo con una madonnina, o solo fitti di indicazioni stradali di località con nomi poetici ed evocativi, scarsissima presenza umana. Ieri però dovevo raggiungere il presidio contro l’eolico selvaggio. Non sono una integralista, non in questo caso almeno, e mi lascia perplessa una battaglia contro una energia pulita, ma voglio bene a Tiziana e in fondo sono lusingata dell’invito, e poi la prospettiva di passare qualche ora in campagna mi alletta.
Mi perdo un paio di volte, poi vedo “gli alberi padri”, punto di riferimento per svoltare. Ancora qualche incertezza poi noto le macchine parcheggiate e capisco che sono arrivata. La contrada è un borgo di case sparse, di villette nel verde, la strada per arrivare al presidio è chiusa (ci sono addirittura due carabinieri, che esagerazione) e mi avvio a piedi per una straduzza in leggera salita, in mezzo ai campi. Mentre avanzo, insieme a pochi altri cittadini, mi guardo intorno, rallento e quasi mi fermo. Non ho nemmeno voglia di tirare
Ora capisco, ora capisco bene.
Nel mezzo del mare di verde, in questo scenario incantato, le nuvole e il sole e la città in fondo, sul crinale, su TUTTI i crinali, pale eoliche. A decine. Molte ferme, eppure il giorno è ventoso, sarebbe perfetto per ricavare energia. Non sono un tecnico e non faccio finta di sapere cose che non so. Ma improvvisamente comprendo il senso del comitato, e di quell’aggettivo “selvaggio”, messo accanto ad “eolico”. Certo, il vento è energia pulita. Ma siamo sicurissimi siano state prese tutte le necessarie precauzioni, prima di concedere autorizzazioni? Siamo sicurissimi non ci sia stata speculazione, anche sull’energia pulita? E’ difficile perfino fare una foto senza prendere dentro almeno una pala. E da vicino fanno impressione, sono enormi, minacciose, incombenti. Più tardi chiedo a Tiziana quali sono, realisticamente, le aspettative del comitato di cittadini che ormai è in presidio permanente, e lei mi risponde che vorrebbero almeno non farne mettere altre. Mi sembra un obiettivo minimo, ragionevole e sensato. Raggiungibile. C’è gente al presidio, si discute, si mangia, si fanno volare aquiloni per i bambini. Nessuna rabbia, solo determinazione quieta.
Più tardi, sentiamo la storia del collezionista di tramonti, una storia in parole e musica perfetta per il luogo nel quale siamo. Gianni Mercury e Dino De Angelis modulano una favola moderna inframmezzata da canzoni che amo, che mi trascinano giù verso gli anni del liceo, e di una gita in pullman in un posto non molto dissimile da questo. Mi si riempiono gli occhi di lacrime e non riesco a tirarle via, forse non voglio nemmeno.
Quando me ne vado, pregusto la strada da fare a piedi per arrivare alla macchina. La faccio pianissimo, un passo dietro l’altro, il sole ancora non abbastanza basso sull’orizzonte da farmi godere intensamente un tramonto, metterci dentro tutti i miei pensieri e provare a conservarlo in un un barattolo di vetro. Ma sfioro il grano con le mani, un gesto che non facevo più da quando ero bambina. Mi prefiguro quella stessa strada a luglio, col grano alto e biondo cenere, o in autunno, con le zolle rivoltate o in inverno, affogato nella nebbia, coperto di neve, il silenzio totale a farla da padrone. A parte il ronzio molesto delle troppe pale eoliche.