Marcello Pittella ha messo sul tavolo le dimissioni degli assessori tecnici per dire erga omnes che non è lui che frena e che è disponibile a trovare un accordo per mettere in tranquillità il Pd in vista di un impegno comune in favore del referendum, ma le incognite sono troppe per poter pensare che in quella data tutti i nodi siano sciolti, per cui si va verso l’opzione tra una soluzione estiva e il non far niente ancora una volta. Che poi sono tutte e due la stessa cosa, perché l’uno produce il nulla e i’altro lo coltiva.  Il problema vero è che si pensa a dare una risposta alla conduzione del partito come ad un quesito di matematica in ordine alla giusta ripartizione del potere, cioè un partito che diventa esso stesso parte delle cose da dividere, e non già una entità diversa da costruire in maniera autonoma , al di fuori ed al di sopra delle istituzioni elettive. Invece è qui il tema  dei prossimi mesi  o almeno il tema vero che pongono gli italiani che stanno capendo come di questo passo si va verso un personalismo esasperato, una costruzione mediatica del mito, e un caos permanente che è fonte primaria di incertezza e di ingovernabilità.  Chi come me ha visto il Pd come l’ultimo partito rimasto, in realtà non ha voluto vedere che esso era solo il pezzo più grande scampato al naufragio e che sta percorrendo la stessa deriva egli altri, dei partiti liquidi o in corso di liquefazione. Per rifondare questo Paese e sottrarlo alle avventure giovanilistiche e di destra razzista  occorre partire dalla rifondazione del Pd in un’ottica di salvaguardia del rapporto democratico tra chi propone e propugna idee e porta avanti soluzioni. Un partito che viene formato dall’alto è un pezzo di scacchiera del gioco, non il tappeto o la scacchiera su cui giocare. Per cui non meraviglia che mentre si propugnava il no alle coalizioni ed il premio ad un partito unico, oggi ci si accorge che quella visione leaderistica non trova riscontro nei fatti e che bisogna ricambiare la legge elettorale ( come da tempo abbiamo chiesto noi stessi) . E’ proprio necessario aspettare che la forma partito venga dettata da Roma? Non possiamo cominciare a discutere di un partito regionale che è scuola e base di democrazia? Un partito di persone che non ne fanno un trampolino di lancio per la propria carriera, ma uno spazio per un confronto con la società, l’esame dei problemi, l’indirizzo al governo e agli enti locali,  la guida di una coalizione plurale fatta di soggetti che vanno ad interpretare segmenti specifici della popolazione?. Utopie? Se pensiamo che siano utopie, l’11 luglio fate quello che volete. E anche se gridate, sappiate che la gente non vi ascolta e non vi vede. ROCCO ROSA