Il primo maggio parla solo alla memoria della gente, non al futuro, non al protagonismo dei giovani di oggi. Parla di lotte, di sangue, di scioperi, di resistenza alla conservazione, di contrasto all’arroganza, di resistenza alle intimidazioni. Parla di diritti conquistati con fatica, mettendo in campo la sola arma di cui si disponeva: l’unità dei lavoratori. Era un mondo più semplice, più genuino, da una parte e dall’altra, ognuno rivendicando le proprie ragioni. Ma erano , su entrambi i fronti, credibili perché c’era consapevolezza, passione, e anche politica, con la P maiuscula come ha detto il Papa ieri. Poi è arrivato il declino della politica e quello dei Sindacati, dove ognuno si è ritirato nel proprio egoismo, ha difeso il proprio status, si è organizzato in corte con nani e ballerine, perdendo di vista la società reale, i passi indietro che era costretta a fare, una moneta unica che dimezza il valore dello stipendio, una teoria della flessibilità del lavoro che in Italia viene coniugata con i verbi licenziare, assumere provvisoriamente, assumere godendo di soldi dello Stato, assumere per far finta di assumere. E fuori un mondo che perde fiducia, si impoverisce, si arrangia, non ha la forza di protestare, si riversa in mille vicoli sperando che abbiano un’uscita, si affida a mille persone sperando che abbiano la bacchetta magica. Disperazione ed ingenuità. Per celebrare il primo maggio in maniera appena appena degna , bisognerebbe che si facesse il mea culpa , si chiedesse perdono ai giovani ingannati, ai lavoratori derubati nei diritti, alla prima generazione del precariato che nasce precario e arriva a sessant’anni precario. E questo perché da una parte si cerca di mantenere i profitti alleggerendo le tasche di chi lavora, oppure giocando a chi da di più e prende di meno, e dall’altro un Sindacato che per difendere se stesso fa l’errore di difendere solo i suoi tesserati, quelli che il lavoro ce l’hanno , facendo finta di non vedere tutti gli altri, gli interinali, i cococo, i cocopro, gli assunti a termine, e la marea di disoccupati, che girano per l’Italia cercando un lavoro che non c’è. Dare dignità al primo maggio significa avere il coraggio di mettere il lavoro al centro, non con gli slogan che hanno perso significato e valore, ma con la capacità di guardare lì dove avvengono le distorsioni, lì dove si minano gli sforzi generali, lì dove si annida la corruzione, lì dove si scoraggia il merito, lì dove si crea un circuito di privilegiati, lì dove si nega la competizione vera. Su queste cose i Sindacati sono strabici, sembrano che le mettano a fuoco e invece guardano altrove. E l’incapacità di rinnovarsi è una complicità manifesta con chi quelle politiche di negazione del lavoro le mette in atto.