giovanni benedetto

Ieri sera, in piazza duca della verdura, a Potenza, su iniziativa del Movimento per l’Europa “Italia popolare” e l’associazione culturale l’altenativa, si è parlato del libro di Paolo Franchi “Pietro Nenni. Socialista, libertario, giacobino”.

Hanno discusso con l’autore Carmelo Conte, Giuseppe Gargani e Roberto Speranza.

La giornalista Chiara Geloni, responsabile della pagina web Articolo uno, ha moderato l’incontro.

Il libro raccoglie i diari del politico nel periodo 1973-79, i diari che risalgono ai periodi precedenti sono stati scritti in tre volumi e coprono i periodi compresi  tra il 1943 e il 1971.

I diari sono una miniera ricchissima di riflessioni; di giudizi storici e politici che tengono insieme passato e presente ; ricordi di uomini e donne della politica italiana e internazionale, della letteratura e dell’arte. Le pagine sono piene di testimonianze della straordinaria umanità che rese Nenni molto diverso dagli altri leader del tempo.

Parlare della figura di Nenni richiede tempo e luoghi idonei, il dibattito tra i politici si è soffermato a trattare per grandi linee la sua storia politica, del suo partito e i rapporti con gli altri.

Nenni fino dall’infanzia ha mostrato un carattere ribelle, partecipando da adolescente a molti moti di piazza, che da grande rispetto a certe battaglie politiche lo trasformavano in rivoluzionario.

Tale fu il suo atteggiamento in occasione della guerra di Libia che proclamò il governo Giolitti all’impero ottomano nel 1911 e che a causa della sua opposizione intransigente gli costò, insieme a Mussolini, il carcere.

Da giovane iscritto al partito repubblicano fu molto critico per la forma di governo postunitario e della stessa monarchia, egli era per una forma di governo repubblicano e anche questa sua scelta confermò la sua indole rivoluzionaria perché in quel momento storico era improponibile schierarsi per tale forma di governo.

Intorno al 1921 lascia il partito repubblicano e si scrive a quello socialista diventando il direttore dell’avanti.

Durante il regime fascista nel 1926 si sposta con la sua famiglia in Francia da dove combatte il nazifascismo e durante lo stesso periodo partecipa alla riunificazione di tutte le forze socialiste per farne un partito unico.

Dopo il lungo periodo di clandestinità la sua lunga attività politica la riprende dopo la fine della seconda guerra mondiale e duro’ fino ai primi anni settanta.

La sua militanza politica ebbe pochi successi e molte amarezze, il più grande successo fu quando gli italiani votarono per la repubblica, il suo cruccio forse che l’ha segnato di più è di non essere riuscito a creare un partito socialista alla stessa stregua dei laburisti inglesi o la socialdemocrazia tedesca.

All’interno del partito socialista è stato senza dubbio il politico più longevo e più importante, nel panorama politico nazionale non sempre gli storici o i politici stessi gli hanno riconosciuto i giusti meriti, o perlomeno l’hanno tenuto in disparte, forse schiacciato da due personalità ingombranti del peso di De Gasperi e Togliatti che in due catturavano il 60-70% dell’elettorato. 

I tre relatori hanno anche accennato alle debolezze della politica odierna dove predomina il governo del potere finanziario, i tecnici amministrano e i politici parlano.

Gargani ha posto l’accento sull’importanza dei partiti ante92 ai quali non dava mai l’etichetta di avversari, ma forze che hanno concorso insieme al rafforzamento della democrazia e alle regole della costituzione.

Di Nenni ha riconosciuto che era un socialista autentico e che avrebbe potuto competere col partito interclassista della Dc se non avesse avuto alle spalle l’ombra di Max.

Gli oratori hanno accennato alle debolezze dei partiti attuali dove la destra e la sinistra non rappresentano delle aree culturali e politiche per fare fronte ai bisogni della società e dei suoi cittadini ma sono delle aree indistinte dove prevalgono accordi di potere.

Leggi contro la costituzione, il vizio di ignorare la storia rottamando tutto ciò che sa di vecchio, ha dato spazio al personalismo, alle leadership, sottraendolo alla naturale discussione politica.

Insistere in questa direzione, e rinunciando a fare della politica un laboratorio di confronto e sintesi delle idee è la strada più sicura e veloce per abbattere la democrazia.