Lestissimo nel cambiare casacca, il consigliere regionale Tommaso Coviello, si candida a guardia del corpo della Meloni difendendola da quella vera e propria carognata verbale che ha paragonato il reddito di cittadinanza a metadone per il mantenimento dei fannulloni. E questo mentre il leghista Giorgetti, come già aveva fatto Draghi, riconosce pubblicamente quello che tutti gli economisti hanno rilevato: e che cioè il reddito di cittadinanza se non è valso all’inserimento lavorativo, è stato provvidenziale per affrontare la pandemia ,evitando che alla tragedia sanitaria si aggiungesse quella sociale nelle sue forme più estreme, ben al di là di quanto la Caritas potesse arginare . E’ una polemica che si iscrive nel repertorio razzista di quegli stessi che condannano l’immigrazione e poi sotto sotto sfruttano gli immigrati e che chiamano fannulloni i giovani per poi dargli 50 euro per i fine settimana passati a servire ai tavoli o a lavare i piatti o che dicono che quella misura va a delinquenti e mafiosi, che è un po’ come dire che nei partiti tutti rubano o sono tutti corrotti.. E se i padroncini si lamentano per il fatto che non trovano più lavoratori, è un buon segno per chi ha prodotto la misura del reddito di cittadinanza, perché significa che almeno è riuscito ad evitare lo schiavismo che perdurava nel settore dei servizi e del turismo. Ora, premesso che la pandemia ha registrato il battesimo provvidenziale di questa misura come strumento di sopravvivenza della parte più debole della popolazione, il ragionamento che si deve cominciare a fare, e che fortunatamente trova le prime importanti prese di posizione riguarda a) l’insuccesso totale del reinserimento lavorativo b) il modo di mettere questa misura al servizio della produzione, sia nel settore privato che in quello pubblico. Su queste cose si deve ragionare partendo dalla considerazione che qualsiasi persona dotata di intelligenza, anziché arrangiarsi con il reddito di cittadinanza più qualche lavoretto in nero preferirebbe un lavoro stabile anche se umile, capace di dargli la prospettiva di mantenere una famiglia e di tornare a casa con la dignità di chi fa il proprio dovere di capo famiglia. E dunque, come più volte abbiamo sottolineato su queste colonne, bisognerebbe fare di questa misura un modo per agganciare un lavoro stabile, mettendolo magari a disposizione di un contratto di reinserimento sia nel privato che nel pubblico. Cioè non più un sussidio in attesa di trovare un lavoro, ma un sussidio per creare forme di lavoro dignitose e durature. Il problema che si ha in Italia è che il finanziamento pubblico viene speso in troppe direzioni diverse, nessuna delle quali risulta di per sé vincente, ma che messe insieme potrebbero raggiungere un risultato. La misura resto al sud, potrebbe ad esempio arricchirsi del reddito di cittadinanza per almeno cinque anni, in maniera da organizzare delle cooperative di servizio nei settori privati e pubblici capaci di vivere dignitosamente sul mercato, sia che si tratti di prestazioni d’opera sia che si tratti di produzione di beni. Così come un riequilibrio della spesa italiana tra regioni del Nord e quelle del Sud rispetto a servizi essenziali ( asili nido, scuola materne, verde, manutenzione strade) potrebbe rappresentare quel tanto che manca a impiegare questa platea in lavori di pubblica utilità, organizzati in forma cooperativa, con strumenti adeguati e previa formazione specifica. Insomma tutto questo per dire che bisogna fare un passo in più rispetto al reddito di cittadinanza e creare un percorso che porti al lavoro e non un sussidio in attesa di un lavoro che non arriva. Rocco Rosa
PROVE DI RAZZISMO SUL REDDITO DI CITTADINANZA
