Marco Di Geronimo
La profonda crisi politica cui va incontro questo Parlamento si gioca tutta sulle capacità del PD di liberarsi di Matteo Renzi, o più genericamente di trovare una nuova dimensione di centrosinistra in cui collocarsi a breve e medio termine.
La linea del Segretario («il PD starà all’opposizione») ricorda quella che Martin Schulz in Germania aveva provato a imporre all’SPD prima di essere silurato. Anche la motivazione – cioè il tentativo di ricostruire una verginità politica a un partito bocciato dagli elettori dopo anni di politiche invise alla maggioranza – è la medesima. Tuttavia l’intero partito non condivide la dottrina renziana e chiede a gran voce la destituzione del capo.
Si spiega presto la ragione che muove Franceschini (il vero proprietario del Nazareno dalla fuoriuscita di Bersani) a scalciare Renzi dalla poltrona più in alto nel partito. Il Segretario sta chiaramente cercando di perfezionare una manovra spericolata, che permetterebbe al Partito democratico di mantenere un saldo controllo sul potere e al tempo stesso garantirebbe a Renzi stesso una presa d’acciaio sull’intera compagine governativa e partitica.
L’ex sindaco di Firenze vuole trovare un accordo col centrodestra, inducendo Salvini a recedere dalle sue pretese per la premiership (al momento l’ipotesi di governo M5s-CDX difficilmente può perfezionarsi). Se la Lega rinuncia a esprimere Palazzo Chigi, il PD potrebbe dare un appoggio esterno (o magari entrare organicamente in maggioranza) nel tentativo di costruire un Governo responsabile che tenga fuori i 5 Stelle dalle segrete stanze. Una manovra del genere metterebbe sotto pressione la minoranza, ma le impedirebbe di uscire: il ridicolo 3% incassato da Liberi e Uguali scongiura qualsiasi scissione bis.
I democratici non potrebbero che occupare un ruolo chiave nella politica del futuro esecutivo, blindando le riforme che il centrodestra minacciava di abolire (e ricevendo così apparenti vittorie politiche ai danni proprio della Lega). «Regista» di questa operazione potrebbe essere proprio Berlusconi, con cui si sarebbe incontrato Renzi secondo alcune voci di corridoio non confermate nei giorni precedenti.
È chiaro però che ritornerà il trattino nel centro-sinistra, a causa dell’intenzione di Renzi di rompere tutti i ponti con le minoranze interne. L’eventuale spostamento del PD a sinistra dopo la contro-scissione renziana potrebbe completare l’opera. Ma il piano renziano ha due falle. La prima: la forza interna di Franceschini coniugata alla mancanza di credibilità di Renzi, che potrebbe indurre il progetto liberal-chic al naufragio per mancanza di mezzi. La seconda: la travolgente crescita dei pentastellati, veri vincitori di questa elezione, che verrebbero esclusi da Palazzo Chigi con una manovra di caminetto (per usare le parole del leader PD) e potrebbero pescare non solo da un elettorato democratico definitivamente in rotta, ma anche da quello leghista (necessariamente deluso dall’inciucio congelante con la formazione liberal).
I falchi e le colombe in quota democratica credono che la via più semplice per la sopravvivenza del partito è l’intesa col Movimento 5 stelle. La formazione ha subito una svolta che la rende tutto fuorché antisistema, pur esprimendo una proposta politica radicale. Come è stato fatto notare, il cuore economico pentastellato ormai batte a sinistra (basti guardare il tridente dei Ministeri economici proposto da Di Maio) e i grillini sembrano ragionevoli nell’offrirsi al confronto con i democratici. Se gli eredi legittimi di Botteghe Oscure consegnassero Palazzo Chigi alla Lega (o a un suo premier fantoccio), dovranno scontare sconfitte maggiori. E lo sanno bene. Ecco perché la partita che si gioca all’interno del PD corre tutta sul filo del rasoio.
