TERESA LETTIERI

La discriminazione sessuale aggiunge un altro punto all’abaco delle diversità che imperversano maggiormente nel mondo delle donne, e lo fa in materia di abbigliamento. Apripista, questa volta, è il Regno Unito a seguito del licenziamento di una segretaria della City che si è rifiutata di indossare scarpe con il tacco. La risonanza dell’accadimento ha superato addirittura i confini del reame tanto che il Canada si è adoperato per abrogare una legge analoga, che imponeva l’uso delle calzature “armate”,a favore di un dress code ragionevole e di regole equivalenti per uomini e donne. In Inghilterra il caso è stato seguito da una petizione attivata dalla vittima che ha raccolto oltre 152.000 firme e una valanga di esposti giunti al Parlamento, sintomo di una casistica piuttosto frequente e non isolata come si immaginava in un primo momento. Ora senza sindacare sui dettagli della richiesta, che a quanto riporta la cronaca riguardava calzature con un tacco dai 5 (che tra l’altro è un tacco consigliato dai medici del settore) ai 10 cm, a scelta dell’impiegata costretta ad accompagnare i clienti presso i vari uffici per nove ore al giorno, il problema risiede nell’imposizione di una regolamentazione che ha obiettivamente dell’assurdo. Approfondendo il caso, peraltro, si scopre che nel pacchetto assunzione rientravano l’obbligo della minigonna, il trucco abbondante, lo smalto alle unghie e l’apertura della camicetta di uno-due bottoni durante il periodo natalizio per invogliare i clienti all’acquisto. E’ evidente che i datori di lavoro, nonostante dal 2010 l’EqualityAct proibisca queste imposizioni, ignorino completamente la buona creanza a parte la regola approfittando del potere di decidere su un curriculum piuttosto che su un altro (su quale curriculum?)in un ambito come quello lavorativo dove si dovrebbe spaziare su competenze e requisiti e non sull’orlo della gonna. Se non bastavano quindi quelli che ti fanno firmare la lettera di dimissioni all’atto dell’assunzione, ti fanno percepire un compenso inferiore alla busta paga concordata (e obbligatoriamente firmata), che alla parola figli decidono di revocare i requisiti richiesti, o le note mano morte attempate che in giudizio vengono assolti per “immaturità” da giudici donne, gli imponitori di usi e costumi discutibili, e non mi riferisco alle calzature ma a tutte quelle richieste che scavalcano il code del rispetto del lavoratore, aggiungono altra inciviltà soprattutto laddove esiste una legislazione in merito, puntualmente elusa. E’ pure vero, tuttavia, che l’uso di un codice anche per quanto attiene l’abbigliamento dovrebbe già appartenere al lavoratore medesimo, a meno di regole previste in funzione dell’attività svolta e dell’ambiente di esercizio. Non è inusuale, infatti, che ci si ritrovi in uffici pubblici al cospetto di personale sciatto e spesso non perfettamente pulito e questo a prescindere da un codice che invece dovrebbe rientrare nella cura di base della persona, senza regole stabilite. Se poi, ci si inoltra nell’osservazione non è difficile imbattersi in mise tanto aderenti quanto fascianti, look vedo-non-vedo ma vedo, intimo che appare e scompare a seconda della posizione assunta che nel rispetto di chi l’indossa non contempla affatto quello verso sia il luogo che l’utente, spesso in forte imbarazzo. E’ anche vero, tuttavia, che le norme in molto casi intervengono a validare una cattiva gestione dei costumi di un popolo che ignora l’educazione e il buon gusto sebbene si possano insegnare ed apprendere come se fossero materie scolastiche senza scomodare i Parlamenti.Quindi, se pare assurdo legiferare per obbligare un tacco è altrettanto assurdo recarsi al lavoro con i sandali della pietas o gli infradito pensando di rinfrescare l’alluce valgo in una calda giornata di agosto. E se penso che la vittima del licenziamento abbia chiesto ai titolari della sua ditta se anche per gli uomini fosse previsto il medesimo trattamento penso che, aldilà della ragione della lavoratrice, i diritti sono una cosa seria e impugnarli additando motivazioni ridicole sminuisce la serietà della causa. Più che i tacchi a volte contano…le punte!