by ANTONIO NICASTRO

Per molti potentini la Villa del Prefetto è un oggetto misterioso, un pezzo di città che non è appartenuto alla collettività in maniera continuativa. Prima di diventare un fazzoletto verde è stata, fino agli inizi dell’800, terreno agricolo a servizio del Monastero dei Padri Conventuali di San Francesco; dal 1808 fu pertinenza privata del Capo della Provincia e degli Uffici dell’Intendenza e della Provincia poi. Solo nell’epoca fascista furono intrapresi i lavori i cui frutti possiamo oggi ammirare nell’attuale conformazione della Villa.

Fino alla metà degli anni ’70 del secolo scorso la “villa” è stata pertinenza privata dei prefetti che si sono alternati. La folta alberatura che la circondava creava una sorta di cortina verde che lasciava solamente intravedere i vialetti, la sontuosa gradinata monumentale, il bellissimo gazebo in ferro, la balconata in cima, una sorta di belvedere.  A beneficiare della vista erano soprattutto gli abitanti dei piani alti dei fabbricati di via Mazzini, quelli posizionati lungo il muro di cinta della villa.

Con la mia famiglia ci trasferimmo in via Mazzini nel 1969, al quinto piano di un fabbricato posizionato di fronte il margine sinistro della Villa del Prefetto. All’epoca il piccolo parco  non era ancora stato aperto al pubblico, e io dal balcone di casa potevo ammirare l’interno. Ricordo che il Prefetto dell’epoca, nei caldi pomeriggi d’estate usava giocare a tennis; il più delle volte il suo avversario era una giovane donna, forse la figlia. Scendevano dall’alloggio privato accompagnati dal maggiordomo, vestiti completamente di bianco – a quell’epoca il tennis aveva regole inflessibili per l’abbigliamento di gioco – ed io rimanevo incantato ed affascinato da quelle partite giocate a ritmi blandi, mentre con un binocolo cercavo di guardare da vicino il campo di terra rossa che si intravedeva fra i rami di pini e magnolie.

Quel campo da tennis era curato quasi con amore. Il giardiniere provvedeva a rullarlo almeno una volta a settimana, non prima di averlo innaffiato. Dopo qualche  tempo, non ricordo precisamente l’anno, forse il 1974 o il 1975, la villa venne aperta al pubblico e finalmente i potentini poterono ammirarla ed apprezzarne la frescura nei mesi estivi. I vialetti si animarono, spesso non si trovava un posto libero sulle panchine.

Io scelsi la “mia” panchina a metà costa sul lato destro, nei mesi estivi di mattina mi fermavo a leggere il Corriere dello Sport, tutti i lunedì. Negli altri giorni su quella panchina ho divorato le riviste di fumetti, rigorosamente reperite all’edicola di Aldo, quella in via Pretoria: Linus, Eureka, gli oscar Mondadori, che vennero lanciati a 1.000 lire a copia.

Spesso in quella villa ci portavo il mio pastore tedesco, Gliock. O forse, a ben pensarci, era lui a portare me, tanta era la foga con cui s’arrampicava lungo quei vialetti. Spesso incrociavamo le casalinghe che attraversavano la villa con le borse della spesa fatta al “mercato dei poveri” o ai mercatini di largo Pignatari, o della discesa San Giovanni. Era più comodo attraversare la villa entrando dall’ingresso a destra del cinema Ariston, piuttosto che scendere dai ripidi scalini della gradinata 4 novembre.

Alcuni anziani pensionati sostavano nella parte alta -troppo faticoso risalire- appoggiati alla balaustra posizionata nello spiazzo ubicato a due passi dell’accesso alla villa dal piano terra del palazzo della Provincia. Trascorrevano il tempo in attesa del pranzo, un gruppetto di cinque o sei anziani era solito giocare a carte sotto il gazebo. Il loro tavolino era fatto da una cassa vuota di birre, ribaltata e ripulita.

La Villa del Prefetto non era molto frequentata dagli studenti, nè tantomeno da quelli che la scuola la saltavano a piè pari. La coda del sessantotto, con gli scioperi studenteschi che si facevano più radi, portava gli studenti che si astenevano dalle lezioni  a riversarsi al parco Montereale e nella Villa di Santa Maria. Poche anche le coppiette di fidanzati che decidevano di passare del tempo in quel luogo. Le mamme che spingevano il passeggino, invece, faticavano non poco nei tratti più irti dei vialetti.

La domenica era il giorno più affollato. All’ora di pranzo, con in mano il vassoio di paste comprate al Bar Pecoriello o alla pasticceria Merlino, i capi famiglia di via Mazzini attraversavano di fretta la villa, ansiosi di riunirsi a tavola con il resto della famiglia.

La villa era ritenuta una location ideale per le tradizionali foto da scattare agli sposi nel giorno del loro matrimonio; chissà quanti settantenni di oggi conservano sul comò l’immagine del loro matrimonio, con lo sfondo della gradinata monumentale o con alle spalle il panorama delle campagne cittadine.

L’evento che ha segnato in maniera indelebile la nostra città, il terribile terremoto del 1980, è coinciso con la chiusura al pubblico della Villa del Prefetto, chiusura durata fino alla metà degli anni novanta del secolo scorso. In questo lungo arco di tempo si effettuarono lavori di restauro, fra l’altro venne posizionata nei pressi del gazebo l’antica fontana che nell’ottocento era collocata in piazza Prefettura di fronte l’ingresso del Teatro Stabile, fontana che venne poi spostata in Piazza 18 Agosto, per scomparire misteriosamente quando venne ristrutturato il quadrivio del centro cittadino.

Per anni non s’è saputo niente di quella storica fontana; le solite leggende metropolitane la davano imboscata in una villa di questo o quel politico o personaggio di spicco. Fu una grande sorpresa vederla riapparire, rimessa a nuovo, nella Villa del Prefetto. La vasca, dipinta di blu, regala uno spettacolare effetto cromatico in mezzo al verde della vegetazione.

In quel periodo si tennero rassegne cinematografiche molto apprezzate dalla gente. Un telone posizionato nel campo di tennis a mo’ di schermo cinematografico fu una vera delizia,  nelle calde serate d’estate, per gli amanti del cinema. Da casa mia, da quel balcone al quinto piano, riuscivo ad intravedere solo uno spicchio dello schermo. Il bagliore del proiettore si poteva paragonare ai lampi di un improbabile temporale, il suono emesso dalle casse acustiche risultava gracchiante e le voci incomprensibili. Ma era tutto magico.

Poi di nuovo un periodo d’oblio, i cancelli di nuovo chiusi, ogni tanto qualcuno che ne chiede la riapertura ed il tempo che trascorre inesorabile arrecando danni alle strutture non più oggetto di manutenzione.

Bisogna aspettare il nuovo millennio per poter tornare a  godere della frescura della Villa del Prefetto. Nel 2003 riaprirono i cancelli di via 4 novembre e di via Mazzini, la gestione è sempre affidata alla Provincia, si provvede a trasformare il campo da tennis in campo di calcetto, adeguamento obbligatorio alle nuove tendenze sportive. Frotte di ragazzini si alternavano a rincorrere un pallone, i vialetti vennero abbelliti dalle sculture di un artista potentino, c’era vita di nuovo nella villa. Dopo qualche tempo, però, intervenne una nuova chiusura.

Di nuovo accessibile al pubblico dal 2005 al 2007, poi, ancora una volta, una malinconica chiusura. Ogni tanto si leva una voce per invocarne la riapertura, mentre nel frattempo il degrado e la vegetazione esuberante si impossessano di ogni angolo della villa. Altri lavori per cercare di fermare l’azione del tempo, l’illusione di riaverla disponibile, la vegetazione cresciuta in modo incontrollato che ha nel frattempo nascosto  del tutto i vialetti, le  gradinate, il gazebo, il campo da tennis.

Le radici di alcuni alberi si sono incuneate  fra le pietre dei muretti a secco e dei muri di della recinzione, qualche albero cresciuto sproporzionatamente  si è adagiato sulla scarpata…. Degrado, incuria e abbandono che mi hanno intristito.

Negli ultimi due – tre anni si sono visti di nuovo operai al lavoro, si è proceduto a mettere in sicurezza i muraglioni, si sono potati gli alberi e ripulite le radici. Poi, inaspettatamente, sul limitar della più calda estate degli ultimi anni la sorpresa più inaspettata: la villa di nuova aperta! Una riapertura non definitiva, perché bisognerà trovare qualcuno a cui affidarne la gestione, ma è bastato averla di nuovo resa fruibile alla cittadinanza per alimentare speranze per la definitiva “consegna” alla città di questo, per noi, inestimabile polmone verde.

Chi è tornato, magari per semplice curiosità, a fare quattro passi nella villa ha avuto modo di constatare che essa è piuttosto sgarrupata. L’azione del tempo è stata implacabile.

Anch’io sono tornato a frequentare quotidianamente, la utilizzo come scorciatoia per raggiungere l’abitazione del mio anziano genitore. Non c’è più la “mia” panchina, non ci sono più tutte quelle ai lati dei viali, chi vuol trattenersi può utilizzare le poche panchine di cemento sopravvissute o riposarsi all’ombra del gazebo, anch’esso piuttosto malandato, sulle nuove sedute sistemate per l’occasione.

Il campo di in terra battuta è stato adattato a campo di calcetto ma non  è molto frequentato dai ragazzini. Non ci passano più le casalinghe con le buste della spesa perché nel centro storico, “sopa Putenz”, non ci sono più i mercatini di frutta e verdura e, a dire il vero, neanche i piccoli negozi  di vendita al dettaglio. C’è poco movimento insomma, in questi anni il baricentro della città s’è spostato altrove e a frequentare il centro storico sono in pochi, il tradizionale “struscio” in via Pretoria non è più di moda.

Segno del tempo che cambia, un tempo che resta vivo nei nostri ricordi e nei nostri pezzi di memoria, rinverdito, di tanto in tanto, da qualche luogo storico che torna nostalgicamente a rivivere.