Certo, è uno sporco affare. Lo è ogni volta che il popolo si rende conto, con dati di fatto, di essere stato tradito. Lo è ogni volta che vede, attraverso le lenti attente della magistratura, che le stesse persone che ha messo al governo sono quelle che hanno voltato loro le spalle. E non basta. È un affare talmente sporco che il popolo – sempre quello di prima – non solo è stato tradito ma sono stati ignorati completamente tutti i suoi bisogni primari. Si badi bene, bisogni, non interessi. I bisogni, secondo la famosa piramide di Maslow, vengono prima del soddisfacimento degli interessi. Riguardano le stesse condizioni di vita e di sopravvivenza. E se entriamo ancora più in questo discorso, la cosa non si fa solo tanto sporca, ma assume toni drammatici, tragici, incommensurabili. Ed è chiaro che l’affare – perché per alcuni è questa la parola da usare – è talmente sporco da colorarsi delle stesse tonalità di quel maleodorante prodotto che fuoriesce dal sottosuolo. Eppure la vicenda che più indigna l’anima delle persone – visto che il corpo ne ha ormai più che in abbondanza – è quella della Sindaca. “Sindaca” è un nome di per sé cacofonico. Suona male, ma male assai. Se poi le intercettazioni rivelano frasi tipo: “della sicurezza non ce ne fotte niente” allora l’ondata di avversione si estende dal nome cacofonico alla persona che quel ruolo indegnamente ricopre. Usava l’auto della polizia per andare a farsi i capelli – non so se li avete visti i capelli della Sindaca -, nemmeno Diego Della Palma li migliorerebbe più di tanto. E non finisce qui. Capitolo raccomandazioni. Il primo cittadino stabiliva il grado di competenza dei suoi referenziati ben oltre i titoli di studio posseduti. “Salvatore me lo devi mettere al numero uno: tiene la terza media ma è come se fosse diplomato”. Perché, diceva, il ruolo dei Sindaci è cambiato: ormai è diventato un ufficio di collocamento. “Questi me li devi pigliare, bello. Senza se e senza ma”. Ecco come si rivolgeva ai dirigenti della Total. Alla faccia di tutti gli altri che non hanno mai avuto rapporti con lei, che non rientravano nel suo stretto giro e che, pertanto, per trovare un lavoro, erano (e sono) costretti a farsi migliaia di chilometri da casa, navigare a vista, fare sacrifici immani e subìre l’onta, che ancora i nostri figli subiscono, di essere scambiati per terroni sfaticati, e dover lavorare il doppio per togliersi di dosso quel pregiudizio. La definizione di Sindaca sarà pure cacofonica, ma non è certo il suono la cosa peggiore di questa vicenda. Alla base c’è un totale disprezzo per i tanti “signori nessuno”, per quelle persone che, semplicemente, non rientrano in nessun “cerchio magico”, c’è un metodo che non ammette confronti, c’è l’abbattimento di ogni speranza di futuro per i giovani, il tutto condito da moralità da marciapiede, da linguaggio privo di forma, da metodi completamente fuori dalla legalità, e l’amministrare la cosa pubblica come se fosse il proprio giardino. Ma in questa vicenda ci sono un paio di domande che ronzano con insistenza nella mente. La prima è: come mai i cittadini di un paesino di 2.500 abitanti, nel quale si conoscono tutti, abbiano dato i propri suffragi a personaggi di questa portata senza nemmeno per un secondo preventivare i danni che sono in grado di produrre? Il secondo interrogativo attiene invece ai criteri attraverso i quali si individua la classe dirigente. A quali logiche devono rispondere personaggetti simili (per dirla con le parole di un ex Sindaco – stavolta maschio) per essere individuati quali papabili candidati alla guida di una collettività? Il solo, poco consolabile, effetto positivo che scaturisce da questa vicenda risiede nella speranza che, dopo aver visto all’opera un simile amministratore, presumibilmente i prossimi primi cittadini che guideranno i nostri paesi possano essere migliori di questo. Non ci vuole poi molto: basta essere normali. Anche se non sono del tutto certo che il popolo lucano (sia considerato dal punto di vista dei partiti politici che da quello del semplice cittadino) sia in grado di fare tesoro da simili, devastanti, esperienze.
QUANDO IL SINDACO E’ UFFICIO DI COLLOCAMENTO
