ANNA MARIA SCARNATO
Quanti di noi hanno purtroppo sperimentato come spesso in alcuni Enti pubblici , sia amministrativi che scolastici, sanitari etc, siano da sempre esistite, e permangono forse tuttora, modalità discrezionali nelle scelte operate e mascherate da concorsi espletati ma non sulla base di un criterio oggettivo di selezione quanto su accomodamenti preferenziali; quanti da infermi negli ospedali o rivolti ad un servizio di prenotazione sanitaria hanno avuto l’occasione di sentirsi trascurati e relegati in spazi temporali diluiti e che, invece, per i “privilegiati” delle scorciatoie sono stati più brevi? Tanti sicuramente. Occorre sempre lottare per far notare a qualcuno che esiste anche una alterità altrettanto bisognosa e non solo l’amico, il cliente o il paziente che dallo studio medico privato arriva più facilmente a trovare un posto nell’ospedale pubblico dove il sanitario esercita. Ed è successo alcuni anni fa in un noto ospedale della capitale che un paziente del sud, ricoverato d’urgenza dal pronto soccorso per gravi complicanze cardiache, uno tra tanti e per di più trovatosi lì per motivi familiari, sconosciuto alle visite di prericovero e ai medici di reparto, dopo un delicato intervento chirurgico, necessitasse di terapia ribilitativa e venisse destinato a Case di cura fuori Roma per mancanza di posti nel reparto del grande nosocomio. Non fu difficile notare, nel contempo, che altri ammalati operati nella stessa giornata, seguiti e fatti ricoverare da dirigenti medici e direttori di unità ospedaliere, secondo una accordata calendarizzazione, trovassero posto dove, secondo quanto comunicato, mancavano. Il bisogno, il sentirsi perso lontano da casa, trovarsi in un luogo così grande che rendeva tutto più difficile per un paziente non in buone condizioni fisiche e per i familiari accompagnatori furono l’amaro contenuto di un‘ indignazione che aveva il sapore di una discriminazione bella e buona , di una selezione umana operata per interesse materiale di comodo per la quale un uomo occupava un secondo posto rispetto ad altri che, magari, per parcella privata o conoscenza diretta avevano acquisito diritto ad un accesso di cura e in luogo a loro dedicato. Fu allora che l’emozione divenne anche dissenso e forza tali da muovere i passi che da soli si orientarono nei lunghi corridoi senza bisogno di seguire indicazioni scritte o verbali. La Direzione sanitaria, indicata su un cartellino dietro una vetrata, e notata durante i giornalieri percorsi del familiare del paziente, era lì pronta ad aprirsi e permettere di illustrare le difficoltà. Di fronte al silenzio imbarazzato del funzionario che pretese le generalità e la firma di un documento dichiarativo, dignitosamente ma con determinazione si chiese, per pari opportunità, un’adozione speciale fondata sul diritto ad una presa in carica del malato non solo come paziente ma come persona. Gli occhi si intesero e sguardo e capo chini dissero che la parola era arrivata al cuore e aveva fatto breccia al senso di giustizia che in tutti c’è ma che spesso bisogna di uno scossone per venire fuori ed esercitarsi. Il posto anche saltò fuori e così il malato potè fare fisioterapia riabilitativa con gli altri nella stessa struttura. La sofferenza, lo sconcerto, la disperazione, la solitudine, il coraggio, insieme capaci di cambiare una abitudine radicata, forse, non in tutte le realtà ma molto frequente! La straordinarietà dell’evento non previsto, creando un vero choc all’assuefazione di pratiche e comportamenti che rendevano normale l’ordinarietà quotidiana, fu capace, attraverso il sussulto di una coscienza che reclamava parità di diritti, di restituire all’uomo stesso la dignità di un trattamento umano che si fa attenzione , inclusione e rispetto e il benessere psicologico nella sensazione di avere un posto nel mondo al quale appartiene . E allo stesso fautore del consenso dava un senso diverso al suo servizio e alla sua vita, facendo esperienza della propria significatività esistenziale, diversa ed utile ad un orientamento verso valori e obiettivi nuovi , forse, a cui puntare, ad un’evoluzione costante come dominio delle situazioni che si presentano.
Oggi, è il contagio virale, è la difficoltà in cui si trova l’intero mondo, è l’alto prezzo che paga nel numero di morti per covid, è la situazione gravosa degli ospedali, è la paura di una malattia che avanza modificata e senza freni , è tutto ciò che occupa gli spazi dell’attenzione e l’emotività di tutti gli uomini, è tutto questo lo choc che oggi la società vive. Un virus così aggressivo e spietato e così neutrale , questo sì, nel colpire a periodi ogni età generazionale. Un nemico che ha distolto l’uomo dagli interessi abituali per canalizzarlo verso altre modalità di vita aggregativa, verso cambiamenti di forme convenzionali di contatti fisici ed affettivi, in spazi limitati di libertà. L’essere umano ha subito un rallentamento nella corsa quotidiana agli acquisti, una rinuncia agli svaghi , ha subito un “virus” che nella sua cattiveria odiosa ha anche rappresentato enormi pause per riflettere, un sollecito a “pensare” in altro senso, a mettersi nei panni di un altro che , volente o nolente, è sotto i suoi occhi nelle lunghe file dove chiede il pane per mangiare, negli ospedali che entrano con le immagini nelle case a chiedere responsabilità, aiuto e pietà della sofferenza. Il virus è la straordinarietà che nella malasorte può cambiare l’ordinarietà della vita di tutti noi, coinvolgendoci ognuno nel proprio ruolo a dare un senso a tutto questo. Doveva succedere una botta di questa entità per far ritrovare una condizione umana più unita e ugualmente esposta che trova concretezza nella saggia espressione ”siamo tutti sotto il cielo”? Oggi, in questo dramma, siamo tutti più fragili ma se vogliamo, usciremo più forti. Negli ospedali, dopo le insicurezze iniziali causate dall’evento travolgente, si lavora con alacrità. Le differenze umane fisiche e di condizione sociale non si distinguono più, coperte da maschere e strumenti sanitari salvavita. A tutti la stessa attenzione, la stessa pietas degli operatori, le strette di mano mediate da un guanto “sensibile”. Oggi la pausa ci concede l’opportunità di dare un valore diverso al denaro. La vita a ciò che è solo materia non può affidarsi . Le “raccomandazioni ”per visite e cure mediche sono per tutti i malati. Muoiono i medici, infermieri, operatori e volontari per loro, per i pazienti covid. La condivisione delle emozioni, del dolore fanno toccare la morte ma danno anche gioia i momenti in cui si è riusciti a far riprendere una vita. Nessuna vittoria personale di chi è impegnato in questo inferno. Tutti uomini in viaggi umani a scommettere sulla propria resistenza per gli altri. Chissà se questa straordinarietà ci faccia comprendere che non siamo padroni nemmeno dell’attimo e che la giustizia e l’uguaglianza non devono esistere solo in questi momenti di turbamento! Essi devono accompagnarci come verità profonde , non temporanee, liberandoci dal cercare “saltafila” , escogitare furbate, facilitazioni o agevolazioni personali nei percorsi come purtroppo è avvenuto per le vaccinazioni non autorizzate per familiari, amici e categorie non a rischio.
E la straordinarietà di un evento improvviso non farà più paura, come la storia ci ha insegnato insieme all’esperienza iniziale che vi ho testimoniato. Il coraggio, la coerenza, il valore di uno sguardo, la bellezza di un gesto, il calore di una mano, l’umiltà nel chiedere aiuto e il dono di una risposta alle difficoltà saranno il nostro bagaglio d’ora in poi? Percorsi ”puliti” e non “ sporchi” ci terranno lontani dal covid ma anche dallo smarrimento del senso della vita. Forza, ci stiamo provando!
