PATRIZIA BARRESE
La natura ha potere di distruggere e creare, ci mette dinanzi a prove di resistenza spesso imprevedibili che creano fratture dentro il nostro sistema di certezze, facendo emergere la nostra incapacità di confrontarci e di dominare le forze profonde che neppure i Titani e la loro forza primordiale, sarebbero riusciti a dominare. Tuttavia, parlare di terremoti e tutt’altro che invocare la mitologia greca e il ricordo fantasioso degli “scuotitori della Terra” come venivano intesi gli dei di Esiodo. Quando la terra trema, alla luce di quanto sta sconvolgendo il mondo intorno a noi, riporta inevitabilmente alla mente la storica data del 23 novembre 1980: quarantatrè anni sono trascorsi dalla scossa di magnitudo 6.9 (scala Mercalli pari al 9° grado) che devastò un’area compresa tra Basilicata e Campania. Distinti processi di rottura in regime estensionale, lungo differenti segmenti di faglia, succedutisi ad intervalli di pochi secondi l’uno dall’altro, hanno generato questo terremoto e altri precedente avvenuti in passato, negli anni 80, quando addirittura la più vicina strumentazione che ha permesso di effettuare un’analisi approfondita delle condizioni sismiche e geofisiche era ubicata presso l’Osservatorio Vesuviano, a circa 80 km dall’epicentro del terremoto e pochi erano i sismografi collegati in tempo reale con la stazione di monitoraggio.
Furono 90 interminabili secondi in cui, benchè l’epicentro fosse situato tra le due regioni meridionali, dalla Sicilia alla Pianura Padana la scossa venne avvertita arrecando i suoi danni morali e materiali. Un grave bilancio fra vittime, feriti e sfollati in cui, comuni come Pescopagano, Balvano e numerosi altri, contarono oltre 80mila abitazioni distrutte, 300mila gravemente danneggiate e vite spezzate. Balvano, inizialmente sconosciuto alla geografia d’Italia, divenne il paese della “strage degli innocenti”, il crollo della Chiesa Madre con le sue pietre di morte, inghiottì ben 66 bambini, spegnendo il sorriso sulle labbra dei propri cari e gettando nella disperazione chi era rimasto in vita.
L’indice di distruzione che per alcuni comuni fu calcolato al 95%, reca la vulnerabilità di queste aree dell’Italia risultate inadeguate, dal punto di vista strutturale e antisismico, a sostenere la potenza di tale evento calamitoso, là dove trasformazioni urbane e paesistiche hanno mutato in modo massiccio e repentino, il volto di un territorio che contava infiniti brandelli di macerie. I terremoti che nella storia hanno interessato la dorsale appenninica irpino-lucana sono stati diversi e devastanti, le documentazioni presenti già nei primi cataloghi sismici del 1457 parlano di un terremoto avvenuto nell’Italia meridionale del 1456, testimonianze protogiornalistiche raccontano del terremoto del 1694 avvenuto tra Campania e Basilicata.
Nel 1883 Mercalli pubblicò la prima Carta Sismica d’Italia con le aree maggiormente interessate da eventi sismici. Persino Giustino Fortunato, nelle sue pagine memorabili parlava della situazione meridionale associata alla “fatalità geografica” del nostro Paese anche facendo riferimento ai terremoti. Ignazio Silone, segnato dal sisma di Avezzano del 1915 a causa della perdita della madre, parlerà del terremoto come di un flagello che pregiudica lo sviluppo del Mezzogiorno. La sismicità della Penisola italiana, legata alla sua particolare posizione geografica, fatta eccezione per la Sardegna non interessata da eventi sismici, è nota ai più e la geologia insegna della presenza di due placche – Africana ed Eurasiatica – la cui frizione genera i fenomeni sismici cui abbiamo assistito. Concentrazioni di faglie che, dall’Appennino centro-meridionale fino all’arco Calabro-siciliano e un sistema di faglie scoperte di recente sul fondo del Mar Ionio, porteranno il Mar Adriatico a scomparire gradualmente e la penisola italiana a congiungersi con i Balcani. Nell’arco del prossimo millennio, la conformazione morfologica dell’Italia è destinata a cambiare drasticamente.
E ciò che ha mutato, sconvolgendo l’immagine di un paese da sempre condannato a convivere con i terremoti è l’ultimo grave sisma che ha colpito lo scorso 6 febbraio Turchia e Siria, provocando migliaia di morti e feriti. Questo sisma, 30 volte più forte di quello dell’Irpinia del 1980, punto d’incontro fra le placche Anatolica, Arabica e Africana, nella zona di massimo movimento di una delle più attive faglie nel Medio Oriente, ha generato uno spostamento delle terre emerse di almeno tre metri. Carlo Doglioni, fino al 1997 professore ordinario all’Università della Basilicata, oggi presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) ha confermato :” E’ impossibile prevedere cosa succederà nei prossimi giorni. Fino a quando l’energia accumulata non sarà liberata, il fenomeno non si interromperà”. Il timore, a seguito del terremoto in Turchia, parla di epidemia sismica, ovvero di fenomeni che possono durare giorni, mesi o addirittura anni con scosse uguali o appena inferiori rispetto a quello principale.
La sismologia non può prevedere quando avverranno terremoti distruttivi, ma la continua ricerca e la conoscenza geologica del territorio consentono di definire le aree geografiche maggiormente interessate e ad alto rischio sismico e vulcanico, di conseguenza il requisito fondamentale è la sicurezza strutturale e antisismica delle abitazioni senza attendere che sia prima il terremoto a cambiare i connotati di paesi che successivamente bisogna ricostruire. Gli effetti di un terremoto lasciano poco spazio alla parola e all’immaginazione, le scene raccapriccianti dello strazio di chi ha perso tutto e maggiormente i propri cari, sotto case e palazzi accartocciati, mostrano l’unica grande forza: assistere alla speranza dei volontari e osservare la professionalità dei soccorritori impegnati nel freddo gelido a sollevare ogni singola pietra dietro la quale può essere sepolta una vita che forse ancora respira. Meditiamo le parole dello storico Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, in un discorso dopo il terremoto in Irpinia del 1980, si rivolse così alla Nazione: ”Un appello voglio rivolgere a voi, qui non c’entra la politica ma la solidarietà umana, tutti devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura”.
Perché nel triste bilancio di questa grave calamità, pensare ai pochi sopravvissuti, fra i quali bambini di 2, 3 e 6 anni salvati dopo 90 ore sotto le macerie, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi, e ridare luce e speranza al volto di Beren e di Ayda, testimoni di un miracolo nell’inferno del terremoto, di cuori che hanno continuato a battere, sotto montagne di pietra andate in frantumi.
