GERARDO ACIERNO

 

 

 

Le cose di casa …..   

 

                           

 

Era la primavera del 1967: avevo dieci anni, la mia Juve inseguiva l’Inter (la scavalcammo l’ultima giornata! ), la televisione era in bianco e nero e nelle case di Pignola l’acqua ai rubinetti si degnava di farsi vedere e sentire, torbida e borbottante, soltanto per pochi minuti al giorno. Chi ne voleva di più andava a fare la fila ai fontanili pubblici. I miei genitori lavoravano in Germania. Io vivevo con la nonna, la quale dava la colpa ai contatori dell’acqua imposti dal Comune se non andava d’accordo con il mio maestro di scuola appena eletto sindaco. Aggiungeva, inoltre, di essere una comunista arrabbiata perché, disperazione le aveva dato il fascismo, ancora povertà distribuiva la democrazia cristiana e perciò voleva provare il comunismo perché prometteva di aiutare il popolo a uscire dalla miseria.

In quella primavera vidi per la prima volta da vicino la polizia arrabbiata e i giornalisti con la penna e il blocchetto degli appunti. La nonna se ne portò uno in casa. Di giornalisti, voglio dire. Era un napoletano ben vestito, cappotto, cappello e sciarpa il quale, sorridendo le chiese: ‘Perché protestate?’ La nonna, girando la chiave del rubinetto gli rispose: ‘Uarda mbo’, figlie mie!’ E l’acqua zampillò nel pozzetto da troppo tempo rimasto all’asciutto. Poi, raggiante, aggiunse: ‘Prima ce la davano sol ‘u matì, mo’ ce la danno p’ tutta la giurnada’.

Il cronista prendeva nota sul taccuino a quadretti e tra le altre cose scrisse: ‘..è una vecchia bellissima, dagli occhi come forse mai se ne vedono da queste parti, grandi azzurri e giovani…’  

Il vicinato, accalcato nella piccola stanza, ascoltava affascinato il racconto della nonna che, risistemandosi la mantella grigia sulle spalle ricurve, così continuò: ‘Dal giorno che ci siamo ribellati, per paura ce la mandano anche di notte. Al fontaniere hamm ditt: attent ca so’ mazzad, hai capito? So’ mazzad!- Scoppiò un applauso e tutti a gridare con cadenza da litania: ‘Non vogliamo i contatori! Non vogliamo i contatori!  

Prese di nuovo la parola il giornalista e chiese: ‘Adesso non vi pare che io debba andare a sentire cosa mi dice il sindaco?- Lasciando la casa mi strizzò l’occhio e mi disse: ‘Quando ritorno voglio sentire anche te. Non ti allontanare-

Sorpreso, incominciai a mettere ordine nelle cose accadute pochi giorni prima. Avrei raccontato delle urla e degli spintoni della folla arrabbiata; dei poliziotti armati; delle mie paure per la nonna trascinata da un milite verso una jeep grigioverde in largo San Rocco e all’elegante napoletano avrei indicato chi gridava ‘rivoluzione! rivoluzione!’ e chi era corso in chiesa a suonare le campane e infine gli avrei detto che i contatori dell’acqua erano una buona cosa perché, come affermava mio padre, nelle case tedesche c’erano da un pezzo e l’acqua non mancava mai.

Non l’ho più visto, quel giornalista. Il suo giornale, con la foto a colori della nonna in primo piano e il cielo grigio scuro delle nostre montagne sullo sfondo, uscì l’ultimo venerdì del mese. I miei compaesani corsero all’edicola a leggere quel che il napoletano  elegante –cappotto, cappello e sciarpa- aveva scritto. Al lungo resoconto del fatto da noi chiamato ‘lo sciopero dei contatori’ egli diede il titolo “I Vespri dell’acqua” e nessuno lo capì bene. Fatto sta che l’articolo scontentò tutti: alcuni lo considerarono troppo severo, altri troppo timido. Qui, come sempre, ci si divideva su ogni cosa. Da quel giorno, però, il paese iniziò a cambiare per davvero.

E con lui – deo gratias–  cambiammo anche noi.

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