Aniello Ertico

Sgombriamo da subito il campo dall’equivoco alimentato dalla retorica provinciale che non ci fa mancare dibattiti surreali sul fenomeno dello spopolamento, della fuga dei giovani e, più in generale, della complessiva dinamica migratoria. La questione non è regionale ma nazionale. Se poi si parla dello spopolamento delle aree interne, il processo non sembra risparmiare nessuno Stato economicamente avanzato o in fase di espansione. Quindi, per favore, ci si risparmi il pistolotto provincialissimo in un tempo in cui tutti i problemi abbiamo tranne quello del potersi muovere su scale geografiche impensabili sino solo a qualche decennio fa. Il focus italiano poi, offre una parabola tutta sua e pure questo è vero! Sino agli anni ‘80, in Italia, il saldo migratorio era stabilmente negativo: si andava via e basta perché bisognava cercare opportunità. A iniziare proprio da quel decennio, tuttavia, complice un boom economico di lungo corso, per la prima volta nella storia moderna, il flusso migratorio si presentò positivo (numero di immigrati maggiore dei migranti). Non era certo un caso! L’Italia appariva attrattiva per una notevole quantità di donne e uomini che, seppur non qualificata e scarsamente scolarizzata, intravedeva opportunità. Una tendenza che, con alti e bassi, si è consolidata sino alla grande crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 quando, il numero di migranti italiani è tornato a superare quello degli immigrati. Ma queste vicende, sociologicamente, innestate nell’ambito delle scienze geo-politiche, sono antichissime, quasi da archeologia sociale. Tutto, dopo gli anni ’80, è archeologia sociale se si tiene conto di quello che è accaduto in quel decennio: la graduale e costante pratica di emancipazione dalle ideologie di massa e lo spostamento decisivo verso la pratica dell’individualismo. Roba di cui andar fieri per i prossimi millenni: aver insegnato che il futuro non appartiene all’alveo del destino e che la costruzione dell’affermazione individuale non solo era possibile ma assumeva le sembianze di una coscienza, di un diritto, a prescindere dalle provenienze geografiche e sociali, economiche e familiari e pure a prescindere dal titolo di studio. Oggi, con tono anche indeciso, come quando usiamo un intercalare che parte in automatico ogni qual volta tentiamo di occuparci di massimi sistemi di cui nulla sappiamo, parliamo di fughe di cervelli. Ma di chi sono questi cervelli? Sono tutti i cervelli possibili. Scordatevi la retorica dei soli laureati geniali: sono solo 1/3 dei giovani italiani emigrati all’estero. C’è tutto. Veramente tutto. Un tutto che al suo interno è un universo di diversità, di posture esistenziali, di obiettivi e di struttura individuale. Un tutto che cerca altrove solo una vera e integrale alternativa a quel che non trova lì da dove parte. E non lo trova semplicemente perché non c’è. Stringiamo lo zoom sul microcosmo lucano in questa fenomenologia nazionale. Cosa non si trova qui? Perché emigrano? Dicevo, quando l’epopea esistenziale si concentra nell’affermazione della dimensione individuale, la prima prerogativa essenziale è la facoltà di operare scelte. Poter scegliere, come esercizio di una tra le principali funzioni cognitive complesse, presuppone l’esistenza di opzioni tra cui orientarsi. Ed ecco la prima ragione per cui andarsene: abbiamo sufficienti opzioni tra cui operare scelte vere? Se un ventenne vive a Gualdino (nome di fantasia per non far torto a nessuno dei 100 paesi lucani con popolazione inferiore a tremila abitanti), tra cosa realmente può scegliere in ciascuna delle sue dimensioni esistenziali? Tra andare al bar la sera o non andarci? Tra il dover prendere l’auto e fare anche 100 km pur di trovare un cinema o restarsene a casa? Tra l’uscita con i soliti due amici di sempre e il chattare su un qualche social con gente che mai si incontrerà dal vivo? Tra l’essere spettatore delle piccolissime beghe locali o diventarne attore? Ma davvero sono scelte? No, non lo sono e alla fine lo capiscono anche i protozoi che se mi dai due alternative mediocri mi stai chiedendo di adattarmi e non certo di scegliere. I giovani se ne vanno se non possono scegliere? Certo che t ndenzialmente se ne vanno e biasimarli significa non averli a cuore. Lo sanno bene i genitori lucani che hanno comprato casa ai figli nelle grandi città del centro/nord accordando loro il divorzio generazionale prima ancora che i figli lo chiedessero. Altra questione, ugualmente rilevante, è il diritto alla libertà che si esercita solo se non incombe il condizionamento operante del giudizio e del conseguente rischio di emarginazione. Essere liberi, che nello specifico equivale a non iscriversi necessariamente al club o alla corrente tempo per tempo dominante, corrisponde alla semplice neutralità, ossia al non dover necessariamente prendere posizioni su questioni che esulano dal reale interesse dell’individuo. Peccato che qui essere neutrali non ha l’effetto della “basicità sociale” quanto piuttosto quello di essere percepiti potenziali avversari da tutti. Questo giustifica, almeno in quota parte, l’elevatissimo livello di litigiosità e maldicenza che connota la relazionalità sotto la finta e sottilissima glassa del “quanto ci vogliamo tutti bene”. I giovani  se ne accorgono? Certo che sì! Possiamo biasimarli se già a vent’anni intuiscono che l’anonimato nelle medie e grandi città può rivelarsi come vantaggio nell’esercizio della propria libertà? Si perviene così, in ordine sparso, ad un terzo elemento che potremmo definire propedeutico alla proiezione del sé, finché ve ne è possibilità. Tra le poche certezze universali esiste quella della temporaneità sia della giovinezza che della esistenza terrena. Il fattore tempo, in questa ottica non è affatto irrilevante. Ora, se dovessimo poter campionare la quantità di tempo che in Basilicata si investe nell’esercizio stoico e spesso del tutto inutile della attesa, capiremmo bene come la frustrazione sia particolarmente diffusa. In una regione parmenidea dove devi aspettare anni per un concorso pubblico e poi mesi per gli esiti, anni per una gara e mesi per aggiudicazioni ed esiti di ricorsi, anni per l’insediamento di una nuova attività produttiva che tendenzialmente ti assume a tempo determinato (dato italiano 64%), il rischio è che se ti propongono una selezione per il servizio civile a 500 euro al mese a star seduto da qualche parte in un qualche posto, ti convinci pure che ti è andata di culo. Perché è così, nell’età in cui l’individuo possiede la maggiore capacità di performare grazie alla sua intelligenza fluida e alla sua versatilità neurologica, in Basilicata come in molte altre regioni d’Italia noi valorizziamo la risorsa umana con lavoretti di non chiara utilità sociale e con il servizio civile. Il costo opportunità di quell’anno speso in attesa che qualcosa accade nessuno glielo spiega. Quando poi, invece, capita davvero di poter lavorare, se non sia mai ci mostra ambiziosi e propensi alla carriera, il rischio di essere etichettati come presuntuosi è altissimo e propone prezzi carissimi. Che un giovane voglia far carriera è quasi un reato contro il pubblico decoro. E volete che un giovane non si accorga che il suo tempo scorre tra attesa e ridimensionamento delle proprie legittime aspettative? Volete che non venga attratto da opportunità che nel resto d’Europa sembrano riservate proprio a chi garantisce entusiasmo prima ancora che sole competenze? Così, in tale contesto, si inserisce un riferimento inevitabile alla dimensione formativa e in particolare a quella universitaria. Caso più unico che raro, la presenza della Università nei due capoluoghi di regione non si è minimamente tradotta, nei già 42 anni di operatività, in un minimo di capacità attrattiva né dal punto di vista accademico né per generazione di indotto sociale e culturale che una Università normalmente genera in due cittadine paragonabili a Potenza e a Matera. Sempre nelle ultime posizioni nel ranking nazionale tra le piccole università, il locale ateneo sembra essere una entità del tutto scollata da qualunque altra dimensione civica, affatto priva di autoreferenzialità, si esprime in un contesto in cui un qualunque fuori sede avrebbe enorme difficoltà a percepirsi come calato in una esperienza universitaria vera. Lo sappiamo tutti, lo dicono in pochi. Ora, se il 72% dei neo-universitari lucani si iscrive fuori regione, pensiamo davvero che lo facciano perché sono idioti? Insomma, facciamo i seri, l’università è una opportunità di vita e di esperienza (essenziale per maturare soft skills) prima che solo un posto in cui si va far lezione e a dare esami. Quattro (…ma potremmo arrivare a quarantaquattro…) buone ragioni per andarsene e vivere meglio di come si vivrebbe restando. In realtà i meravigliosi anni ’80 che hanno spostato l’asse dell’investimento esistenziale sull’individuo, producendo per davvero le basi per il perseguimento della propria parabola di vita, stanno presentano adesso un conto sociale di non poco rilievo. Ci hanno iniettato la consapevolezza dell’Io come dimensione e ci hanno gradualmente privato dell’abilità di combattere per cambiare le cose. Se le cose non ci piacciono ce ne andiamo e non ci proviamo neppure a rimetterle a posto. Certe sfide sembra proprio che non ce le vogliamo caricare sul groppone come se fossimo coscienti di non avere più le abilità necessarie per cose che i nostri nonni ignoranti sapevano fare senza troppe chiacchiere. Accogliamo l’ignoto e inseguiamo legittimamente le nostre aspirazioni ovunque esse possano trovare realizzazione ma non sappiamo più metter mano a ciò che è stato eroso e che dovrebbe essere semplicemente ripristinato. Un po’ come si fa con la lavastoviglie che perde acqua: la si cambia perché non c’è più chi la sa aggiustare. Ecco allora la ragione buona per restare: transitare dalla diagnosi alla terapia, dalla radiografia alla cura, dalla lamentela alla fornitura di un esempio di buone pratiche. Che equivale a smetterla di stancarsi a strofinare lampade in attesa del genio che cambi il mondo. La metà di quello sforzo basterebbe per cambiare una regione intera in tempi record. E invece la lampada la stiamo consumando e le mani pure. Ecco, questa la sola buona ragione per restare: reimparare ad aggiustare quel che non funziona e poi aggiustarlo per davvero. Nel frattempo, non abbiamo davvero nulla di significativo da offrire a chi se ne è andato, per cui, per decoro, suggerisco prudenza nell’elargire inviti. C’è qualcosa di peggio delle partenze: la delusione di chi dovesse arrivare o ritornare. Non possiamo ancora permettercelo, benché non sia lecito disperare.

*Neuropsicologo
Vice Presidente nazionale Ass. Sociologi italiani