Leonardo Pisani

«Sepolcro eterno, o mia Lucania, è questo / ampio mar, che veleggio, a le tue prische / marittime città. Lucano anch’io / da questo mare ti contemplo e canto / terra lucana». Sono versi di un grande poeta, che definire  lucano lo si va a ridimensionare, italiano non lo fu perchè nacque suddito del Regno delle Due Sicilie di Sua Maestra Borbonica Ferdinando I, Nicola Sole fu un grande e alo stesso tempo è attuale come personaggio nonostante sono passati duecento anni dalla nascita di uno di quei figli di Basilicata dall’animo e dalla vita poliedrica, era il 30 marzo 1821 quando a Senise nacque il poeta Nicola Sole , da Biagio Antonio e Raffaela Durso. Da poco vivo a Senise, camminando nei vicoli dei quel grande, particolare e suggestivo centro storico seniosense  assieme al professor Filippo Gazzaneo o con l’ingegnere Domenico Totaro, presidente di “Italia Nostra” di Senise, percepisco la presenza del Sole, oltre il bel percorso lui dedicato con le discolie liriche del quale parleremo approfonditamente, ma una presenza metafisica, culturale. Per questo ripropongo un articolo sul saggio copertina illustrata dall’arte grafica della talentuosa Isabel Forte, un’artista di solo 13 anni e scritta a sei mani da Maddalena Bellusci, Pasquale Carluccio e Filippo Gazzaneo  e poi l’analisi letteraria di un critico, scrittore e poeta emergente Andrea Galgano. Ora riportiamo alcune note della vita di questo illustre poeta e patriota lucano: orfano in tenera età del padre, fu lo zio arciprete Giuseppe Antonio ad occuparsi della sua istruzione, ben ricompensato dal talento del piccolo Nicola, considerato un bambino prodigio; severa educazione a 10 anni, prima nel seminario di Anglona a Tursi dove rimarrà fino al 1835, poi  lo studio medico con la pratica dei salassi prima a San Chirico Raparo – ove conobbe Carmela Barletta la sua prima fiamma amorosa – poi a San Giorgio Lucano. 

Nicola Sole disegnato da Isabel Forte,

Abbandona lo studio della scienza di Ippocrate per dedicarsi alla giurisprudenza, a 19 anni si trasferisce nella capitale del Regno Napoli e si laurea nel 1845; anni fondamentali per la sua formazione nella antica Partenope conobbe  il francese Alphonse de Lamartine  poeta,scrittore, storico e politico francese famoso anche perché scrisse alcuni versi all’Italia. In essi Lamartine, paragonando il presente dell’Italia alle glorie del suo passato, rileva la miseria dello situazione italiana suscitando il malcontento  fra molti patrioti e fu sfidato a duello da Gabriele Pepe  , il 19 febbraio 1826 a Firenze, a Porta San Frediano, : Gabriele Pepe ferì Lamartine lievemente a un braccio terminando il singolar tenzone. Nicola Sole si trasferisce quindi  a Potenza per esercitare l’avvocatura, e nella città lucana inizia ad avere contatti con i circoli liberali e nel  1848, partecipando a quello che viene ricordato come l’anno dei moti risorgimentali . In questo periodo pubblica per il tipografo editore Vincenzo Santanello la sua prima raccolta di poesie, L’Arpa lucana.

All’indomani della repressione borbonica di Ferdinando II alcune di quelle poesie – Ai Siciliani, A Carlo Alberto, A Vincenzo Gioberti, All’Italia – aggravarono la posizione del Sole, che fu costretto alla macchia. tra 1849 ed il 1852. Ma nel 1853, su invito del fratello sacerdote, si costituì chiedendo ed ottenendo l’amnistia, ma prima fu imprigionato a Lagonegro e Potenza. Deluso da questa esperienza e emarginato dai suoi stessi compatrioti, si ritirò a Senise dove visse in completo isolamento, dedicandosi esclusivamente alla lettura e allo studio. Solo tre anni dopo fu però accusato di far parte della Giovine Italia (movimento fondato da Vincenzo d’Errico e solo omonimo a quello di Mazzini) e coinvolto nel processo contro Emilio Maffei. Fu quindi incarcerato dopo un breve periodo di latitanza. Terminato il periodo di reclusione tornò al suo paese natale, dove morì nel 1859 a causa della tubercolosi. Illustre ma quasi dimenticatoa duecento anni dalla nascita, se per ricordi di rari cultori di storia o letteratura e allo steso tempo personaggio anche sottovalutato a causata “da una polvere stereotipata, stanca timida pigra, gettata sul poeta  da uno stigma ideologico di Francesco De Sanctis; che gli affiancano  genealogicamente Pasquale Totaro Ziella; e che riconsiderano la Basilicata della prima metà dell’Ottocento, e Senise al suo interno, non come terra della povertà sedimentata nelle rughe dei vecchi contadini di Gagliano, ma come una realtà sociale e culturale composita”.  Ora per i tipi della Robin Editore, con una straordinaria copertina illustrata dall’arte grafica della talentuosa Isabel Forte, un’artista di solo 13 anni e scritta a sei mani da Maddalena Bellusci, Pasquale Carluccio e Filippo Gazzaneo. Il saggio, che possiamo definire atipico e innovativo e poi spiegheremo il perché, sarà presentato domani a Senise nello storico complesso monumentale di San Francesco di Assisi alle ore 18,30 con l’organizzazione del Rotary Club e ne parleranno i tre autori  assieme la Presidente Domenico Totaro del Rotary Club Senise-Sinnia.  Qualche nota sui tre co-autori Maddalena Bellusci, frequenta il quinto anno del liceo Classico Isabella Morra di Senise. È affascinata dalla scrittura libera e creativa, dal mondo della recitazione e dalla ricerca eziologica della vera essenza di quello che la circonda.

Pasquale Carluccio, appassionato della ricerca storica e cultore della storia del diritto, si è laureato presso l’università Federico II di Napoli nel 1987. Nel corso degli studi universitari ha fatto parte di gruppi di studio della cattedra di Diritto Romano che si raccoglievano intorno alla rivista “Labeo” sotto l’egida del C.mo Prof. V. Giuffrè; successivamente si è dedicato ad attività di ricerca con il Prof. F. Cervelli. Dal 1991 in Basilicata, esercita la professione di avvocato. Abilitato al patrocinio innanzi alle Magistrature Superiori, negli anni ha rivestito cariche rappresentative dell’Ordine di appartenenza ed è stato membro del Consiglio Giudiziario di Basilicata. E da Filippo Gazzaneo, che insegna filosofia e storia nel liceo classico “Isabella Morra” di Senise (PZ). Il professor Gazzaneo Ha studiato alla Sapienza, dove è stato allievo di Rosario Villari, Renzo De Felice, Paolo Spriano, Tullio Gregory, Lucio Villari, Walter Binni, Nicolao Merker. Ha organizzato il convegno nazionale Nicola Sole e la sua Poesia. È autore di Poësis Laus pubblicato da Robin Edizioni, coautore di Ars poetica, di Antropolozoologie, di Biagio Iacovelli prefato da Moni Ovadia, ha curato gli aforismi interpretativi.  Autore e regista di Clena, ispirato alla omonima raccolta di poesie di Pasquale Totaro Ziella, ed interpretato da Ulderico Pesce, ed Eva Immediato. Solo regista di Edipo, figlio di Laio, rappresentato al Piccolo Eliseo di Roma, in una rassegna di teatro giovanile.

Filippo Gazzaneo

Ma ora arriviamo  all’arcano di questo saggio a sua volta composto da sei piccoli saggi e soprattutto perché quel Nicola Sole che non ti aspetti e lo riveliamo assieme al professor  Filippo Gazzaneo.

Professor Gazzaneo, un Nicola Sole che non ti aspetti in questo saggio scritto a 6 mani. Innanzitutto era parliamo di Nicola – o meglio Niccola e poi causa covid il suo bicentenario della nascita è passato quasi sottotono, eppure di Nicola Sole c’è molto da dire.. Mi sbaglio?

Ci sono due questioni fondamentali: la “violenta” esclusione ideologica operata da De Sanctis dalla storia della letteratura italiana. Il laicismo vincente ha l’obiettivo di purgare l’Italia dal cattolicesimo carnale meridionale, e neo guelfo. Si colpisce Sole, ma l’obiettivo è Gioberti. Il secondo, vivisezionare un intellettuale a tutto tondo, politico, giurista, poeta, critico storico, patriota.

Il saggio è molto originale, siete partiti dalla fine, oso dire. Una ricostruzione dell’albero genealogico della Famiglia Come mai?

Innanzitutto per una sorta di narcisismo localistico, lo dico ironicamente. Ma poi, essenzialmente, per esaminare la genealogia non solo familiare, ma sociale, della brillante borghesia “possibile” meridionale

Un Saggio formato da sei saggi.. Faccio una domanda cattivella: parlate di una Basilicata non solo povera. Mica siete entrati nel club dei revisionisti della Lucania Felix?

No. Lo escudo nei termini neo-politicistici. Si tratta di guardare la lucanità non solo secondo i tre non-lucani, per antonomasia, Banfield, Levi, De Martino, ma attraverso le lenti umani e civili di un intellettuale genuinamente lucano; il Sole, appunto.

Quali sono i tanti volti di questo personaggio anche eclettico, e di certo controcorrente per la Basilicata delle “pagliette” . Nonostante fosse un avvocato anche lui.

L’ho detto prima, ma quello che ci interessa di più è la figura di un uomo inquieto ma non rinunciatario, esistenzialista ante-litteram: finitudine ed impegno E poi avvocato impegnato civilmente, nella vicenda Pavese

La “Poesia”, il cantore del Risorgimento lucano, tra l’altro la sua vicenda si incrocia con quella di un altro rivoluzionario e poeta che fu Emilio Maffei. Ce ne parli.:

Non solo con Maffei, ma con Regaldi, i francesi “meridionali” La Martine, De Lauzieres e Marc Monnier, con Domenico Morelli, e, credo, ma è da verificare, col coevo pittore lucano Marinelli, e, vabbè, con Giuseppe Verdi. Per quel che riguarda Maffei, e quindi la stagione patriottica lucana, Sole è lì, al di là di polemiche fuorvianti, riguardanti la cantata musicata col Mercadante, un liberale  a tutto tondo

Professor Gazzaneo, qual è se poi vi è, l’attualità di Nicola Sole da Senise?

L’attualità riguarda il sottotitolo: solidarismo, il cattolicesimo sociale, coscienzialismo e, quindi la vicenda Giulia Pavese; e, udite udite, l’’atlantismo. Però su questo niente spoiler. Lo si scoprirà leggendo il testo. Lo dico ironicamente, ovvio.

Ecco una straordinaria critica letteraria del professor Andrea Galgano nel saggio “41esimo Parallelo Nord. Poesie delle Terre di Lucania”, edito da Universosud . Quel quarantunesimo parallelo che  attraversa la Basilicata, i suoi monti, i suoi boschi e calanchi e dove risplende come ha scritto Andrea Galgano

Andrea Galgano

L’aurea impronta di Nicola Sole

Nicola Sole (1821-1859) scrive la sua fervida stanza interiore nel sussulto di una poesia chiarificata e accorata. Tale ricchezza espressiva afferma il desiderio di manifestare la propria arte, delineando un principio di legame con la propria origine e con il ricalco dell’occasione e dell’improvvisazione.

Nato a Senise il 30 marzo 1821 da famiglia borghese, a causa della morte prematura del padre fu affidato allo zio arciprete Giuseppe Antonio, che si occupò della sua istruzione e della sua formazione, prima nel seminario di Anglona di Tursi fino al 1835 e poi con lo studio della pratica medica a San Chirico Raparo e San Giorgio Lucano. A 19 anni si trasferì a Napoli per studiare medicina, dove abbandonati gli studi, si iscrisse a giurisprudenza dove si laureò nel 1845. Partecipando alla vita culturale napoletana, dominata dalla corrente neoguelfa di Gioberti, che vedeva nel consesso federativo di Pio IX una possibile via di unità, conobbe il grande poeta Alphonse de Lamartine, uno dei più importanti poeti del secolo, cantore dei vapori sfumati del paesaggio, del respiro della voce, irrorato di splendore e malinconia. Si trasferì poi a Potenza, dove esercitò la professione di avvocato. Nel 1848, la pubblicazione del suo libro di poesie “L’arpa lucana”, intessuto di echi risorgimentali e patriottismo, che gli valsero il coinvolgimento nel processo contro Emilio Maffei, accusato di far parte della “Giovine Italia”. Incarcerato dopo un periodo di latitanza e amnistiato, si ritirò dapprima a Senise e poi a Napoli, dove continuò la sua professione di avvocato e la parallela attività letteraria. Tornato al suo paese natale morì, per tubercolosi, nel 1859. “L’arpa lucana” e poi i Canti rappresentano un dialogo tra poeta e la sua attitudine, in una commistione figurativa di incanto e fierezza che diviene primigenia appartenenza irreperibile, identità, autonomia. La sua accordatura è la concordia delle parti che aspetta il diapason degli avvenimenti, come scrisse nella prefazione Bonaventura Zumbini. nell’edizione del 1896, con toni trionfali: «È qui come uno scoppio di affetti giovanili, lungamente compressi nel profondo del cuore; come una procella di pensieri che escano all’aperto, impazienti di luce, di moto e di rumoreggiare in mezzo alle genti. È qui un’anima che si affaccia per la prima volta alla festa della vita, e saluta tutte le bellezze che ci vede, tutte le armonie che ci ode, accresciute per lei smisuratamente da quella che le parve improvvisa redenzione dell’Italia. […] L’«Arpa Lucana» si potrebbe considerare come una storia versificata di quei tempi: storia in cui il poeta, per entro gli affetti e le idee comuni ad un intero popolo, fa balenare i pensieri solitari, natigli da lungo tempo nel cuore alla vista del suo mare e dei suoi monti». Il segno dell’appartenenza è sempre un grido, ora rauco, ora nitido, di un’urgenza. Qui la contraddizione della cifra poetica, accusata spesso di improvvisazione e facile cantabilità, sovrabbonda nel pathos e nell’empito patriottico. Tale sovrabbondanza però è più espressione di un tempo lucido e fervido che di una intensità fine a se stessa. Nicola Sole, come afferma Pasquale Totaro Ziella: «riesce a dar vita ad una genuina tensione poetica, ed in cui, in gran parte, si attua il superamento della subordinazione della letteratura ai modelli della tradizione». Come la luce declinante del mare Jonio («è bello il ciel, che ti fa tenda, o antico Jonio sublime»), un cerulo regno temporale sulla Magna Grecia che attraversa il linguaggio rivisitato di luoghi (acque, terre, lidi e boschi), volti, avvenimenti, situazioni, fragilità eroica e incontro di fiumi (Bradano, Agri, Sinni, Crati), tremule penombre e territori come tuniche gemmate, come l’alta Metaponto o Eraclea, raccolta in tutta la sua gloria perduta: «Ora la spica e il lentisco occupa i seggi di quell’auree città». Il catalogo umbratile e il genius loci di Sole passa in rassegna anche Taranto, Crotone, le fertilità di Calipso, il richiamo a Ulisse, Foscolo e Pitagora, e diventa, pertanto, voce accalorata e voluttuosa di un rimpianto per ciò che scompare, pur impastandosi in una fierezza ineliminabile e, allo stesso tempo, celebrando una pienezza rarefatta che lega idillio di cielo disteso e frangibile eroismo: «Sepolcro eterno, o mia Lucania, è questo / ampio mar, che veleggio, a le tue prische / marittime città. Lucano anch’io / da questo mare ti contemplo e canto / terra lucana». Nella poesia di Sole convivono, da un lato, la fedeltà all’ideale risorgimentale (“Alle donne lucane”, “Ai Siciliani”, ”La guerra”) ed evangelico, dall’altro, l’adesione lucente alla tradizione culturale italiana, dantesca prima e manzoniana poi («Dai monti, dai piani, dai mari venite, / figliuoli d’Italia; la guerra v’aspetta; / in sella montate: le lance brandite; / correte nei ranghi: gridate vendetta: / Coraggio, coraggio! La guerra è la vita; / la pace de’ servi mai vita non fu: / l’Europa commossa fra l’armi v’invita: / vi scorra nei petti novella virtù»), poiché meglio riescono ad affermare la voce poetante e il suo attraversamento di racconto e spazio, attraverso la suprema luce idillica («Spira la pace in quel deserto core, / Che d’alto amor, come il tuo cielo, amai; / Che amai di puro e verecondo amore, / Come i tuoi rai») e l’emersione di un anelito come cuore nascente («O genti amiche! è il giorno / de la gioia universa! / Oh benvenuti intorno / a questa Donna da l’Avello emersa! / O genti amiche! Una fra voi soltanto, / quasi piagata leonessa, freme, / e rugge e piange sanguinoso pianto, / inquieta per adulta speme»). Il suo compendio religioso si afferma nella salmodica Pel tremuoto in Lucania, dove la cronaca del terremoto del 1857 impone una preghiera di speranza, di misericordia e di resurrezione. L’impronta religiosa di Sole destina la sua domanda elementare, racchiusa in una devozione semplice e in una commossa partecipazione.

Il carattere poetico di Sole, dunque, si appropria della dimensione metafisica, si impasta del limite della condizione umana («Invano a le odorate aure d’aprile / Per te ne’ campi si risolve il verno: / Sui redivivi fiori, alma gentile, / Non cadran gli occhi tuoi chiusi in eterno / A la rosea del sole onda vital!»), attraverso l’alto congedo (come avviene nell’affanno remoto dell’Addio a Giuseppe Verdi), l’epistola altisonante dell’eloquenza forense, il tremore delle braccia amorose nell’alimento della fiamma, la novella, il cantico arcadico, l’appropriazione del ricordo e la leggerezza della romanza. Ne Il viggianese, dedicata a Marc Monnier, amico ed estimatore francese, scritta nel 1858 e che piacque a Verdi, al quale fu inviata per essere messa in musica, raffigura l’immagina aedica di uno sradicamento, di una nostalgia ombrosa e arcadica che è nido di suono vagabondo e armonia concorde. Il contrasto degli affetti e dei luoghi si determina nel dettaglio. In esso si conclama l’unione tra antico e moderno e in questa deposta attestazione di voce si celebra il concerto unico di iperbato e bellezza: «Non mi chiedete lieti concenti, / chè mesta è l’alma del Viggianese! / trovai la morte lungo i torrenti / del mio paese! / Siccome un nido di rosignuoli / cui fra le rose prese il villano, / deserto e muto ne’suoi quercioli / dorme Viggiano! […] Io vagabondo per varie genti, / le mie piangendo balze lucane, / andrò chiedendo co’ miei concenti / lagrime e pane!».