LUCIO TUFANO

Pane e lavoro, giustizia e libertà! Questo è il grido che dagli ultimi anni dell’Ottocento anche a Potenza corre lungo Via Pretoria, in qualche circolo della società operaia di mutuo soccorso, nella piazza del mercato e del Sedile. Ed è anche la frase che viene scritta sui muri per i passanti distratti.
Capelli alla nazarena, barba lunga, piedi scalzi, si aggira nei vicoli e per le campagne il socialista Loperfido. La stampa dell’epoca lo coglie di spalle mentre si aggira, apostolo apolide di un marxismo senza chiesa. È diretto alla volta di Matera.
Prima c’era stato Giovanni Passannante, cuoco lucano di Salvia, a scalfire, nella sua disperata anarchia, il braccio dell’onorevole Cairoli, Presidente del consiglio di Umberto I. Un delitto tentato di lesa maestà pagato con il carcere a vita.
Dopo la protesta dei briganti contro Cavour e l’unità d’Italia, solo ministri e gattopardi, prefetti e delegati di polizia. La laboriosa vita degli artigiani scorre tra le botteghe e i tuguri delle cantine con i pugni sui tavoli e le canzoni dialettali, la satire di Raffaele Danzi, cartapestaio e decoratore di santi. Ironia della sorte, barbieri, ebanisti, scalpellini e sartori fanno lo sberleffo al potere borghese e clericale, con le grosse cravatte annodate a dispetto. Queste le radici per quelli che nacquero dopo.
Il primo maggio del 1899, dopo i fatti di sangue del 98 con il governo Di Rudinì, si erge contro il nuovo governo del generale Luigi Pelloux. Nelle carceri, in esilio, o impediti nell’esercizio delle pubbliche libertà, dopo gli avvisi di garanzia e i processi subiti, i socialisti italiani scontano colpe non loro in un paese dal notevole debito pubblico, accasciato dall’esaurimento fiscale e dalla compressione della magistratura. Nel manifesto del primo maggio lamentano “gli ostacoli medievali che la reazione oppone contro tutti coloro in cui palpita un senso di libertà e di modernità … pur dichiarandosi ad ogni piè sospinto interpreti dei bisogni e delle più legittime aspirazioni del paese”.
Convocano adunanze segrete, diffondono pubblicazioni, affliggono manifesti, ricordano i condannati e gli esuli politici e sono contro le nuove ed insidiose operazioni militari dopo quelle coloniali di Adua e di Abba Carima. Chiedono a gran voce giustizia e fanno da “polo delle libertà”.
Il clima è teso dopo le manifestazioni di Faenza, di Bari, e di Foggia, e di tutta la penisola, specie quella di Milano, dove essendo affluiti a migliaia i contadini e gli studenti, il generale Bava Beccaris ha puntato i suoi cannoni. I morti sono stati 80, e gli ospedali si sono riempiti di feriti, le prigioni sono ancora zeppe e i tribunali stanno comminando condanne per 1488 anni di carcere. Vasta è stata l’ondata inquisitoria: arrestati non solo giornalisti democratici e socialisti ma anche diversi deputati come Filippo Turati, Oddino Morgari, Anna Kulichoff e il repubblicano De Andreis, con condanne pesantissime.
Dai torchi della tipografia Garramone e Marchesiello in Piazza Sedile, è appena uscito“L’Alba”, giornale socialista dell’Italia meridionale, che non ha una fissa periodicità perché sottoposto a rigidi controlli da parte del governo. Viene infatti sequestrato questo numero del l° Maggio per l’adesione espressa al comitato di Milano sulla liberazione dei condannati politici. Giunge a Potenza anche l’ordine di perquisire le abitazioni dei suoi redattori: Gavioli, Derrico, Magaldi, Pignatari, Carriero e Fittipaldi.
Pelloux, conservatore di tendenze liberali, ha formato un governo di coalizione nel quale sono entrati due deputati di centrosinistra, e dopo un periodo di politica “liberale”, rivela il suo vero volto. Quando tutto il paese si aspetta provvedimenti di clemenza verso i detenuti politici, il governo vara leggi che limitano la libertà di stampa e di riunione … Le elezioni amministrative avevano portato numerosi socialisti al Consiglio Comunale di Milano e all’affermazione di una giunta laica a Roma. I poteri eccezionali chiesti dal Presidente del Consiglio incontrano una tenace opposizione, ma il Presidente della Camera, nella famosa seduta di giugno, dichiara chiuso il dibattito, mettendo fine all’ostruzionismo e decretando il passaggio alle votazioni. Un tale arbitrio induce alcuni deputati ad asportare le urne per i voti. La votazione non può più effettuarsi e Pelloux scioglie per tre mesi il Parlamento, facendo emettere dai magistrati mandati di cattura nei confronti dei tre, (Prampolini viene arrestato ed incarcerato, De Felice e Bissolati lasciano l’Italia).
Tra il maggio e il luglio l’Italia partecipa all’Aja alla conferenza per la pace. Ci si limita a dichiarare la riduzione degli armamenti «grandemente desiderabile per il benessere materiale e morale della umanità».
In seguito agli scandali bancari e all’inchiesta di controllo sulla legalità dei movimenti valutari del Banco di Sicilia, la Corte dei Conti si è trovata davanti all’uccisione del direttore del banco, il notabile palermitano Notarbartolo, anche direttore dell’Ospedale di Palermo ed ex sindaco. Al processo che si svolge a Milano, non solo si desume la ingerenza, in tutta la vicenda, della mafia, ma ci si imbatte nelle reticenze dei testimoni e nel sospetto che l’on. Raffaele Palizzolo sia il mandante del delitto.
In seguito a tali fatti Pelloux nomina una commissione per far luce sulla mafia e si accorge delle maglie troppo fitte di mafiosi e amici dei mafiosi che potrebbero raggiungere perfino i vertici dello Stato. Intanto il metodo repressivo del governo contro la sinistra fa coagulare una più vasta opposizione, tant’è che il Corriere della Sera e i liberali ne fanno ormai parte. Le elezioni di quell’anno, che affrontano come tema centrale la denuncia dei metodi di polizia e di azione giudiziaria, fanno ottenere alla sinistra 95 seggi invece di 67.
Constatato il fallimento del suo Governo, Pelloux rassegna le dimissioni da Presidente del Consiglio.
L’anno sta per finire. Si chiude il “secolo dei baffi”, l’ultimo scorcio della belle époque.
È di moda nelle famiglie la cura delle acque. V’è un via vai di signore presso i bagni del prof. Gavioli. La rete ferroviaria si è quasi realizzata. Quella ‘Ofantina’ sta molto a cuore all’onorevole Giustino Fortunato. Il Teatro Stabile continua ad ospitare le compagnie e le stagioni liriche, le fiere, festival con i balli al Circolo Lucano, i bon bon. Sta per arrivare il caffè concerto.
I borghesi della città considerano la fame, la miseria, la disoccupazione come fenomeni a loro estranei, fatti individuali da  attribuire alla cattiva sorte piuttosto che sociali, anche se il disagio e lo squallore abita nei vicoli fino a toccare i portoni di loro proprietà. È anche apparsa a Milano la prima fabbrica di automobili, la Isotta-Fraschini, ed a Roma si stampa l’”Avanti!”. Il deputato Felice Cavallotti, una sorta di Vittorio Sgarbi dell’epoca, è stato ucciso nel suo trentatreesimo duello anche se era tra quelli che avevano approvato la legge contro i duelli. Alla Camera vi è anche Gabriele D’Annunzio, seduto nei banchi della sinistra, che ha appena scritto il “Trionfo della Morte” e che si accinge a vivere il “trionfo della vita”, malgrado i creditori e le scenate di Eleonora Duse.

in copertina, i moti di Milano

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