TERESA LETTIERI

La frequenza con la quale la cronaca ci riporta accadimenti di pedofilia e pedo-pornografia sta oltrepassando i limiti della quotidianità. Se gli adulti scoperti a delinquere a scapito di una delle età più delicate dell’umanità, come l’infanzia, ormai appartengono indistintamente a qualsiasi livello sociale, sacerdoti compresi, gli adolescenti invischiati o probabilmente coinvolti a pieno titolo in queste drammatiche vicende riescono ancora a scuotere la coscienza dei più, visto che vittima e carnefice, innanzitutto, rappresentano il medesimo tempo della fanciullezza, teoricamente avulso da tutto ciò che si identifica con la violenza e l’orrore. Inaccettabile. Non che fossimo abituati ad una nuova stagione di atrocità, considerata la ricorrenza delle ferocie sui bambini. Giammai, ma dinanzi ad ragazzino capace solo di pensare una cosa del genere, il disgusto verso il gesto è pari alle considerazioni che sorgono quasi naturalmente su quanto siamo stati capaci di generare.  Ogni episodio di tale portata rimette in discussione non solo la natura dell’uomo, sebbene sia difficile di recente accostare la parola natura a qualsiasi cosa riguardi il genere umano, ma anche il sistema di relazioni che ognuno di noi costruisce, il contributo che porta alla società con il suo essere e diventare e ciò che lascia in termini di esempio. Molto più di capitali, economia, azioni ed investimenti; concetti riabilitati e rilanciati, in questi giorni, per misurare la potenza ed il potere del singolo. Dopo ogni vicenda macchiata d’orrore, ci chiediamo chi siamo diventati, se l’innovazione è stata un mezzo per accedere a scoperte e progressi in vari campi, superare ostacoli a vantaggio di una migliore qualità della vita, del benessere collettivo, o diversamente un modo per regredire, incapaci di usarla per la finalità immaginata (e tutto quanto di positivo potesse scaturire) laddove è più semplice da declinare per mero opportunismo e quasi sempre al limite o abbondantemente fuori limite, se è utile fermarsi e riflettere oppure continuare dritti fino alla prossima implosione. Pur volendo, dietro qualsiasi scelta alternativa al sistema attuale, ne esiste un altro fatto di interessi per lo più economici, così complesso che qualsiasi buona intenzione viene dissuasa ben presto dall’adoperarsi in qualche modo. E’ difficile comprendere, quale sia la direzione più adeguata da imboccare, ma di certo sappiamo che un punto di partenza e una soluzione esistono. E sono i bambini, i ragazzi, i giovani, prima che sia troppo tardi. Non lo spread che sbalza agli umori di taluni, né qualsiasi altra strategia che solo apparentemente si avvicina ad obiettivi di benessere sociale. La velocità con la quale la fascia d’età under-18 è diventata beneficiaria degli stessi meccanismi avanzati di relazione sociale ha consentito di perdere, in questa continua corsa verso non si capisce cosa, quella “e” dove una carezza , un sorriso, un contatto, un dialogo ed anche un litigio, restituiva emozione, passione, una guancia arrossata per la vergogna o desiderio. La trasformazione social ha agevolato l’accesso per tutti ad un contenitore di cavi che switcha  attraverso un codice al quale corrisponde un’uguaglianza precisa, utile al palinsesto e foriera di altre connessioni: relazione uguale conflitto. Attraverso uno schermo, la codifica dei sentimenti, di qualsiasi natura e provenienza, si è snaturata di quella forza che serviva anche e soprattutto da freno, autorizzando chiunque e in qualsiasi modo, a manifestare il suo contenuto. Senza paura o con una scarsa dose di coraggio. Da qui a realizzare nella realtà quotidiana questi comportamenti è bastato davvero poco. Abbiamo creduto che tutto potesse risolversi “on air” ed invece, sollecitati da chi ha individuato un’occasione di business anche nel conflitto, la realtà circostante è stata riscritta come se fosse il copione di un film. Peccato che il risultato sia stato orrendo. E’ stato semplice costruire un palcoscenico sul quale immaginare una vita diversa da quella grigia e spenta, dove le giornate si aggiungono per abitudine e necessità, offrendo l’occasione di essere protagonisti. La politica ne ha fatto un cavallo di battaglia, avvicinandosi falsamente alla gente con personaggi alla portata di tutti, presenti sulle spiagge, nel banco della chiesa o al mercato del pesce, capaci di dire tutto e il contrario di tutto a seconda delle opportunità. Uno di noi, in spicci, ma con un certo non so che, tanto accattivante da non sembrare irraggiungibile, ma abbastanza distante da ambire allo stesso successo. Replicabile, accidenti! Lo spettacolo, la cronaca, il gossip, la religione, lo sport si sono adattati, talvolta fungendo da precursori di questo nuovo modo di non essere, ma di apparire e presenziare, realizzando una nuova collettività che, nel frattempo si allenava in rete. Si esercitava con l’amico, il vicino o l’estraneo contattato sulla piattaforma ideale, provando ad emulare il modello propagandato. Così abbiamo sfornato “influencer”, sconosciuti usciti da “case o spiagge virtuali” divenuti dei, politici fino a qualche anno prima galoppini di qualcuno, apparso e scomparso alla velocità della luce, istruiti dall’esempio e dal metodo del proprio mentore, tra una trasferta e l’altra, tra una telefonata ed un appuntamento, talvolta equivoco. Di modelli del genere se ne potrebbero elencare a josa. In questa complessa ed estemporanea architettura sociale del secondo-barra-terzo millennio, tuttavia, ci siamo persi per strada il più prezioso dei capitali. Quello dei giovani. Quello sul quale investire, quello che rende una società solida ma anche consapevole di potersi rinnovare. Anche se monca all’improvviso di quella tecnologia che ci illude di padroneggiare il mondo ridicolizzandoci di fronte un congiuntivo. Ovviamente non mi sognerei nemmeno sotto tortura di contestare l’innovazione ed il progresso. Ci mancherebbe. E non solo perché, banalizzandone la funzione, per molti aspetti la nostra vita è più semplice. Ma perché, e non banalizzo, il progresso offre opportunità sfrenate di scelta. A mio parere, il potere più intelligente a disposizione, ma anche il più grande dei dubbi. Di quelli che forse, necessitavano di una riflessione. Probabilmente e volutamente evitata? E’ una ipotesi.  Sappiamo e vogliamo scegliere? Fino a quando si sceglie una trasmissione su Netflix, il programma sul digitale terrestre, il telefonino di ultima generazione o la scarpa su Amazon, riusciamo a farlo. Quando si tratta di decidere chi vogliamo essere per noi, per i nostri figli , per la società in cui viviamo, lo sappiamo e vogliamo fare? O è più comodo vestire gli abiti che ci vengono offerti sui vari palcoscenici, pur sapendo di poter parlare di tutto anche senza conoscere e di passare da una parte all’altra non appena quella taglia ci va stretta o auspichiamo virtualmente ad altro? Ecco perché i giovani, come occasione per riabilitarci e nonostante siano quelli che più amaramente stanno pagando lo scotto del nostro egocentrismo, dell’insipienza, dell’ipocrisia e dell’incapacità di scegliere. Eppure, ci chiediamo  (o forse non ce lo chiediamo) che cosa hanno che non va. Il punto non è cosa hanno o meno. Ma cosa sono, cosa sognano, cosa vogliono o meno. E ciò che non va è esattamente quello che ha impedito o ostacolato chi vogliono essere, chi scelgono di essere. Non va di averli abbandonati pensando di offrire loro un futuro con zero presente e presenza. Non va di averli riempiti di modelli e stereotipi e costretti ad una vana competizione. Non va di averli riuniti in branchi azzerandone l’individualità piuttosto che esaltarla, a costo di sacrifici, perché nel branco i difetti o i pregi non si vedono e se si nascondono, meglio, perché non servono. Non va l’aver insegnato la diffidenza piuttosto che la fiducia, in primis in sé stessi. Non va l’aver inculcato che la cultura è una perdita di tempo e avanza chi ha più cartucce da sparare, il santo in paradiso o qualche altro artificio a cui ricorrere. Non va che il prototipo dell’onnipotenza è quello da seguire e che bisogna crearsi una corte di seguaci ai quali far credere qualcosa, ai quali somministrare una speranza come antidoto a quella vita grigia e triste. Non va che possono essere imprenditori di sé stessi con il crimine, anche a 15 anni sfruttando le sofferenze di coetanei e bambini; utilizzando i dolori più atroci dietro il pagamento di un biglietto come se fossero al cinema, da spettatori di una delle rappresentazioni più atroci che un individuo possa realizzare. Godere sui tormenti fisici e psicologici di un altro. Un altro come loro al quale far pagare la propria sofferenza. Lo abbiamo capito che sono stati allevati sul dolore, forse il proprio, tanto da non riconoscerlo e soprattutto da non riconoscerlo nell’altro? Abbiamo capito che la nuova sfida è superare la soglia della sofferenza più atroce per appagarsi e dimostrare di sopportarla chiedendo altre torture su chi gli è davanti, inerme, mentre implora la fine di tutto questo? Se esiste anche un solo ragazzino capace di questo e capace di attirare altri come lui, in un meccanismo che non ha nulla di naturale né di surreale perché nemmeno con la fantaqualcosa si può spiegare tutto questo, abbiamo perso la battaglia più difficile, quella della salvezza di qualsiasi comunità. E per vincerla, proteggiamo il capitale più importante!