Il libro, edito da Universo Sud, è un affascinante e colorato affresco della Basilicata del ‘900 e descrive le gesta di una famiglia di Vaglio, con particolare riferimento all’infanzia e agli anni giovanili di un personaggio che sarebbe poi diventato un grande imprenditore, dirigente sportivo , banchiere e uomo di finanza di caratura internazionale. Quel Faustino Somma che ha rappresentato la visione imprenditoriale e finanziaria di una Basilicata moderna capace di uscire dalla dimensione rurale per proiettarsi nel nuovo secolo.
Ma il racconto è anche un intenso e appassionato resoconto, con punte liriche e poetiche significative, delle trasformazioni sociali e culturali dei nostri borghi, dei paesi lucani e, in primis, della città di Potenza.
La prefazione è stata curata dal capo di Confindustria lucana, Francesco Somma, figlio di Faustino, ed anche presidente della Fondazione che porta nome e cognome del protagonista del libro.
Francesco Somma
Gianfranco Blasi, dal canto suo, oltre a curare la postfazione, ha anche coordinato la serata vagliese, in qualità di giornalista e scrittore. Soprattutto di amico sincero di Rosario Avigliano, con il quale da anni collabora nella realizzazioni di reciproci progetti. La presentazione si è tenuta presso il Museo delle Antiche Genti ed è stata organizzata dall’Amministrazione Comunale di Vaglio insieme alla Casa Editrice che ha stampato il libro.
I curatori del libro sono stati il prof. Antonio Donato Loscalzo dell’Università di Perugia, lucano d’origine, grecista e poeta di rilievo nazionale e la scrittrice potentina di novelle e poesie, Carmen Cangi. Entrambi intervenuti, con l’editore, l’ingegnere Antonio Candela, nella serata di gala. Ad introdurla il direttore del locale Museo, l’avvocato Peppe Musacchio e il sindaco del comune potentino, l’ingegner Antonio Senese.
Angelo Rosario Avigliano
Le conclusioni sono state affidate ai fratelli, Francesco e Michele Somma, che hanno emozionato il folto pubblico di amici e conoscenti. Con loro anche l’amico di una vita di Nino Somma, l’onorevole Vincenzo Viti, che ne ha tracciato un breve ed intenso ricordo.
Rosario Avigliano ha parlato del suo romanzo come di “un prezioso dono fatto alla comunità vagliese e alla famiglia Somma”. Ricordando che lui ha “raccontato soprattutto la genesi. Le radici, l’adolescenza ed i primi anni giovanili” di Nino (Faustino) Somma. “Scegliendo di proposito di lasciare scontornato il periodo successivo, quello del maggior impegno sociale del protagonista del racconto”. Per l’autore “il desiderio era quello di tracciare una linea dentro la storia di Vaglio del ‘900”. Operazione senz’altro riuscita.
Va detto che la diversità di Faustino, che lo abbiamo scoperto, porta il nome di battesimo più diffuso a Vaglio, quello del santo protettore, rende La carrozza del capitano un libro che si sposta dai canoni classici della letteratura lucana. Avigliano, pur con accenni lirici e poetici che richiamano poeti come Rocco Scotellaro o il più moderno Antonio Donato Loscalzo, deraglia consapevolmente dal levismo. La carrozza del capitano vive una sua discontinuità persino educativa. Faustino Somma, un uomo lungimirante, cambierà in maniera radicale la storia del suo paese, della sua terra, contribuirà a costruire le fondamenta di una nuova società lucana, sia economica che culturale. Un capitano d’industria e di finanza formidabile. Eppure, certamente, un uomo segnato dal Novecento e influenzato nei valori dal luogo natio. Un meridionale atipico, che considera Vaglio di Basilicata e la città di Potenza come punti di partenza irrinunciabili. Luoghi di andata e ritorno. Prova lui, forse per primo, certamente fra i primi, ad invertire una drammatica linea di tendenza fatta di isolamento, marginalità, sottosviluppo ed emigrazione.
Ha ragione, Francesco Somma, quando scrive nella prefazione:
“ Un libro leggero, sempre scorrevole, così ricco di dettagli da sembrare la sceneggiatura di un film. In una parola: Bellissimo! Se volessi rappresentarlo con una similitudine pittorica, direi: rinascimentale nella rappresentazione perfetta dei più minuti dettagli, ma anche impressionista nella capacità, con poche “pennellate” di rendere l’idea di complessi scenari sociali, economici e ambientali e del loro mutare. Una storia lunga e complessa, ricca di personaggi e situazioni, che si dipana tra la metà dell’Ottocento e i primi anni ’60 dello scorso secolo. Include molti fatti e notizie certamente non noti a molti Vagliesi, a molti Lucani, a molti italiani. Non noti, in parte, anche a me e ai miei fratelli, ben collegata in senso diacronico e sincronico, nei luoghi, nelle cause e nelle conseguenze”
Si tratta, in ultima analisi, di un vero e proprio romanzo storico, costruito e sviluppato prendendo a pretesto e riferimento le vicende della Famiglia Somma e di Faustino Somma. Romanzo, perché il valore letterario dell’opera appare solido in ogni sua componente e nulla lo sminuirebbe se invece del riferimento ai Somma, l’autore avesse usato un nome di fantasia. Storico, perché la ricostruzione di fatti ed eventi ed il loro riferimento al contesto territoriale, cronologico, sociale ed economico è sempre assolutamente dettagliata e motivata con il rigore e la precisione dello storico. Queste caratteristiche rendono l’opera interessante per tutti coloro che vogliano capire un po’ della vicenda economica e sociale della Lucania, tra ottocento e novecento, anche a prescindere completamente dall’interesse specifico verso la persona di Faustino Somma. Il paesologo, Rosario Angelo Avigliano continua ad esplorare la lucanità come pochi sanno fare. Gli va dato merito di aver trasformato una passione in una profonda e rigorosa ricerca scientifica. Magari, involontariamente, come, con un sorriso enigmatico stampato sulle labbra, direbbe lui.
“La storia è scritta con il fascino dell’oralità di coloro che l’hanno attraversata e vuole essere un viaggio sentimentale in una terra di sogno e disperazione, di memoria e meraviglie, di orgoglio e di identità, di uomini e luoghi.
Viviamo in un tempo veloce, frenetico, perennemente ancorato alle lancette dell’orologio. La lentezza, ormai, non ci appartiene più.
Raccontare, per me, significa fermarsi ad ascoltare una storia, guardarla dentro, accogliere le visioni che ci regala. Scriverla, invece, è un modo per attraversarla con un ritmo diverso quello della parola. Un conoscere e conoscersi. Ma, in fondo la mia scrittura non può fuggire dal racconto orale. E’ un incantesimo che non posso rompere”
