LUCIO TUFANO
Storia di inventori, astronomi, politici, economisti e geni della terra.
Prima che gli uomini diventassero sudditi dei mostri elettronici.
Quando non era stato inventato e non esisteva il progresso.
Sono disegni in carta pergamena che illustrano ormai le sintesi di numerosi volumi tutti accatastati nell’immenso archivio dell’intelligenza nei paragrafi speciali dei geni locali. Vengono dal cuore e dalla geometria degli oggetti. Scattano con le molle rotte, dai torni, dalle lune storte. Hanno gli occhi bucati, spie per nuove dimensioni, buchi neri. Offrono la filosofia degli oggetti, la simmetria, l’anello di collegamento dell’immaginario col reale. Il brevettaro ha una sua intelligenza da pianeti e sfere ruotanti, un equilibrio instabile che s’arrampica.
È una lunga marcia la loro, battuta nel ferro rovente a plasmare gli oggetti. Vengono dagli elfi dei boschi, liberati nel fuoco dei ceppi. Ognuno, porta la sua anima nel pezzo, nella forma, nel congegno, nei disegni fatti a mano. È un’architettura a rovescio, un aprirsi della materia e dei mestieri che li assedia nelle forge buie, nei sottoscala, nelle soffitte, in ogni sorta di conceria alla ricerca strenua di altri suoni, di colori, di spazi, di volumi. Si potrebbe fissare in una tela, nei gomitoli di filo, nelle balle di canapa, nel ventre vuoto di un bozzolo o sulle carte, nei papiri, nelle piante del fiume, nelle cortecce degli alberi, quest’antico gioco artigiano.
Una pausa, un silenzio, lo scoccare di una scintilla, il far massa di un voltaggio, l’improvvisa fiammata che si accende nelle spiritiere del comò. Tre quarti in un secolo pesano stilla bilancia delle intelligenze, mai utilizzate. L’idea archiviata negli uffici, i fogli contadini e artigiani incasellati nei fascicoli delle autorizzazioni mai date. Aprite la porta, è il momento della inventiva. Fate entrare le antenne che hanno sulla testa grande. Si affollano programmi e palinsesti. Entrano le scarpe a mantice, la bicicletta galleggiante, l’armonica a orchestra, il velivolo con fusoliera aerodinamica.
Aprite gli scrigni dell’inconscio, colmi di formule. Ecco che entrano equazioni di valenze, i carbonati, i clorati, i camici dei folli tarlati nei sonni, le sette virtù teologali della macchina, i sette vizi capitali delle molle che si spingono e si ritraggono. Nel movimento è lo squilibrio dei corpi: leva, puleggia, tornio, piano inclinato, vite, biella. Il centro di gravità è nella meccanica dei gesti, nei suoni stridenti della percussione, nelle sette anime che muovono le macchine. Accensione, scoppio e scarico, nella leva che si trae, si congiunge, si protrae, al femminile si copula, nel corpo e nello scorporo puleggia le mani, i piedi nella ginnastica degli inchini, nel volteggio delle sbarre, nell’abbraccio che si stringe, nella mano che si offre, nel passo che misura e nella gamba che si flette.
Vite, madrevite, spirale, tralci di vite, peduncoli, ghirigori d’acciaio, grappoli di lamine a strisce. Biella, braccio di ferro che sbatte, spinge, blocca, che rafforza il ritmo di marcia. Macchine di guerra che portano il terrore nella lega al saldatore, primo attore di un teatro, officina di bulloni, ingranaggio del superfluo, nel progetto del consumo. Nel brevetto che si allega, l’utopia del rigetto. Nel brevetto si perde, si sperde nei labirinti del profitto, dei marchi di fabbrica, di quanto è stabilito utile, frantumato nelle catene di montaggio, divorato nei grandi magazzini. Ma sono spiriti che arrivano a frotte, le anime degli oggetti, il mantice dialettico del filosofo Anacarsi del 592 avanti Cristo, e quello dei fratelli Schellam, mugnai di Franconia.
Il Comignolo aspirafumo automatico di Rocco Scorzafava di Corleto Perticara, si basa sul principio dei venti contrastanti. Le ventole girano vorticose sui cuscinetti, le vaporiere dei tetti, i mille piedi di fumo raccolgono la fuliggine nelle camere antismog. Un colpo di bastone per più di un fagiolone da piantare nel cortile dell’androne. Il liuto è strumento musicale di molta rinomanza, Anaxemor fu tal suonatore che Marc’antonio istituì in suo onore un’apposita guardia e gli donò le rendite di quattro città. Ehrmann da Norimberga fu il primo a fabbricare, nel 1540, quella specie di serrature che si chiamano “mascature” .
Lucio Tufano
