Il contratto tra Salvini e Di Maio sta offrendo l’alibi al Pd che ha perso di non parlare di sé, dei suoi peccati, dei suoi errori, ma di autoassolversi con formula piena. Ora, voglio dire con estrema chiarezza, che un conto è la capacità di governo è un conto è la capacità di rappresentare i sentimenti di un popolo. Del Pd, prima e dopo la scissione si potrebbe dire che è stato un partito capace, capacissimo…capace di tutto, mettendo insieme il positivo che ha saputo esprimere e il negativo che ha finito con l’offrire. Alle elezioni del 4 marzo, e lo abbiamo scritto in tempi non sospetti, tante persone di centro e di sinistra che si sono ritrovati in un partito frutto di una difficile alchimia tra componente cattolico-moderata e componente di sinistra ex comunista e socialista, si sono spostati sui cinque stelle perché messi fuori gioco da una politica che la base l’aveva persa di vista, concentrandosi sui temi di chi e come deve gestire il potere. Ed è da vent’anni che dura questa storia di una classe politica che ha perso di vista l’interesse pubblico e si è concentrata sull’interesse privato, fatto di manovre per difendere il castello o per assaltarlo , dimenticando che il contado di questa guerra ne sopportava il peso. E’ capitato così che per l’ennesima chiamata alle armi, la gente si è girata di spalle, non credendo a nessuno dei contendenti e affidandosi alla protesta di chi si organizzava chiedendo pane a lavoro per tutti. Quindi ha ragione chi dice che una campagna di delegittimazione di chi si appresta a governare è una campagna che non porta da nessuna parte, perchè la gente che ha saltato il fosso, dopo vent’anni di attesa e di sopportazione, tutto vuole vedere fuorchè la restaurazione di quello che c’era. La Dc ha fatto del bene all’Italia, ma, per la sua deriva di potere, nessuno ne richiede il ritorno. Eppure era un partito che ha fatto più la storia che la cronaca. Ne consegue che , prima di parlare degli altri e, anzi, per avere il diritto di parlare degli altri, bisogna fare una autocritica seria, una confessione apertis verbis degli sbagli fatti , che attengono ad una politica che ha dimenticato l’interesse generale per coltivare quello particolare di partito, di gruppo, di persona . Una politica che ha portato il lavoro al punto più basso in termini di quantità e di qualità, introducendo un elemento permanente di precarietà che toglie futuro e mina alla base la crescita demografica e sociale. Una politica che occhieggia ai potenti e chiude le porte a chi ha bisogno, che ha favorito l’evasione, il nero e si accanisce sugli spiccioli di chi paga le tasse. Che ha tolto il sale della competizione vera, la meritocrazia e il rispetto delle capacità e della bravura. Che ha abolito i concorsi in nome dell’austerità e si è riempita di rimpiazzi che costano di più e rendono di meno. Di questo bisognerebbe parlare, non delle cazzate che fanno i due vincitori. Il pensare che più pasticciano al governo più ritornano i consensi, è ancora una volta segno di una politica auto centrata e che non sa neanche più riflettere . Siamo all’eterna bellezza, decadente e incapace di pensare. Di quesso passo, senza segnali forti di cambiamento, nessuno ritorna credibile per il solo fatto che gli altri non sanno governare. Siamo al tanto peggio,tanto meglio e un popolo cui è stata tolta una vera rappresentanza morale ed ideale è pronto per gli avventurismi di qualsiasi segno. Sentite un consiglio: non parlate, agite e mandate segnali di ravvedimento, chiari e forti Rocco Rosa