DINO DE ANGELIS

Solita routine stagionale. Finisce l’estate, inizia a cambiare il tempo, l’autunno si fa annunciare da giornate nuvolose, le città si ripopolano, il traffico aumenta, si prevede la solita riforma del trasporto pubblico (d’estate no, eh?), e poi, soprattutto, come una minaccia che incombe da secoli, ricomincia la cosa che fa più paura a tutti: riaprono le scuole.

Le scuole fanno paura ai genitori, che devono riprendere le file nelle librerie, nelle cartolerie, devono riorganizzarsi per accompagnare i figli (se ce ne sono più di uno, la divisione dei panie dei pesci, la piccola l’accompagni tu, il grande io, perché oggi fa la media ed è vicino al mio ufficio) eccetera.

Fanno paura ai cittadini perché l’inizio della scuola è sempre sinonimo di caos in aumento. Sulle strade, innanzitutto. Dalle 7,30 alle 9 e dalle 13 alle 14,30 tutte le strade e i parcheggi sono off limits. Lo spettacolo che si apre alla città è da scenario post industriale: parcheggi selvaggi in doppia, tripla fila dei genitori che aspettano i figli, le arterie stradali si gonfiano come se un gigantesco colesterolo di auto minacciasse d’infarto la circolazione, e tutti sono come paralizzati al solo pensiero che tutto ricominci.

Fanno paura agli insegnanti, che la scuola la iniziano prima di tutti e la finiranno dopo tutti, la ripresa della loro attività mette un po’ in subbuglio specie quelli che debbono spostarsi su e giù per l’Italia per mantenere quel posto di lavoro che è costato immani sacrifici, e oggi molti sono angosciati perché la loro vita (non solo la loro professione) è minacciata da una serie di dirigenti scolastici che, come imperatori romani, decidono della loro vita o della loro morte con un semplice movimento del pollice.

Ma l’inizio della scuola, più di tutti, fa paura agli studenti. Una volta la scuola faceva paura per le interrogazioni, perché arrivare preparati  richiede sforzo e fatica e strappare una sufficienza non è mai facile. Oggi gli studenti sono impauriti da una cosa che fa paura a tutti gli uomini: la routine. Quelle lezioni frontali che non si reggono più, il dover sforzarsi di mantenere gli occhi aperti per ore, spesso tutta una mattinata, a ingurgitare nozioni e concetti come olio di ricino sparato direttamente nei cervelli: lezioni spesso tenute da professori che in testa hanno un solo obiettivo: finire il programma.

Il Dio programma che tutto travolge e inonda, e non si preoccupa se quello all’ultimo banco non gliela fa proprio a reggere, che quelle saracinesche davanti alle pupille si vorrebbero chiudere dopo dieci minuti, che lui in quel banco ci sta stretto perché in quell’estate è cresciuto di 15 centimetri, ha le scarpe sproporzionate rispetto al corpo e alla fine dell’anno gli dovranno cambiare di posto perché quel banco è diventato troppo piccolo, e per arrivare a scuola in tempo dalla campagna in cui si trova, si è alzato in un orario impossibile, ha cambiato tre mezzi si trasporto e l’ultimo tratto lo ha fatto a piedi su quelle scarpe che sembrano pinne. E poi le sedie, quelle sedie color cachi, di legno mussoliniano che non si distruggono nemmeno col fuoco di Ulisse, ma voi professori ci siete mai stati seduti lì sopra per 4, 5 ore di fila, che alzarsi per andare al bagno non è per fare i bisogni ma per far riposare il culo?

Lasciate perdere il programma-a-tutti-i-costi, e guardateli negli occhi. Fermate la spiegazione, una volta al giorno, una volta per ogni classe in cui andate, e osservateli. Non dite niente, mentre lo fate. Studiate non le materie ma le persone. Lasciatelo lì quel registro di classe con dei nomi scritti sopra, e osservate invece le persone che stanno in quei banchi. Capirete un milione di cose da quegli sguardi. Capirete, ad esempio, che loro, sì, hanno anche bisogno del vostro sapere, ma soprattutto, prima di tutto, hanno bisogno di una cosa che quel Dio programma (che è il vostro totem ma non il loro), non darà mai: una dose di umanità. E quando li chiamerete alla lavagna e loro si staccheranno da quel banco come foglie di autunno che cadono dal ramo su cui vorrebbero restare aggrappati nonostante quel legno durissimo, premiate lo sforzo che hanno fatto per raccontarvi quello che sanno anche se non avranno usato le vostre stesse parole. Siate una guida per la loro crescita, non solo il mezzo per aumentare la loro conoscenza.

E infine attendete la primavera prima di emettere un giudizio su di loro. In primavera la natura si risveglia e anche quel ragazzo all’ultimo banco con le scarpe grandissime e sporche di terra che qualcuno prende in giro, si sveglierà dal letargo e d’improvviso vi parlerà come mai aveva fatto prima e sovvertirà quello che pensavate di lui, ma oggi, oggi che è quasi autunno e poi sarà inverno, dategli tempo e fiducia. E nel frattempo guardatelo negli occhi spesso. Più spesso.