mario santoro
Forse è sempre solo questione di radici, come dichiara il titolo del nuovo libro di Franco Sabia, che non solo non si tagliano mai ma tornano, come rinverdite, col tempo e mordono addolcite, accarezzano con delicatezza, appaiono talora appena velate o talvolta nitide, ma sempre vezzose come fanciulle al primo amore, obbligandoci alla rivisitazione a-posteriori e fungono da àncora di salvezza o, come scrive candidamente il nostro autore, sono indispensabili per non “traballare”, ossia per consentirci di essere saldi sulle gambe e quindi per non barcollare e magari franare miseramente.
E il poeta, vinto il comune senso del pudore, si concede a Rico di, impressioni, pensieri, progetti, e tanto altro ancora, magari non facilmente esprimibile con le parole che pure si lasciano piegare e plasmare, attraverso un corposo percorso poetico, in lingua dialettale aviglianese che proietta il lettore, nella immediatezza dell’impatto, in un passato lontano in un cammino, ora a ritroso, ora per salti di memoria, ora nella contemporaneità delle situazioni. Tutte queste cose si connotano come un’esigenza di recupero delle origini perché è sempre da lì che bisogna partire (e comunque con le primigenie esperienze bisogna fare i conti) nella risperimentazione, questa volta arricchita dalle esperienze di vita vissuta, delle occasioni colte a volo o stranamente mancate, quasi le rose gozzaniane non colte con l'inevitabile punta di rimpianto.
Si tratta di una sorta di urgenza interiore che agita l’anima poetica dell’autore e si fa prepotente e inarrestabile, necessità impellente e pronta esplodere dal di dentro con il groviglio turbinoso delle sensazioni; insomma un potenziale tenuto troppo a lugo celato e tutto da ordinare, quasi lenimento dell’anima.
E non importa a Franco, almeno o solo in apparenza, l’esito dello scritto, la riuscita, la capacità di suscitare emozione e commozione, con la sottesa accettazione, nel lettore, e nemmeno forse la ricerca della tensione emotiva e la possibilità dell’intenerimento, che pure sarebbero adeguata ricompensa.
E’ per lui quasi un imperativo categorico, una esplosione di situazioni, quasi un rumoroso boom, un vulcano in eruzione pur nella moderazione della modalità espressiva che sa mantenere sempre una sobria linea di distanza. Già proprio un vulcano che a tratti lancia per aria, in maniera incontrollabile, lapilli, pietre, scorie varie, vapori, poi si acquieta per riprendere con rinnovato vigore. Lo stesso accade nella poesia che si caratterizza anche per la libertà tematica e quasi per la ricercata e voluta assenza di un filo di Arianna, conduttore e guida, come dichiara la prof. Del Puente in prefazione, anche se, a guardare bene sottile e delicata una rete minima si può rintracciare.
E proprio la varietà degli accadimenti, anche quelli più comuni e quotidiani, intimi e personali, pronti sempre a farsi straordinaria occasione di testimonianza e di ripensamento, funge da cornice elegante a rimuginamenti, pensieri, riflessioni, dialoghi finanche con le cose che sanno parlare al cuore. E così le occasioni sono raccontate con il massimo della naturalezza e della spontaneità nella freschezza della lingua madre che ora si fa fortementee espressiva nella denotatività, ora allude a significanze multiple, ora ancora tende, con esiti assai apprezzabili, a una connotatività diffusa, ora infine si concede alla vicinanza onomatopeica, tendendo a farsi piena, grassa, aperta, ma, quando occorre, anche rumorosa e stridula prima di ritornare a planare con dolcezza e a decantare in talune situazioni. Ed è poesia!
Tutto questo grazie anche al fatto che l’autore possiede il dialetto anche se non lo ostenta, anzi lo tiene quasi gelosamente custodito come preziosità. Accade assai spesso che la poesia risulti nascere per caso, (ma niente forse nasce per caso) da situazioni per così dire ovvie, scontate, ordinarie e quotidiane, come per una narrazione poetica occasionale, tanto nella scelta tematico-contenutistica, quanto nella modalità espressiva che risulta estremamente varia.
Quasi per magia risorgono dall’anima, provocando emozioni e palpiti, tremori e intenerimenti, memorie sopite e ancorate a fatti significativi e a situazioni indirette, sottigliezze delicate, grossolanità addolcite, situazioni discrete, capaci di parlare al cuore e di rimandare elementi prepotentemente chiari o sfumature appena adombrate e ancora, richiami con senso dell’ancestralità, riecheggiamenti, vaghezze, sospiri, e finanche nuove scoperte, in un mescolamento continuo con tasselli giusti, brandelli di relazioni umane, rapporti silenziosi, cenni di intese a scavalcare le parole e a riesumare costumi scomparsi.
E tutte queste cose, tenute come celate dall’autore nel fondo della sua anima, mantengono attiva una situazione di vortice emotivo e spingono con irruenza fino a sfondare la barriera protettiva costruita dal pudore, dalla ritrosia, dal timore vago eppure persistente di non essere importanti a sufficienza e fanno dire erroneamente al poeta, quasi una strana e fanciullesca giustificazione e scusante, che il volume “Rareche… pe nun traballà “; risponde esclusivamente a una esigenza interiore e personale e a niente altro?
Ma sarà proprio così?!
Certo la poesia è sempre esigenza misteriosa che però si consegna al lettore che la fa propria e, in questo caso, è grato all’autore, che si mette, con discrezione, a nudo o quasi. Ed è davvero un ritorno alle radici, e non solo, con la somma dei ricordi, di certe memorie speciali e particolari, di situazioni rimosse e superate ma anche di impressioni, di pensieri, di progetti come recita il sottotitolo, che funge quasi da guida discreta.
Il volume si apre, sulla scia della migliore tradizione, con la poesia “A mio padre”;che è anche un canto di lavoro e racconta, affidandosi al suono modulato e quasi neniato, il tema eterno dell’amore lontano Canda, cumbuagne mije, auza la vòce ca l’amore eglia lundane e nu_mme sende…
Si avverte, sottile, malinconico e anche un po’ triste il senso della lontananza forzata dalla necessità e consegnata in parte all’iterato “ohi” che suona quasi come un lamento o un singhiozzo strozzato nella gola e alla speranza di poter cambiare il mese di luglio stacènne core a ccore, ra m atina nzéra.
E la speranza potrebbe anche costituire filo conduttore, esile fin che si vuole, ma in grado di presentarsi nell’anima dell’autore quasi all’improvviso ad aprire squarci di luce nella giornata più nera e nella mente confusa:
Sò anzute cu nu ciel
niure, scremuse
a gli penziére
ndruvulate assaie.
…
Nu ragge re sòle
s’eglia affacciate.
E, ancora all’improvviso, inaspettato, gradito, tra Na sseddecatina… e na réfela nel mese dei morti con freddo umido e un cielo indifferente,
manghe ianghe
a manghe nìure,
ecco comparire
N_arche culurate
(g)ruòsse assai,
quasi un arco della pace.
E viene in mente il richiamo, in maniera rovesciata, alla poesia “Novembre” di Pascoli. Nel romagnolo da una situazione illusoria di primavera precoce si passa alla delusione dell’estate “fredda dei morti” qui è esattamente il contrario.
Non mancano temi attuali come le pale eoliche che sono diffuse sul territorio e che sovente creano situazioni strane e non certamente gradevoli, richiamando alla mente dell’autore la comica e grottesca situazione dei mulini a vento di Cerventes contro i quali combatte, matto qual è, don Chisciotte. E nella domanda, che viene posta con arguzia e contro certe forme di avventatezza o di mancanza di seria valutazione, c’è tutta intera e quasi inappellabile l’accusa di non considerare abbastanza ciò che è giusto fare e ciò che è ingiusto:
Tu chi vurrisse esse?
Quédda pedda re lu scudiére?
o quiddu pacce re lu cavaliere?
Ci sono anche riferimenti impegnativi, rimandi a situazioni storiche di portata mondiale come la terribile shoah con il tacito invito, che il poeta suggerisce con abilità, a considerare l’ampia pianura della famigerata Birkenau prima di chiudere la poesia con la amarissima e dolorosa constatazione:
R’agge viste a mmeliune
(g)rèt a quidd fine spenate
cu gli _uocchie spambanate
ca uardarne sènza veré.
Conseguenza della Shoah risulta il rimando obbligatorio alla poesia “A Lliliana Segre”, personaggio ben noto, figura straordinaria, esempio fulgido di nobiltà d’animo nella sua meditata, sofferta, faticosa scelta di non volere odiare i suoi persecutori:
No! Ije nu_rre bboglie odià
a st’uomene spietate.
Il suo impegno, sottolineato egregiamente nella poesia, scritta in occasione della messa sotto scorta, resta sempre lo stesso: testimoniare ovunque gli orrori della shoah perché la memoria possa ricordare e risulta appropriata e logica la conclusione cui perviene Franco Sabia:
Se nui ame nbarate
ra la storia re lu passate
Liliana n’appartene.
E naturalmente la storia, in questo caso, resta “maestra di vita”, come volevano i nostri antichi padri.
Fa quasi da contraltare la figura del presidente americano Tramp definito dal poeta strambe nella sua pretesa di dominare e comandare su tutti:
vurrésse ca n’avessema appaurà
senza ca idde adda manghe parla.
E’tronfio, cu la céra re lu trapelone fésse
e l’augurio più sincero resta sempre lo stesso:
A ffarse fòtte, se n’adda si.
Accanto a queste figure non manca l’amore per la natura con le sue diverse manifestazioni.
Si impone la bellezza del bosco con la varietà dei suoi colori, particolarmente vivi nel cuore dell’autunno e con le diverse tonalità di verde che appaiono quasi d’improvviso e sono portatrici di dolcissime malinconie.
Si tratta comunque di colori caldi e vale per il giallo tendente al marroncino, ma anche per il violetto con le sue molteplici sfumature e diventa normale avvertire il brivido di freddo e pensare alla coperta di lana sul letto e alla madre dell’autore nel suo attivo modo di mettere in ordine al mattino e soprattutto di rifare il letto:
Ne facìa ggire, attuòrne attuòrne
gliétte addavère nghiane avìa esse
num_butìa vré nu lemete o nu ffuòsse.
E dal bosco alle foglie dalla quercia cadute nel giardino e viste dal balcone dal poeta che ha un moto di contrazione e stabilisce quasi una sorta di dialogo muto e poi di scontro che lo vede perdente proprio come perdente risulta essere la signora di Pavia che non sopporta, e non le si può dare torto, il cattivo odore, o più propriamente il puzzo derivante dal letame, tolto dal padre dell’autore dall’ovile per essere distribuito come concime nel terreno.
Altrove oggetto di riflessione è ancora la foglia che tenta invano di difendersi dalla furia impazzita del vento che la maltratta,
la menaia a lirie
la strumulaia… mbiétte a lu mure
la sbattìa,
salvo poi a lasciarla in pace, consolata dal sole con il suo raggio caldo. In ogni caso nella vita ci vuole pazienza e occorre sapere attendere come si dice nella poesia del non sense “Lu viénde ca menaia angòra ména” che prende lo spunto da un antico canto popolare.
Non mancano riferimenti agli animali che nel passato vivevano a stretto contatto con gli uomini, quasi una indistinta mescolanza. E ritorna alla memoria, causando ancora sensazione di dispiacere, “;lu puòrche”; nella occasione della uccisione che per le persone costituiva motivo di allegria e per il poeta fanciullo un momento di grande tristezza di contrastività nel suo animo gentile: non accettava la crudeltà dell’operazioni con gli strilli della bestia, tenuta ferma da mano forti mentre il coltello manovrato dal più esperto degli uomini e accuratamente affilato dal padre del poeta la sera precedente penetrava nella gola della bestia, e si levavano le voci di trionfo degli assassini; il poeta fanciullo non poteva permettersi di mostrarsi debole ed essere deriso:
Era secure ca quacche ggruosse me sfuttìa.
Fanco Sabia è ricco di dettagli e descrive con minuzia di particolari tutte le susseguenti operazioni con la furia degli uomini che si accaniscono quasi:
Cume na freuleata po’ lu puorche èra ngappate
chi l’afferraia n’aurécchia, chi nu père
…
Lu puòrche scummattìa a vucchiaia fòrte
lore se ne frecarne re la paura soia pe la mòrte.
E ci sono ancora i luoghi del cuore, le stagioni, i mesi, le feste, gli odori e certi profumi che rimangono indelebili nella loro indefinibilità; insomma c’è tutto un mondo meritevole di essere riscoperto.
E potremmo ricominciare magari seguendo un percorso diverso, ma il senso del pudore e il rispetto per l’eventuale lettore ci spinge a chiudere non senza un riferimento intimo e caro particolarmente all’autore.
Mi riferisco alla bella poesia “Mo nun_zò cchiù figlie”; con rimando alla paternità nel ricambio generazionale come natura stabilisce e nell’assunzione di responsabilità:
Quanne si
addavère attane
la còsa
t’atterrisse
a sule quanne arriva
addavere re capisse.
Tutto vero, tutto sacrosanto!
E, a ulteriore conferma, e a chiudere, pochi versi dedicati alla figlia che gli ha regalato il dono della nipote Federica, e ci perdoni l’autore, in lingua italiana, perché tutti, ma proprio tutti li possano condividere e apprezzare:
…
Li ho visti gli occhi tuoi
splendenti come rubini
ma, forse, per un difetto della foto
o per il mal pensiero mio
mi sono parsi troppo lucenti
come di una cosa che aveva pianto.
E come se ciò non bastasse ecco la conclusione:
Io, per parte mia,
appena ho saputo,
che dalla sala operatoria
eri uscita,
con un bel pianto
me la son fatta
una sfogata.
Evviva la sincertità!
