LUCIO TUFANO
Aveva il senso architettonico dei regimi ed il rammarico sulla rivoluzione mai consumata. Non era il dottor Faust, né il dottor Goebbels, non era il dottor Spear, forse non era nessuno di quelli che bramano la repentina e più facile scalata ed indugiano se capita loro di dover scendere. Era Zivago, il dottor Zivago, con quel suo struggente amore per le marce militari, per l’Internazionale e l’inno dei lavoratori, per Bandiera Rossa, per il coro del Nabucco ed ancora, per i tamburi e per la banda di Francavilla Fontana, per gli oboe e per i notturni e le “fughe” di Sebastian Bach o di Chopin ed ancora per le bandiere e per le idee quando le idee sono punti luminosi da raggiungere e le bandiere punti colorati da seguire, per la notte calda della città e del vento lieve che reca le fragranze de
– Massimo D’Alema ed Aldo Tortorella del PCI (Partito Comunista Italiano), Roma, 1976
Sbiadivano intanto decine di figure, dagli avvocati con folta criniera e corrusche sopracciglia, parlatori e tribuni, ai giornalisti scettici e romantici, come Mimì Bonelli, che adoperavano insieme satira ed ironia e sapevano fino in fondo come fossero andate le cose, estremisti e massimalisti, bolscevichi di casa nostra, fino alle pattuglie di edili che nelle cantine hanno battuto con rabbia il piede sul pavimento ed il pugno sui tavoli. Rossi e neri, calvi e grassi, alti e mingherlini con Laus Gennaro, Fortannascere Michele e Nicola Chiaffitella, Mancino, Strazzella e Calluso, Elio Altamura da Melfi, Michele Bianco, Domenico Giannace e Giuseppe Pace da Matera, intervenivano alle feste del lavoro, nei cortei ed ai festival de “L’Unità”.
C’erano tutti. E c’era Di Tolla che aveva “L’Unità” in tasca e la cacciava di tanto in tanto come una bandiera e Peppino Sanza che cantava da tenore pezzi della “Tosca” ed inni partigiani e De Vivo che, con la guerra del Vietnam, fu soprannominato “Hocimin”. E c’era chi acquistava ogni settimana “Rinascita”, la rivista fondata da Togliatti e che recitava poesie di Majakovskij, di Scotellaro, di Michele Parrella e Gorki. I roventi dibattiti nella Camera del Lavoro con gli operai e gli studenti. La spavalda sicurezza di Mast’Antonio Logiudice, la certezza di Vittorio Mecca e di tanti altri.
Centinaia di comizi e strepitose, estenuanti campagne elettorali, i quadrati angusti delle piazze paesane, i battibecchi e gli attacchi personali, i vituperi e le filippiche, le denigranti accuse contro gli amministratori municipali, le presunte appropriazioni con la lampada accecante sulla testa dell’oratore, con palchi e finestre imbandierate, la strenua difesa dei senzatetto, dei senza lavoro, dei senza tutto e la guerra a distanza contro i monopoli e gli invisibili pescecani. Tutto questo turbava il sonno agli arricchiti e faceva del PCI un mastino ringhioso che avrebbe, prima o poi, azzannato i padroni.
Erano muniti di lungimiranze, sereni di quanto ad essi serbava l’avvento. Marx aveva sostituito al dio crocifisso l’immagine dell’uomo inchiodato alla croce del capitalismo, il messia annunciato dai profeti, il proletariato. Poi si è capito che si trattava di un falso profeta. E ci si domandava come avrebbe fatto l’uomo che, dai tempi di Tiberio e Caio Gracco, ha sempre sperato negli iugeri di terra contro l’ingordigia di altri uomini. Lenin diceva che il marxismo è un pezzo di acciaio che non può essere spuntato … E che cosa accadrà negli anni a venire? Se il Niccianesimo, il Fascismo, lo Stalinismo, se ogni ideologia nefasta sulla terra avrà rigurgiti ed i suoi convinti seguaci? Era forte la fede nei compagni, pronta la decisione, il rispetto per i “piccoli padri”, per i commissari del popolo ed il culto della personalità era tale che, per la morte di Stalin, si pianse perfino a Potenza. Ancora ieri, l’ultimo vecchio del partito, volto aggrinzito a passo incespicante, recava in tasca “L’Unità”. Ha vissuto un’intera vita in fervida attesa: a lui sarebbe andata bene la dittatura de
Sono caduti tutti, anche i miti delle attese. Si possono ancora rileggere nelle biblioteche comunali i grandiosi messaggi dei poeti, Raphael Albert e Pablo Neruda ed ammirare, nei musei, quelli pittorici di Picasso e Guttuso, ora che la guerra di Spagna è sepolta nei testi, ora che si sa come fosse morto Che Guevara e come si fosse previsto l’eccidio di Tienanmen.
È caduto anche quel compagno intellettuale e populista, così pervaso di rivoluzione. “La classe” era il suo mito e la sua interpretazione. Nel suo ostinato discorso il capitalismo era il nemico ed i biscotti “Mulino Bianco” non potevano sfamare le masse; abituato a vederle sfilare nelle parate della Piazza Rossa, sullo sfondo degli scenari proiettati nei cinema.
È caduto, quel dott. Zivago, anche gramsciano, grazie alla lettura de “I Quaderni”, teorico e poeta, affogato nel mare della cultura di massa. Si! Vi è stata una tremenda caduta! È caduto quel dott. Zivago! Ed ora, sotto un tumulo dal terriccio nero, con quel po’ di fede che lo infervorava e la bronchite cronica. Fu in quel freddo inverno, quando sudò e respirò l’aria umida di Barrata, Giuliano e Bosco Grande, quella nebbia che gli penetrava nella gola e nel petto, nella battaglia per le preferenze. Quella campagna elettorale.
Ora, sotto quel peso, non solo non può più canticchiare “l’inno dei lavoratori” e non può tossire, ma lo tormenta ancora il rimorso di essere morto per dare potere e consistenza al magma piccolo-borghese ed aver lusingato e promosso il sottoproletariato parassita e subdolo.
Da allora l’ideale fu sepolto, con il romantico bagliore della sua giovinezza; fin da allora si spense il suo ardore rivoluzionario e cominciò la storia del suo amore ariano per le bandiere di valuta colorate che accendono le vetrate della Cattedrale di Aquisgrana.
