Resto al Sud è una misura eccezionalmente straordinaria per avviare l’autoimprenditorialità giovanile , ma rischia di essere come l’acqua che va in discesa, cioè si dirige dove trova condizioni o pre-condizioni che aiutano il percorso di incentivazioni. Queste condizioni si chiamano da una parte indotto della produzione industriale o artigianale, dall’altra la dimensione demografica che alimenta e legittima una intrapresa, dall’altro infine una cultura imprenditoriale che nasce da un habitat già vivace. Tutte e tre condizioni che si trovano diffuse ed organizzate al Nord, quasi assenti al Sud e , per quanto riguarda la cultura imprenditoriale del tutto assente in Basilicata. Mentre a Napoli o Bari, la dimensione demografica consiglia una incentivazione delle piccole attività artigianali , da noi queste attività non hanno mercato, per cui il lavoro di un giovane che voglia inventarsi una impresa rischia è particolarmente arduo. Quindi i numeri della Basilicata non sono un flop ma sono coerenti con questo quadro complessivo . La domanda è: possono le industrie lucane fare da facilitatori di nuove attività imprenditoriali, individuando i settori, le produzioni che hanno un mercato ultraterritoriale. E, sanno Confindustria e Confartigianato portare per mano questi ragazzi e portare alla loro attenzione storie di successo, aprendo la mente su nicchie ,su prodotti, su attività che possono avere successo. A parole tutti dicono di s’, ma nei fatti constatiamo che non è così. Quando parlavo di lavoro che manca ma soprattutto di cultura del lavoro che non c’è , è proprio perché mancano questi presupposti formativi e di apprendistato che poi legittimano l’aspirazione dei giovani a mettersi in proprio. Ci sono scuole che nell’alternanza scuola lavoro vanno alla disperata ricerca di come consumare quelle tantissime ore che il Ministero ha obbligato a fare, e che si esauriscono in visite alle fabbriche anziché in un percorso di formazione presso una fabbrica. Così come ci sono scuole tecniche che non hanno né gli insegnanti adatti ,né le strutture ,né le attrezzature per andare al di là delle teorie e metterli al lavoro nelle fabbriche, al punto che si è arrivati ad invocare le vecchie scuole professionali che almeno i saldatori, i tornitori, li sapevano formare. Quando la Vicepresidente nazionale della Confartigianato, Gentile, dice che bisogna pubblicizzare di più il valore di “resto al Sud”, prende il problema dalla coda: per essere informati i giovani lo sono. Purtroppo non sono formati ad una cultura imprenditoriale. Pensiamoci e cerchiamo di trovare soluzioni, altrimenti il gap con le regioni del Nord si acuisce anziché diminuire , giacchè può capitare che i nostri giovani non solo vanno a prepararsi al Nord ma ci fanno anche le società giovanili perché lì il mercato tira e le cognizioni imprenditoriali ci sono. Rimango sempre del parere che occorre ribaltare l’approccio e non agire come se sapessimo fare tutto, ma chiamare ed attivare quelle persone e quei sistemi imprenditoriali che ci possono far vedere come si fa.
“RESTO AL SUD” PUO’ INCENTIVARE IL “VADO AL NORD”
