ANTONIO LOTIERZO
di Antonio Lotierzo
La scatola onirica di Maurizio Cucchi contiene settantasei testi, scanditi in sette sezioni di variegata ‘materia’ (termine ricorrente – quanto altri mai, visto che il milanese ci spinge con lui nelle regioni della poesia mitica, dove con difficoltà il mondo delle ombre si sposa con la ragione e lui, come il dormiente di Eraclito, s’acquieta se trova un saldo appiglio nella calma oggettuale quotidiana). Di tensioni quindi si tratta; di subbugli dell’esserci che, a contrasto, vanno a sedimentarsi in quella ‘mediocrità serena’, ‘ dolcissima/ mediocrità innocua e gentile del mondo ’ nel cui bozzolo si chiude il poeta che prospera nell’oblio. Il titolo rinvia al lavorio creativo e assemblativo che si svolge nella mente dopo il primo sonno, a quella rutilante ruminazione, composta di incubi e lacerti più diversi ed opprimenti, che si sfila nella scatola cranica come oniricità associativa, che dalle divinazioni romane è stata scavata fino a Freud ed oltre.
MAURIZIO CUCCHI
Nella registrazione poetica emergono i valori dell’individualismo urbano, la Milano delle relazioni eccellenti e dei lavori editoriali, senza più tensioni universalistiche, pur avvertendo che siamo sempre lì, nel turbocapitalismo che ci macina e filtra il sangue nelle vene sociali. Si evidenzia una solitudine attiva, per il poeta che è come un Walser urbano. Variegati e cangianti i colori delle sezioni, in cui la controllata forma si lascia andare a libertà di fraseggio, con molti enjambements e utilizzo di quartine o quasi ottave, in cui il dire si fa denso e rastremato, lanciando allusioni pur nella fluidità che tende alla narrazione piana. Nella prima sezione il poeta ripercorre ipotesi di lignaggio, rintracciando avi nella laboriosa e autonoma masseria di Ponte Nizza, verso Pavia: ‘minimo possidente, forse casaro’ questo Cucchi, in quel ‘marudo e tutto quel marciume e pioggia’, ignorava il male dell’anima e ricavava il cognome da un toponimo che rinvia alla presenza d’uccelli, i cuculi o alle brevi colline. In questo disfogliare della microstoria fluisce la versificazione:’ Ma quanta nascosta vita, allora, / rivive nei nomi dei luoghi e della gente, / nel lento e indifferente costruirsi / di legami e lignaggi. E neppure / ci pensiamo, ormai…’ (p.16). Segue la sezione della ‘macchina onirica’ che parte dalla considerazione di Graham Greene che i ‘sogni contengono frammenti… del futuro’, il che è pare illogico e paradossale, in parte tanto quanto l’altra frase di Paul Valéry, del cimitero a mare, per cui ‘il tempo brilla e il sogno è sapere’. S’interroga Cucchi, come un filosofo del Seicento, sul corpo-macchina, sulla capacità di produzione onirica che lievita da questa ‘fisica cassa’ e ‘congegno insensato’; sulle ‘associazioni incongrue’ che lo rendono fedele e passivo ‘spettatore di sé stesso’, nel contraddittorio scontro fra inquietudine e viaggio quieto, pur orientato ‘verso una terra di profonde trasparenze’. Superati i gorghi notturni, l’‘avventura/ oscura dele sue connessioni’ il poeta dichiara di amare ‘le cose minime’ che gli consentono la sosta in un’inerzia che si rivela confortevole, anche perché avverte il peso, ‘ il doloroso sgomento dell’azione’. Appare qui, per la seconda volta, il ‘tu’ colloquiale a ristabilire un’armonia: ‘tu mi soccorri ridente e insieme andiamo / per vie cittadine che non riconosco’, il che sembrerebbe poco credibile per il poeta che ha fatto della sua ‘traversata’ milanese un volume di successo. Ma non solo è la città che cambia (Parigi insegnava!), è la realtà stessa del mondo che inizia ad apparirci estranea e ‘sempre incomprensibile’; dietro lo sfavillio della metropoli si nasconde, per un ‘trucco vile’ sia la reale ‘tappa del disfacimento’ e sia la minima, meschina ed inetta idea dell’esserci. Cucchi non riemerge da questo ‘impasto informe’, dalla sconnessa trama dei ricordi e si abbandona sia all’insensatezza avvertita e sia ad una altrettanto avvertita ed operosa via d’uscita, una tranquilla ricomposizione, che è desiderio dei mistici, che nell’abbandono fiducioso e confusionario dissolvono le inquiete tensioni dell’io individuale nella calma dell’Uno, dove tutto è anche lusso e voluttà. Segue una sezione di dediche, fra tutte quelle a G. Raboni, orecchio assoluto nell’ascolto delle altrui voci e poeta dal ‘franto narrare’, che innestava il nuovo sui fiori della tradizione, lui accompagnatore e quasi padre, che ancora lo visita in sogno; mite edificatore di una comunità nel suo attivo pensiero. Segue la notevole e molto piacevole traduzione della ‘ Sventura d’inverno’, una lamentazione forse, una trasfigurazione dal medievale Rutebeuf (1230-1285) con la sua poesia sulla scalogna invernale (La Griesche d’Hiver); canto della povertà che si abbatte sul poeta, sul freddo che gli procura il vento, sulla malasorte che si è congiunta alla miseria, tanto frequenti sono le sue perdite al gioco dei dadi e ancora: debiti, lotta con gli imbroglioni, rottura dei legami sociali, perdita degli amici, oscuri disegni del Dio, re della gloria e assoluta certezza. E l’avvenire che è già avvenuto ed ha comportato la scomparsa delle persone amate; insomma, una godibile summa della precarietà del vivere medievale che sembra rivivere ed occhieggia con le insicurezze e i timori del nostro vivere. Qui non toccherò il personaggio di Sabatino, cui è dedicata la sezione ‘Sfiorando l’afasia’, intrisa di giochi linguistici, di riflessioni acute sull’uso improprio delle parole, di etimi disvelatori e tanta ironia sui parlanti che mescidano mozziconi di frasi, anche francesi, per terminare nell’ ‘ impasto gustoso ‘di più idiomi. Eppure, sola sezione in cui il lettore si può concedere qualche risata, termina con il serio dire di U. Saba, innestato perché nelle parole ‘ il cuore dell’uomo si specchiava/ -nudo e sorpreso – alle origini’. Nella sezione: ‘L’immagine, la parola’, dedicata a Flavio Caroli, il poeta commenta in stringenti versi una sola opera di ventidue maestri della pittura contemporanea (Fautrier, Fontana, Calder, Melotti, Giacometti, Sutherland, Rothko, Bacon, Pollock, Burri, P. Blake, Rauschenberg, Pascali, Kounellis, Hockney, Kiefer, Paladino, Gormeley, Longobardi, Galliani, Nava, Schnabel). Qui, mi permetto di suggerire al lettore appassionato, si evidenzia l’utilità epocale del web, che, solo dall’ultimo trentennio, consente una navigazione ipertestuale, permettendomi/ci, prima di leggere la poesia, di rintracciare l’opera a cui si riferisce e in tale maniera consentirmi/ci di godere sia l’opera e sia la versificazione di Cucchi che esprime la sua personale reazione mentale e linguistica alla visione dell’immagine riprodotta ( a volte, il poeta si è collocato de visu, di fronte alla creazione, come nel caso dei Sette palazzi celesti di Kiefer o della Montagna di sale di Mimmo Paladino). Conviene riportare alcuni testi, qui riproposti con l’immagine. Di David Hockney, A Bigger Splash diventa la poesia Mi guardo attorno nel gioco:
O si legga l’altra dedicata al Sacco di Alberto Burri, composta di due sestine ed una quartina, con interna citazione di Raboni:
- Cucchi, La scatola onirica, Mondadori, Milano, 2024, pp.140,17e
