RICCARDO ACHILLI economista
Fa molto discutere lo studio pubblicato dalla UIL Basilicata, relativo alle discrepanze salariali a carico dei lavoratori lucani. Secondo detto studio, riferito ai dati INPS al 2018, “le retribuzioni medie dei lavoratori lucani dipendenti del settore privato sono di circa 700 euro mensili inferiori a quelle medie dei lavoratori lombardi e di circa 500 euro mensili inferiori a quelle dei lavoratori piemontesi ed emiliani”, risultando la quartultima regione italiana per livelli retributivi medi, oltretutto con rilevanti differenziali di genere e di tipologia contrattuale (i lavoratori full time guadagnano mille euro in più, mediamente, di quelli part time).
E’ senz’altro giusto sollevare questa questione, che incide sulla capacità di consumo, quindi sul sostegno che la domanda locale può fornire ad un tessuto imprenditoriale spesso basato su bacini di mercato di mera prossimità, ad eccezione di quel poco di grande industria che opera in regione, fra Fca, Ferrero o Barilla. E’ peraltro interessante notare come, nonostante il fatto che la Basilicata, come risulta da uno studio di Forum Pa di qualche anno fa, sia l’ottava regione italiana per incidenza degli addetti della P.A. sulla popolazione, essa sia solo quartultima per livelli retributivi medi del settore privato. Ciò significa che il comparto privato, relativamente poco rilevante nella struttura socio-economica regionale, stante il peso di quello pubblico, esercita anche un effetto di attrazione delle risorse migliori e più preparate poco efficace, dal punto di vista del salario che può offrire. In altri termini, le migliori menti, i giovani lucani più preparati che non emigrano altrove cercano, anche tramite contratti esterni, di entrare nella pubblica amministrazione, piuttosto che fare impresa o lavorare nel settore privato.
In parte ciò è dovuto alla struttura molecolare dell’assetto produttivo della regione (poco meno del 96% delle imprese lucane ha meno di 10 addetti, il 99,4%, ovvero pressoché la totalità, ha natura giuridica di ditta individuale, oppure è un libero professionista7lavoratore autonomo). Tale assetto, ovviamente, non genera gli spazi organizzativi interni alle imprese per offrire posti di lavoro qualificati a tecnici, manager ed in generale a profili professionali altamente qualificati e normalmente anche ben retribuiti (ad esempio, le previsioni Excelsior di Unioncamere ci dicono che solo il 12,7% dei neoassunti previsti per il mese di febbraio 2020 in Basilicata è costituito da dirigenti o professioni ad alto livello di specializzazione).
In parte, le basse retribuzioni sono il frutto di una incidenza alta di forza lavoro disoccupata o sottoccupata, che evidentemente frena le dinamiche di aumento salariale. Con 20.000 disoccupati ufficiali, 23.000 lavoratori scoraggiati che non cercano più occupazione, 5.000 forestali a 151/180 giornate di lavoro all’anno ed altre 23.000 posizioni professionali titolari di Cassa Integrazione, Reddito di Cittadinanza, Reddito Minimo di Inserimento regionale prorogato, il tasso di inutilizzo o sottoutilizzo della forza-lavoro regionale supera il 14% del totale della popolazione in età da lavoro. Si tratta di un enorme bacino di persone che, ovviamente, tiene basso il monte salari regionale, sia perché lavora per pochi mesi all’anno, sia perché, nella contrattazione aziendale e territoriale di secondo livello, consente alle imprese di moderare gli aumenti salariali richiesti dai sindacati, sia perché in parte non indifferente fa “concorrenza” al lavoro legale tramite il sommerso che, non pagando tasse e contributi, può accontentarsi di un salario più basso: i lavoratori in nero in Basilicata, al 2017, sono 14,4 ogni 100 occupati, con punte del 22% in agricoltura e del 15,8% nelle costruzioni.
In parte, ed è un serpente che si morde la coda, le basse retribuzioni dipendono da livelli di produttività del lavoro bassi e stagnanti, che ovviamente non creano i margini per far crescere ricchezza e remunerazione dei fattori produttivi. La produttività del lavoro lucana è appena l’89% del valore medio italiano, peraltro fra i più bassi di Europa e, se supera l’81% del Mezzogiorno, lo deve quasi esclusivamente alla rilevante presenza produttiva della Fca.
E qui tocchiamo il punto fondamentale della questione. Per recuperare almeno una parte del gap retributivo, occorre che la produttività cresca più rapidamente di quella italiana e che le imprese offrano spazi organizzativi utili per assumere professionalità di livello medio-alto, con stipendi adeguati. E tutto si riassume in un unico concetto: occorre che la dimensione media aziendale cresca. Occorre che, in linea con le evoluzioni del Capitalismo 4.0 studiate da Mediobanca in altre aree del Paese, un gruppo di piccole imprese lucane, grazie all’eccellenza delle sue produzioni ed a una capacità di esportare su segmenti di domanda di nicchia e di alto valore aggiunto, cresca fino a raggiungere una dimensione media, in grado di sfruttare la flessibilità operativa tipica delle piccole imprese, coniugandola con le economie di scala e le capacità di autofinanziamento degli investimenti delle imprese più grandi.
E ciò significa partire da settori e produzioni che possano, almeno potenzialmente, costituire eccellenze all’export: imprese agroalimentari che valorizzino produzioni tipiche e di nicchia (dal pecorino di Filiano all’Aglianico, dalla podolica al pane di Matera alle fragole del metapontino) e piccole start up o spin off accademici, in grado di valorizzare segmenti di rinnovazione tecnologica coerenti con il modello di offerta scientifica della regione, quindi si deve trattare di realtà imprenditoriali attive nel settore dei beni culturali, del turismo, della ricerca spaziale, della ricerca in ambito agrario, della chimica verde, dell’energia green, dell’artigianato artistico svolto con metodi innovativi (P. es. la stampa 3d).
Lo spunto per una politica industriale che usi la leva dei fondi SIE disponibili per il 2021-2027, quindi, è quello di spingere verso l’aggregazione, la crescita patrimoniale ed organizzativa delle imprese, focalizzando gli sforzi sui settori in grado di creare nicchie esportative interessanti, sulle quali innescare processi di crescita autosostenuta. Non più interventi a pioggia, ma mirati su segmenti molto specifici ed in grado di innescare dinamiche di crescita dimensionale.
