ANNA MARIA SCARNATO
Vorrei parlarvi del famoso gruppo vocale e delle loro ariose e cantabili canzoni melodiche per rimanere nella leggerezza e nell’ emozione dei ricordi, ma ancora una volta non posso sottrarmi alla riflessione personale, condivisibile o meno, sulla condizione umana che, spesso, sin dalla nascita o, a volte, nel corso della vita, è talmente sperequativa da provocare disuguaglianze in campo socio-economico e conseguentemente culturale, squilibri che persistono nelle società, attraversando i secoli e senza recupero delle differenze. E chi pensava che i castelli nati come dimora dei signori, re e feudatari, conti e duchi, in epoche lontane, oggi, in buona parte, liberi dal possesso della classe nobiliare, restituiti al popolo attraverso la gestione dei Comuni, potessero essere fruiti da tutti coloro che in queste roccaforti intorno alle quali l’identità popolare si è costruita e nella quale si rivede come discendente storico resta deluso quando all’interno di queste mura spesse e secolari si celebrano feste e ricorrenze che nell’intenzione dei gestori richiamino l’attenzione e la curiosità di una comunità locale, dei mass-media, e tutt’insieme far da eco all’esortazione di un turismo massiccio al sentore della presenza di VIP ad eventi che ivi si celebrano, personaggi conosciuti attraverso la televisione, in trasmissioni in cui si distinguono oltre che per competenze professionali e artistiche, anche per un linguaggio spesso irrispettoso e provocatorio di gazzarre e infuriate, cadute di stile. Solo per richiamare sovente l’attenzione mediatica ed instaurare un contraddittorio a difesa della collocazione politica personale.
Sarà una fanciulla nata in una famiglia ricca di origine bernaldese, cresciuta nella capitale, che convoglia a nozze nella Chiesa Madre del paese natio di suo padre e dei suoi nonni, con un giovane altrettanto benestante e nobile, che può ottenere la disponibilità del castello, anche per un semplice aperitivo, a costituire un contributo alla fama della città e volano di un’attrattiva turistica fuori dai confini nazionali?
Per il popolo quale vantaggio se si punta solo sul turismo, trascurando altri settori di sviluppo ambientale, la vocazione agricola, artigianale del territorio e all’industria agro-alimentare? Cosa c’è di più bello e utile per una comunità che vuole mangiar sano se non favorire l’agricoltura e i contadini che creano con le proprie mani coltivando e aspettando la crescita per far assaporare i prodotti della terra, farli “crescere” e sognare di poter organizzare un’impresa economica, cosa c’è di più bello che permettere ad un artigiano, ad un falegname, ad un fiorista, ad un fabbro di avere uno spazio dedicato ad uno sviluppo della propria professione ed esportare i prodotti, mentre devono accontentarsi di sussistenza? Ma questa terra nostra sta scommettendo solo sul turismo, cercando di sfruttare la fama di personaggi che per identità tramandata dai racconti dei padri e dei nonni, e seguendo giustamente il richiamo del sangue, dovrebbero rianimare questo territorio? E qui che la popolazione, che pur vive maggiormente di agricoltura, specialmente nel metapontino, dovrebbe comprendere che l’Amministrazione comunale distrae attraverso progetti ideati dalla Regione e finanziati (si vedrà…), “privatizzando” un bene comune come il Castello aragonese, puntando alla costruzione dell’immagine di una città vacua, l’immagine di chi ne è a capo e che non ha pensato alla ZES (zona economica speciale) in tempo utile. Ha sprecato un’occasione d’oro per lo sviluppo del territorio e delle sue attività che avrebbero dato lavoro senza elemosinare posti alle poche piccole e medie imprese della zona PIP. Occasione persa e non più recuperata, nonostante il governo regionale “amico”per militanza politica di trapasso che, vale ricordare, lo stesso Sindaco definì in prima battuta, una scelta strategica per il bene di Bernalda e Metaponto e in tempi più coraggiosi, svincolato dalla gran parte della maggioranza dimissionaria, una consapevole scelta ideologica. Per non parlare della Casa di comunità che a Bernalda non è stata concessa. Ancora chi ne conosceva l’importanza si chiede il perché. Si è alla ricerca di una motivazione che non è stata comunicata dagli amministratori. Tanto si è paghi di esteriorità per non preoccuparsi della salute dei cittadini? E’ stata avanzata una richiesta documentata dalle esigenze di un territorio che ha visto morire alcuni suoi abitanti per mancanza di defibrillatori o di strumenti fuori servizio e non riparati? Una Casa di cura doveva essere recepita e richiesta battendo i pugni fino a provare il dolore, mai uguale, a quello di chi ha perso un familiare per arresto cardiaco. E la cura e l’assistenza per i malati cronici è sfumata, l’hub di prossimità per le cure primarie, diagnostica strumentale, assistenza domiciliare, prevenzione e rete con tutte le strutture, un accompagnamento verso i servizi con percorsi sanitari adeguati e tanto altro. Non si vuole pensare che l’indolenza o la negligenza trovi ragione nella volontà di non ostacolare progetti sanitari privati in atto o in cantiere. Se così fosse sarebbe sconcertante e avverso il doveroso impegno assunto, ipotecando lo sviluppo mancato.
Bernalda non è solo il paese di registi famosi, di comici bravi, di musicisti e cantastorie……anche di poveri che non si scoprono poiché non “prossimi”, non “castellani”, che non vanno a chiedere un posto di lavoro. Ed anche di un’amministrazione che nella parte di maggioranza sembra recitare un copione scritto e raccomandato, in quella di minoranza che non mette alle strette chi comanda nel modo più efficace e diretto, intimorita a tratti dal passato trascorso con lo stesso primo cittadino e che al passato li richiama spesso invece di soddisfare le domande che restano inevase.Si manca di coraggio. E “io non permetto”, ”ho favorito” sono termini scappati di bocca per eccessiva “vis pugnandi”, rispolverata da un latino imparato a scuola grazie ad un mentore bravo che il successo e l’arrivismo ha fatto dimenticare, o dettati da un’ideologia basata sul culto del capo e sulla politica come spettacolo e non come confronto? A chi si vuol far paura e perché?
Il popolo bernaldese, forse non tutto ma una grossa parte, ama far da spettatore di fronte ad una gestione amministrativa discutibile. Si accontenta di “guardare” e si appaga, disconoscendo i problemi presenti o per ignoranza o per empatia verso il potere, senza chiedersi dove sta andando il paese. Se la Fitzgerald diceva ” non è da dove vieni che conta bensì dove stai andando”, molti non si ribellano a chi fa il contrario, anzi si fanno strumentalizzare. Considerano forse più importante il sentimento romantico suscitato da chi ha scoperto le sue radici lucane pur essendosi formato genio altrove e non considerano un male l’accontentarsi di vivere gli eventi non da protagonisti partecipi, possessori di una particina di quel Castello ma da spettatori di scene decise dal presidente regionale che finalmente sembra ricordarsi delle nostre intelligenze, delle nostre possibili leve di sviluppo quando ha escluso nel silenzio assoluto Bernalda e Metaponto dalla fruizione di servizi che avrebbero dato lavoro e impulso ad una economia zoppa. E la gente che accorre agli eventi di questi giorni presso la Chiesa madre è “fuori” dal Castello, dal Palazzo Margherita, serve da cornice ai castellani, ai ricchi. La linea di demarcazione tra poveri e ricchi, tra gli eletti e i rifiutati si fa sempre più marcata. E l’elite di turno che riscopre le origini paesane quando si accorge di essere stanco dei luoghi e delle persone che li hanno fatto affermare. Qui trovano chi li guarda con occhi trasognati e crede che la loro fortuna possa essere ora di questo paese. Anche il Castello torna all’elite e chi chiede di poter presentare un libro o un evento pur diverso da una sfilata di abiti (già concesso) non ottiene il consenso. Una società che si riconosce inclusiva, ugualitaria e partecipativa forse esiste solo nelle intenzioni di un programma scolastico che la Scuola promuove, nei discorsi di un Papa, nelle azioni coraggiose di preti impegnati e di donne e uomini comuni che ancora combattono e credono che le disuguaglianze si possono annullare mentre pochi sono i cambiamenti di direzione.
Riflettendo, la storia si ripete solo dopo un poco più di un decennio amministrativo allorquando gli assessori di Giunta comunale non vennero invitati alle nozze di Sofia Coppola e il Sindaco e la gentile consorte presenziarono in solitudine. Non ritenuti “castellani”, all’altezza di Palazzo Margherita? Certo è che chi ci andò non dimostrò di essere dispiaciuto. Forse perché la stessa Giunta decise di trattare il regista come un cittadino comune, pur di fama che rende orgogliosi una comunità ma che lo accoglieva come uno di “noi”, come si è soliti dire. E il canone l’affitto del garage comunale da parte della struttura di Palazzo fu adeguato in base al reddito e allo spazio da occupare di fronte alla proposta di chi chiedeva un riguardo, peraltro non richiesto, per il personaggio famoso. Uomini e donne di altri tempi si direbbe. Non saprei. Certamente capaci di riconoscere il Genio e rendergli omaggio ma liberi da ogni potere e sudditanza.
