I rischi di una situazione territorialmente squilibrata, con una pianura padana come unico laboratorio produttivo dell’italia, sono stati evidenziati dalla vicenda pandemica, ma per la verità erano già chiaramente emersi in altre emergenze di natura climatica tra cui la siccità e l’inquinamento. In agricoltura , senza molto clamore, si è pensato da tempo ad una strategia di ripartizione dei rischi, dando vita, soprattutto per iniziativa delle grandi associazioni agricole, alla costituzione di filiere in tutte le altre parti d’Italia, grazie alle quali oggi il rifornimento dei prodotti è assicurato dovunque , con il Nord fermo e il Sud che provvede a rifornire i mercati di tutta Italia. Negli altri settori produttivi questa strategia è praticamente assente, se si fa eccezione per quella lontana industrializzazione conseguente al terremoto dell’Irpinia e della Basilicata e ai grandi gruppi industriali  che furono sollecitati ad investire. Oggi c’è il pericolo che, proprio mentre si parla della nuova centralità del Sud nelle politiche di investimento, l’attenzione della politica sia nuovamente spostata verso una ripresa dell’apparato produttivo e a un rilancio industriale della locomotiva del Nord, senza i correttivi che proprio l’esperienza pandemica sta suggerendo. Basterebbe dare un’occhiata alle foto satellitari sull’inquinamento ( nella foto la differenza tra la situazione di venti giorni fa e quella di oggi)  della pianura padana per capire che , sia dal punto di vista produttivo che da quello della qualità della vita, c’è tutto l’interesse a coniugare gli investimenti con un riequilibrio territoriale, con misure atte ad incentivare la parziale delocalizzazione delle imprese del Nord verso altri territori italiani. Così come lo smart working incentivato e sollecitato dal Governo in questo periodo di crisi dovrebbe essere una delle misure da adottare strutturalmente dopo l’uscita dalla crisi per rendere il Paese meno fragile, più equilibrato e più produttivo . Una legge ben strutturata che non consiglia ma impone, a determinate condizioni, come scelta contrattuale il lavoro da casa, per tutte quelle attività connesse ad una prestazione individuale programmabile e misurabile, potrebbe lenire ad esempio il fabbisogno di case che angustiano le regioni del Nord e mantenere o riportare tanti giovani cervelli nei paesi d’origine, oggi spopolati e in fin di vita. Se poi quella legge offrisse incentivi alle aziende del Nord per  un lavoro a distanza, in maniera da rendere conveniente questa delocalizzazione di risorse umane, sarebbe un fatto di straordinaria modernità. Insomma, si vuol dire che una necessità sopraggiunta non deve riscuotere semplicemente il bollino di priorità rispetto a storiche necessità che da anni rivendicano di essere risolte: è l’occasione per ripartire in una visione unitaria, corresponsabile e solidaristica. Qui , su questo discrimine, si deve far sentire la politica, se c’è ancora qualcuno capace di pensare in maniera patriottica al Paese.  Rocco Rosa