Narrativa mescidante, da Colonnese, con l’inglese di Paracuollo e Basagni

                    

         di Antonio Lotierzo

 

I Mescidanti. Messina appartiene a quei narratori mescidanti che riescono a mescolare storia e racconto, arte e costumi, invenzione e resoconto geografico, esprimendosi in una lingua duplice, manierata, che varia dal ricalco espressivo alla tensione comunicativa. Sto parlando del prezioso volumetto dell’editore napoletano Colonnese, scritto da Raffaele Messina e presentato con testo a fronte in inglese per la traduzione adeguata di Mara Paracuollo e Claudia Basagni, libro pensato anche per i turisti che vagolano infittiti nel centro storico di Napoli oltre che per noi avidi lettori di quelle storie minori ma rivelanti che da Stendhal a Croce, da Dumas alla Yourcenar celebrano l’umana ricchezza del ‘paradiso abitato da diavoli’.  L’azione si svolge nel Seicento, intorno all’eruzione vesuviana del 1631 ed ai suoi ‘mostruosi avvenimenti’ ma assume le vesti narrative del personaggio unico inventato da Messina, la lazzara, con le ‘maniche della camicetta bianca, che fuoriuscivano vaporose dal corsetto nero ben stretto in vita, e le mille pieghe della gonna di panno rosso, che si adagiava sui fianchi’(p.15).

Raffaele Messina 

E non è questa una trasposizione fedele dal vedutismo di una gouaches, quasi che il manierismo di Messina si sia esercitato con intelligenza e ammiccamenti su di una materia che la pittura del Settecento ha tanto bene registrato? Sì e no, perché Messina è narratore onnisciente ed accattivante e guida il lettore come se entrasse in una storia d’amore (e non di prevaricazioni sociali, di desolazione sismica e di oscena morte, che il racconto ci svelerà nel suo distendersi), l’amore di una fanciulla per un dolce damigello, biondo e sorridente, in chiara livrea, che segue un gentiluomo, quasi scienziato, del fenomeno eruttivo e delle fumarole arcane che si dicevano opera del demonio.

Concatenata connessione  la scena si affianca al canto popolare ed ai balli, ci presenta il soprannome della lazzara, Ricciolina dai boccoli neri corvini, di cui si ricordava che questa ‘Stella diana’, ‘tu m’he traduto/ E m’he feruto/ Si’ ruffiana/fai la puttana’, brandelli di canzoni che mi rinviano ad un canto amoroso salernitano-lucano in cui lo spasimante, per attaccare bottone dice “ ué ricciulì, chiamatë lu canë / ca ieri sera së mënava nguollë” ( o, variante, ‘së mënava a li stualë’, agli stivali). Ed ecco lo spazio vitale della Ricciolina: la casa paterna e la locanda presso il ponte della Maddalena, spazio dove Messina convoglia la serie d’azioni di cui qui non diremo altro. Il racconto assume toni di forte realismo (ho pensato a  Maupassant) quando traccia la tremenda figura del ‘violento genitore’, esemplare implacabile e meschino di quel patriarcato italiano da cui i valori della Costituzione cercano di emanciparci. Come per ‘Filomena Marturano’, è il padre, manesco e bestemmiatore irruento, che spinge la lazzara a  ‘guadagna’ ‘o ppane’ prostituendosi e fungendo da inserviente nella locanda di donna Carmela, violentandola per primo e richiedendo un mantenimento per sé stesso ed il suo vizio del gioco. Patriarcato e sopportazione femminile. ‘ Sopportare il bruciore tra le cosce, al primo strofinio ruvido e prepotente; sopportare il senso d’ingombro, d’un legno rigido nel ventre; sopportare la nausea per il fiato rancido in faccia; sopportare le mani che strizzano seno e cosce, fino a lasciare lividure’(p.31). Uscendo dalla famiglia oppressiva, la lazzara conosce un’aria di libertà e assenza della fame entrando in quel putrescente mondo avvinazzato d’avventori che pure mettevano alla prova la sua destrezza e l’arguzia di adolescente che riesce a mantenere intatta la sua freschezza ed allegria al di là del contesto. Eppure lo scrittore, al di là dell’ambivalenza, mette in luce quanta nausea la Ricciolina avvertisse verso quel mondo violento e profanatore degli uomini che la possedevano dall’esterno, una nausea profonda,  che donna Carmela cercava di lenire prospettando per lei una futuribile, quanto irrealizzatasi, modifica esistenziale a ‘cortigiana onesta’ che potesse campare come una regina, con carrozza e  serve, al di là delle gabelle da pagare a Filippo IV…Illusioni, una trama di prospettive future che la lazzara ascoltava ma nutrendo quell’ ’intima diffidenza’ nei confronti degli ‘elogi ipocriti’ che le persone si scambiano, senza crederci. La trama di un futuro diverso le sembrava più concreta se legata alle lusinghe di quel damigello intravisto mentre recava acqua verso casa. E il racconto si sposta verso la storia, verso gli avvenimenti sociali legati alla notte del 16 dicembre 1631 quando il Vesuvio avvia l’eruzione con colonne di fumo alte come un enorme pino e lava, inducendo alla fuga migliaia di abitanti e lasciando temere anche per la città di Napoli, verso cui il tutto avanzava. Anche in tale frangente la lazzara era sottoposta alle prestazioni solite,  divagando fra le quali il narratore si diverte a riferirci anche delle acrobazie semiperverse del commerciante don Gerlando, che vanno lette con gusto e venature ironiche. Ma è tempo che la gente invochi la potenza di san Gennaro, che da qui in poi assume nel racconto una presenza d’attesa miracolosa. Nel sociale trambusto, la lazzara scorge di nuovo il damigello su di una carrozza con una dama e dentro di sé avverte l’insostenibilità del suo destino, del tutto altro e vergognoso rispetto a tante esistenze civili e serene. Desiderò un cambiamento esistenziale. La sua interna sofferenza crebbe e si nutrì di grida tragiche. Il sogno dell’impossibilità della mutazione vitale le tarpava le ali, la soffocava. Qui il narratore opera una trasfigurazione del personaggio della lazzara che acquista una consapevolezza razionale da eroina di teatro greco e fa scattare in noi una pietas, una pietà che ci rende empatici e vicini alla tragicità della Ricciolina che non potrà riconvertire la propria esistenza.                                       

Nel frattempo ecco ‘la fine del mondo’, la più ampia descrizione dell’eruzione violenta del 1631, ecco i bruciamenti di case, di contrade e di vegetazione; ecco un’incessante pioggia e la cenere farsi fango che tutto trascina via; ecco il soffocamento per vapori di animali e la morte di persone, giù fino al mare, che conserva il ricordo nel toponimo di ‘pietrarsa’. Nel terrore collettivo si cerca un capro espiatorio nelle prostitute, per cui il viceré proibisce i contatti con le donne lascive! Agli occhi della lazzara, l’ampio salone della locanda apparve  ora carico di sudiciume e la sua stessa vita esigeva una trasfigurazione, per cui corse verso l’esterno, verso la folla che seguiva l’ordinata e protocollare processione delle reliquie di san Gennaro, coordinata dal cardinale Boncompagni, processione che impetrava il miracolo di fermare l’eruzione, il fango e la lava sterminatrice. Se posso sostenerlo, anche qui Messina ha presente e riutilizza il vario materiale iconologico di cui è alta testimonianza nella pittura napoletana ma il suo raffinato lavoro è consistito proprio nella personale rielaborazione dei composti precostituiti secondo l’ottica dell’inventata Ricciolina, che è personaggio letterario ormai vivido ed operante nell’immaginario letterario. Inutilmente la lazzara cerca d’avvicinarsi al santo; estranea e di bassa condizione è respinta; i maschi fingevano di non conoscerla e le donne la spintonavano lontano, ‘ vendicando così l’astio accumulato per tutte le volte in cui la Ricciulina aveva svuotato la guallera dei loro uomini’, che in traduzione è resa con ‘had emptied their men’s nuts’(p.100). La scrittura di Messina qui si riempie di quella empatia che sottolineai verso la lazzara, che qui ci commuove, proprio mentre indirizza a san Gennaro la sua preghiera di non fermare il fuoco, di bruciare tutta la locanda e la casa del padre. Una preghiera per l’ecpirosi, per la pulizia generale dell’umanità ingolfata nel male quotidiano ed incapace di redenzione. Ma mentre produce la sua supplica, la lazzara ha un mancamento e cade a terra morta e poi bruciata. Ignorata da tutti, è circondata da cani famelici, metafora di altre cagnanze. Tenera figura questa lazzara inizia il suo percorso fra i personaggi che Napoli  e l’Italia hanno saputo offrire alla narrativa universale, percorso di invenzione che è menzogna creativa ma che proprio da questo affastellarsi di situazioni  false e note emerge con la sua novità nella variegata e congrua scrittura di Messina.