La Giunta regionale lucana ha sbandierato come grande successo di una stagione riformista di cui, in verità, si è visto ben poco, la riforma degli assetti del sistema sanitario regionale. Inscritta nella linea di tendenza basata sulla razionalizzazione del numero degli enti che operano sul territorio, tipica dei provvedimenti già realizzati nella precedente legislatura regionale, detta riforma, in realtà, si traduce in un artificio organizzativo e contabile. Un artificio finalizzato a rispondere ai requisiti della nuova normativa nazionale, che non affronta i nodi strutturali della sanità della Basilicata, e non valorizza i pur esistenti punti di eccellenza che il sistema sanitario regionale presenta, nel panorama meridionale.
In linea generale, la legge regionale di riordino, peraltro usando un linguaggio molto tecnico che poco aiuta il cittadino comune a capire, riordina in tre grandi poli il sistema ospedaliero lucano: il San Carlo di Potenza, che prende in carico l’intera rete ospedaliera del potentino, l’Asm, che coordina quella del materano e l’Asp che, con scelta bizzarra (probabilmente fatta per dare all’Asp un ruolo residuo, dopo che la gestione degli ospedali sarà stata trasferita all’azienda ospedaliera San Carlo), assume la titolarità dell’intero sistema regionale di emergenza-urgenza (il che potrebbe porre problemi di coordinamento operativo con le strutture presenti in provincia di Matera). Il Crob di Rionero mantiene la sua autonomia gestionale.
Evidentemente, tale riordino è pensato, in primis, per accorpare strutture ospedaliere che, singolarmente prese, non risponderebbero ai criteri di servizio dettati dal D.M. 70/2015,ai parametri economici evidenziati dalla legge di stabilità per il 2016 ed alle disposizioni sui turni di lavoro degli operatori di cui alla legge 164/2014. Evidentemente, si tratta di obiettivi necessari per evitare un piano di rientro, e disposizioni vincolanti che sarebbero imposte dall’alto, però si deve anche rilevare che la riforma proposta non supera un mero obiettivo minimalistico di adeguamento alla normativa nazionale. I grandi nodi della sanità lucana, ovvero la massiccia emigrazione sanitaria, le liste di attesa, l’insufficiente turn over del personale, posto sotto grande pressione, l’insufficiente sforzo di formazione del personale stesso, la mancata integrazione fra filiera sanitaria e filiera sociale, declamata a livello normativo nella L.R. 4/2007 ma mai realmente attuata, avrebbero richiesto, con l’occasione di una riforma “forzata” dai provvedimenti nazionali, maggiore coraggio e maggiore creatività.
Né vale, a difendere questa riforma, il ritornello secondo cui “nessun ospedale chiuderà”. Verissimo. Però, intanto, in ossequio alle norme nazional idi razionalizzazione della spesa, i posti-letto diminuiranno ulteriormente. Una stima di Francesco Venosa, vice segretario regionale del Fials, parla di 122 posti-letto in meno a regime, e di una riduzione di oltre l’1% del personale, a regime, come effetto delle disposizioni nazionali trasfuse nella riforma regionale. Proprio mentre viene a maturazione la bomba demografica di una regione in rapido invecchiamento (con parametri di età media tipici di una regione del Nord, più che del Sud). Evidentemente, non si fanno le nozze con i fichi secchi. Se a livello nazionale le risorse finanziarie vengono ridotte e si impongono percorsi di razionalizzazione, è inevitabile che una piccola regione, con scarso potere contrattuale, debba adeguarsi, soprattutto quando il suo governo regionale è completamente schiacciato sulle posizioni renziane del Governo nazionale.
Però, sia pur da una posizione passiva e sostanzialmente adempimentale, sicuramente esistevano gli spazi per tentare qualcosa di più coraggioso. Attendiamo i provvedimenti con i quali, in base alla legge regionale, le Aziende Sanitarie concluderanno, entro dodici mesi, accordi organizzativi per l’effettiva attuazione dei percorsi di continuità assistenziale Ospedale-Territorio e degli Ospedali di Comunità. Sperando che tali provvedimenti individuino una rete sanitaria senza sovrapposizioni, integrata in modo ottimale, in grado di portare sul territorio i servizi per le lungodegenze e le cronicità in modo efficace, evitando il rischio di un eccessivo accentramento in pochi poli, che contribuirebbe ad accelerare lo spopolamento delle aree più interne.
Nel frattempo però, e stupisce che, stante l’origine geografica dell’attuale Assessore, non si sia fatto, si sarebbe potuto imitare il processo riformatore della sanità toscana, che irrobustisce i distretti sanitari territoriali, attribuendo loro un ruolo primario in sede di programmazione. Di converso, la fase programmatoria prevista dall’articolo 3 della legge di riforma lucana non fa altro che replicare il modello programmatico già esistente, completamente accentrato sulla Regione, che svuota i distretti sanitari di ruolo e funzioni, e che non prevede strumenti efficaci di integrazione fra sanità e socio-assistenziale che, quindi, prevedibilmente, continueranno a viaggiare su binari distinti.
Così come qualcosa si sarebbe potuto fare in termini di rete interregionale di servizi sanitari, cercando utili integrazioni con le sanità di regioni contermini, sia per valorizzare, in termini di afflusso, i punti di eccellenza lucani, sia per costruire percorsi di prossimità che limitino l’emigrazione sanitaria entro il raggio delle regioni confinanti (soprattutto Campania e Puglia).
Strumenti specifici di formazione ed aggiornamento professionale del personale, come quelli previsti esplicitamente dalla riforma sanitaria toscana, appaiono inesistenti, mentre l’età media degli operatori ospedalieri lucani aumenta, ed i carichi di lavoro si fanno sempre più onerosi.
Tutto ciò non è stato nemmeno tentato, e non si prevedono nemmeno strumenti efficaci per migliorare in corso il disegno. L’Osservatorio regionale sui servizi alla persona, previsto all’articolo 4, ha tutto l’aspetto dell’ennesimo tavolo pletorico dal punto di vista della programmazione, che avrà, come si capisce dalla sua composizione, l’unica funzione di individuare le strutture ospedaliere che, a norma del comma 524 della legge di stabilità per il 2016, accusino rilevanti scostamenti fra costi e ricavi, o non rispettino i parametri relativi a quantità, qualità ed esiti delle cure, previsti dal decreto 70. In altri termini, tale Osservatorio, più che uno strumento di sostegno ad una corretta programmazione (per il quale sarebbe necessario contemplare, fra i membri, anche le parti sindacali, l’associazionismo, ecc.) appare essere il braccio armato della Giunta rispetto alle strutture da porre sotto piano di rientro.
Fra una riforma meramente contabile, ed una evoluzione demografica negativa, nella morsa di risorse finanziarie decrescenti, la bomba del sistema sanitario regionale è in procinto di esplodere. E richiede un maggiore coraggio, oltre l’adempimento del compitino imposto da Roma.
*ECONOMISTA
