teresa lettieri

L’enorme vuoto che ormai si è profilato tra i cittadini e quella che, maldestramente e immeritatamente, continua a chiamarsi politica, rappresenterà lo scenario delle prossime consultazioni comunali per la città di Potenza. Uno scenario tanto paradossale quanto rischioso, fitto di distorsioni, generate quasi naturalmente e che lascia scoperta, deliberatamente, l’imperizia e l’incapacità degli autori senza che nulla e nessuno/a si scomponga, oltre a diffuse confusioni. Anche queste ugualmente insidiose, soprattutto in un periodo storico  come quello che stiamo vivendo, troppo lungo per suggerire il più banale degli auspici, la speranza che sia agli sgoccioli per vederlo finalmente sparire, ingoiato da qualsiasi cosa, purché distante dall’incalzante e insopportabile disumanità del quotidiano. Sembra, infatti, che questo sia il terreno più fertile per allevare inconsapevolezza e ignoranza, sudditanza e malcostume, continuando pressoché all’infinito e scomodando le peggiori corruzioni. Più grave ancora, è forse il putrido pantano in cui le nuove generazioni sono completamente immerse e dove il modo di fare in uso indiscriminato tra i vari partiti, non temendo argomenti alternativi, è diventato l’unico possibile e quindi reale, concreto. Una modalità definita dall’assenza di contenuti alternata alla mancanza di azioni, dove la fragilità e l’inconsistenza dei ripetuti spot di matrice meramente elettorale, in particolare da parte di chi governa, lascia il passo a sporadiche iniziative, fondamentalmente illusorie in termini di obiettivi e intenti, quindi, votate per lo più, allo spreco illimitato di risorse. In fondo, così si formano e si nutrono le credenze, buone o cattive che siano. E di questo vuoto, purtroppo, i giovani sono le principali vittime, per motivazioni diverse, spesso prestati ai partiti per rinfrescare le loro compagini, sia consapevolmente in nome di collocazioni rapide e pericolosamente ricattabili, sia per arginare, alla meglio, la quotidiana sfiducia nel proprio futuro. Non è un dato di poco conto parlando di ciò che attende la città di Potenza al prossimo turno elettorale, tanto più se si definisce e si misura il contorno del deserto di questi ultimi 5 anni, che pur venendo da lontano, ha ulteriormente scavato cicatrici irreversibili. Deserto sociale, produttivo, politico, culturale, economico, dove è riuscita a banchettare l’insopportabile autoreferenzialità mista a inconcludenza e incapacità dei partiti cittadini di spicco. Una volta, nonostante la modernità, si usava definirli “ciucci e presuntuosi” ovvero incapaci, sbruffoni e tronfi. Oggi, nonostante i vecchi modi di dire, ancora attualissimi e diffusi a vari livelli istituzionali, spacciati per modelli da seguire evidentemente, considerate le fila che nutrono e che vedremo, soprattutto tra i giovani allevati con questa prassi. Quella che fa scegliere per opportunità personale, in barba all’ideologia; quella che, in nome dell’ideologia, obbliga a compiere scelte discutibili per il bene della collettività, pena esclusione dal partito; quella che concede qualsiasi azione purché si appartenga al partito, salvo qualche scappatella “programmatica”, per poi ritornare alla base. In sintesi, il metodo partitico. Anti-politico. Che si tratti di maggioranza o di opposizione. Si può colmare un vuoto di questa portata? Si può restituire alla città la dimensione dignitosa che la rende socialmente vivibile, politicamente competitiva, economicamente sostenibile, culturalmente appetibile e quindi centro urbano spendibile a livello locale quanto almeno nazionale, attraverso la remunerazione multilivello dei suoi ambiti, fattori e output, ancorché dei suoi cittadini? E’ possibile, attraverso il vero e unico atto politico da cui ripartire affinché si marci verso la ricostruzione: l’esercizio concreto e reale della cura della città da parte dei suoi cittadini, dove la cura è, inevitabilmente sacrificio, impegno, costanza e conoscenza. Ma i potentini sono disposti ad assumersi un impegno del genere? Sono disposti ad accollarsi la responsabilità dell’appartenenza, ad impegnarsi verso il luogo, tutt’altro che fisico, in cui hanno scelto di crescere figli e nipoti, dove lavorano, cercano e costruiscono benessere per sé e la comunità, a prescindere da chi siano e rappresentino (che peraltro, non rende più o meno cittadini)? Ambiscono alla propria crescita e alla evoluzione e innovazione di quanto vivono attraverso le proprie attitudini? Le domande da porre ai potentini sono queste e non SE voteranno e CHI voteranno. SE e CHI  non sono affatto argomenti secondari, ma lo diventano laddove siano gli unici sui quali discutere. E ai partiti, ormai oltre la riflessione sull’astensionismo diffuso ma concentrati su un perimetro di pochi centimetri di lato, interessa un nome “proprio” di partito. Non un obiettivo, non un programma “proprio” per Potenza. Il voto è l’epilogo democratico di un processo governato da una visione e da un programma frutto di quella visione. E’ l’epilogo di attività di ricerca, di azioni e risultati misurabili attraverso indicatori costruiti sugli obiettivi posti inizialmente, tanto sociali quanto produttivi, tanto economici quanto culturali. E che suggeriscono spostamenti e aggiustamenti nonché spunti e indicazioni utili a riportare la gestione e il governo della città sul percorso più adatto a un determinato intento. Tutto questo definisce la parola “politica”. Definisce le soluzioni agli obiettivi, il vero senso della politica quale strumento attivo della vita pubblica. E dove l’iniziativa privata non diventa un ostacolo, non segna fratture nel tessuto sociale, ma offre altre opportunità in sinergia con il pubblico, nel rispetto dei diritti fondamentali. Ciò che invece abbiamo sotto gli occhi non è altro che una accozzaglia difficilmente catalogabile in azioni di senso, che non ha visione, né strategia e tanto meno obiettivi. E’ un contenitore vuoto che accontenta, laddove possibile, il singolo a danno della comunità; privilegia l’amico sperequando tra diritti, soprattutto se si opera in ambiti sociali particolarmente sensibili e fragili, prioritari per l’intera comunità e il bene sociale; legittima taluni, a turno, escludendo tutti gli altri, sempre. Chi sarà l’autore di un percorso davvero sano e scevro da qualunque forma di egoismo e personalismo di partito nella città di Potenza, è molto difficile dirlo. Tanto più se ogni cittadino continua a rinnegare il suo protagonismo e la sua partecipazione alla vita pubblica delegando la funzione che gli spetta. E’ nel suo ruolo che è riposta la cura e la responsabilità verso la città. Il punto non è scegliere tra coalizioni opposte, anche perché ad oggi, con i risultati ottenuti, una certezza sulla quale c’è poco da argomentare è che qualsiasi coalizione abbia operato in maniera opposta a ciò che significa città. Lo dice, senza troppi veli, lo stato in cui versa il capoluogo, dal verde alle strade, dai rifiuti alle campagne, dal centro storico alla periferia. E non sarà l’eventificio, creato a dissuasione dei “soliti” oppositori, oppure usato per interrompere il torpore degli amici “vicini” all’amministrazione dell’una o dell’altra parte, aizzati come tifosi ora della festa patronale, ora dello street food, a restituire un profilo sano e attivo di Potenza. Non saranno i cori sociali, avviati come catene di Sant’Antonio, per falsare i risultati, purtroppo negativi, raccolti quotidianamente e che impattano su tutti. Anche sulle tifoserie di partito. Non sarà l’elenco delle utopie, raccontate in circa un mese di campagna elettorale, a scongiurare la partenza di giovani in cerca non solo di lavoro, ma anche di una qualità di vita accettabile. Se mai con loro le famiglie, spinte dalla necessità di non perdere almeno il legame affettivo minacciato dai ritorni occasionali sempre più rari. Non sarà un nome piuttosto che un altro o una strategia più finta dell’altra. Non sarà nulla di tutto questo. Sebbene, ancora una volta, ritroveremo esattamente questo, dietro un laconico “accetto per spirito di servizio”.