di IDA LEONE

dedicato ad Alessandra Catania

Il riscaldamento é importante. Tendere i muscoli dei polpacci, il piú possibile, ma lentamente, e lentamente farli tornare a posto, “non sono elastici della fionda” mi disse una volta un trainer bravo. Tendere i quadricipiti, con cura, tenendo la giusta posizione. Ruotare con delicatezza le caviglie, in un senso e nell’altro. Ruotare il bacino, sciogliere i muscoli delle spalle e delle braccia. Saltellare a piedi uniti. Apro Runtastic, poi lo chiudo. Oggi no. Oggi la sfida é solo con me. Infilo le cuffiette, sfioro il tasto avvio.

Meet me in the city
Hey girl I’m calling all stations
Blowing down the wire tonight
I’m singing through these power lines
And I’m running on time and feeling alright

Inizio a correre. Leggera piú che posso, passi corti, cercando di rilassare il piú possibile i muscoli. Respiro sincronizzato sul ritmo dei passi. Inspira – inspira – espira – espira. Inspira – inspira – espira – espira. Mi corre accanto la rete che delimita il lago, ed é interamente ricoperta di ragnatele. Su ogni ragnatela, milioni di goccioline di condensa della umiditá della notte, su cui si riflette il sole. Uno spettacolo incredibile. La musica che ho scelto sono tutte versioni live di canzoni del Boss, il concerto da Chicago del 2016, piú qualche chicca italica che serve sempre.

Sherry darling
Well let there be sunlight
let there be rain
let the brokenhearted love again
Sherry we can run with our arms
open before the tide

Le note passano dalle orecchie alla testa alle gambe al pendolo delle braccia. Lo stramaledetto ingombro dei miei seni pesanti si assesta nella brassiere sportiva, passo dopo passo, e mi da meno fastidio. I capezzoli bruciano, forse sanguineranno, alla fine, ogni tanto succede. Concentrarsi sul respiro. Concentrarsi sul ritmo. Nuvole basse, è autunno, l’aria profuma di legna bruciata, mosto e castagne. Fresco e umido. Poi mi farà male la cervicale, ricordati di asciugarti bene quando finisci. What you say, Sherry darling?

Born to run
Baby, this town rips the bones from your back
it’s a death trap, it’s a suicide rap
we gotta get out while we’re young
‘cause tramps like us
baby, we were born to run

So che il difficile sta per arrivare. Tenere il ritmo, non accelerare. Tenere il ritmo. Il sudore comincia a scorrermi lungo la faccia, mi entra negli occhi, li fa bruciare. Mi concentro sulla rabbia. Sulla rabbia della scartata, della inadatta, di quella lasciata da parte. Sulla rabbia per non aver avuto quello che mi spettava, in modo cosí platealmente ingiusto. Sulla frustrazione dell’attesa. Su altra rabbia che brucia dentro e senza un vero perchè, adesso non ho tempo di pensarci. I piedi tengono il ritmo, ticchettano sull’asfalto in un tictac preciso come quello di un orologio. Il fiato é un po’ piú grosso. Rabbia, rabbia, rabbia. La calpesto sull’asfalto sotto le suole delle mie scarpe da runner americane, leggere come piume, mi calzano alla perfezione. Come un guanto. Fitta al cuore.

Applausi per Fibra
Ora se tu hai seguito il mio percorso
come se fosse un concorso
allora fai l’ultimo sforzo e chiediti il perche’
E’ sempre il solito discorso ogni mattina col rimorso
almeno pagami il rimborso e vaffanculo anche a te.

C’é piú sole adesso, fa più caldo. Ringrazio l’abbigliamento tecnico che ho comprato in tempi di vacche grasse, che traspira e non fa stagnare il sudore. Sudore che scorre lungo la schiena, ora, lo sento distintamente. Stropiccio gli occhi con una mano, cercando di tirare via acqua che brucia. Qualcosa brucia anche dentro. Si chiama sconfitta, mi appare a caratteri cubitali davanti agli occhi. Hai perso. Hai combattuto, e hai perso. Brucia, vero? Brucia come il fuoco. Ma se ne esce, forse meglio di prima. Si sale sulla montagna a mani nude, e siamo sempre soli. Ci ho provato, in tutti i modi. Non ho rimpianti. Non ho rimpianti. Ora non vedi la cima, ma la vedrai domani. After all, tomorrow is another day. E sí, vaffanculo anche a te. Adesso lo canto insieme a Fabri Fibra, non fa niente che gli altri runner e i ciclisti mi guardano strano.

No surrender
We made a promise
we swore we’d always remember
no retreat, baby, no surrender
like soldiers in the winter’s night
with a vow to defend
no retreat, baby, no surrender

Ecco, arriva la crisi. Le gambe si fanno di legno, senza giunture e ingranaggi, tutto il corpo é rigido e sicuramente la corsa si é fatta goffa e sgraziata. Il cuore martella più o meno regolare, ma il fiato si spezza. La testa dice “Fermati, fermati, non puoi farcela, basta“. Springsteen peró proprio adesso mi sta urlando di non arrendermi. Stringere i denti. Rallentare, se necessario, ma ritrovare il ritmo del respiro. Inspira – inspira – espira – espira. Inspira – inspira – espira – espira. La faccia é rigata di acqua, e non é solo sudore. No, non piangere! Spezza il fiato ancora di piú. Come può non bastare, quel ridere e giocare e parlare e capirsi al volo? Quel completarsi le frasi a vicenda? Le migliaia di parole scritte, nelle quali scoprivamo la sintonia totale? Non fermarti. Respira. Respira. Sputa col dolore tutte le tossine del non detto, del non giocato, le porte sbattute, le lacrime già versate. “Cos’altro ti serve ancora? A me è bastata un’ora“. Respira. E non fermarti.

Out in the street
But there ain’t no doubt girl, down here
we ain’t gonna take what they’re handing out

Non é colpa tua. Non fermarti. Hai dato il meglio di te, come sempre. “Non prenderemo quello che ci hanno offerto”, vogliamo di più. Ok, piangi, ma non perdere il ritmo. E non fermarti, adesso c’é una brevissima discesa. Puoi riprendere fiato, le gambe vanno da sé. “La fatica non esiste, il dolore non esiste. E’ una costruzione mentale“. Grazie, Alessandra. Le gambe si sciolgono, il legno ridiventa carne, un po’ per volta. Carne tonica che risponde ai miei comandi. Rilassa le spalle. Tieni il ritmo. Basta piangere, ce l’hai fatta, ce la farai anche stavolta. Non piegarti. Resisti. La meta è vicina.

Gli spari sopra
E se si girano gli eserciti e spariscono gli eroi
Se la guerra poi adesso cominciamo a farla noi
non sorridete
gli spari sopra
sono per voi

L’ultimo chilometro. Il pezzo di stradone che si allunga, ogni volta che alzi lo sguardo, invece di accorciarsi. Le macchine che passano vicine, i ciclisti che imprecano. Asfalto, asfalto, asfalto. E’ brutto questo pezzo, solo il profumo del caprifoglio d’estate lo rende gradevole. Ma ora è autunno. Odore di terra e acqua. Ora è quel momento che potrei andare avanti all’infinito. Nessun dolore, il fiato regolare. “Batte il suo tempo sempre esatto | il forte tamburo del petto“. L’ultima curva. L’ultimo strappo di salita, sotto gli alberi. Eccola, la meta. Rallento, cammino, poi mi fermo. Alzo la maglietta per asciugarmi il sudore dalla fronte, lo so, è un gesto civettuolo che scopre per un attimo pancia e un pezzo di brassiére, attirando sguardi.

Ma oggi me lo merito.
Me lo merito tutto.
Mi merito tutto.
E lo avrò.

Jack of all trades
Now sometimes tomorrow comes soaked in treasure and blood
Here we stood the drought, now we’ll stand the flood
There’s a new world coming, I can see the light
I’m a Jack of all trades, we’ll be alright

Andrà tutto bene.