La parola di oggi è soggettività. Per farlo prendo ad esempio il pensiero di un uomo che spazia nel contemporaneo tra cultura, arte, viaggi, saggistica e letteratura: Alain de Botton. Difficile definire Alain de Botton. Nato in Svizzera nel 1969, oggi vive a Londra. Dal 2008 De Botton è impegnato in un’iniziativa culturale denominata “School of life”, nella quale sfida le università tradizionali a riorganizzare la conoscenza, orientandola verso la vita, e lontana dal sapere fine a se stesso. In parole povere “School of life” è un istituto che cerca di dare alla gente quello che le università dovrebbero sempre dare: un senso di orientamento e saggezza per la vita con l’aiuto della cultura. Tanto per inquadrarlo. E di recente ha parlato anche di città, definendo dei criteri di massima per i quali la città si può definire bella. Noi tutti, poveri illusi, pensavamo che la bellezza fosse soggettiva. Ad esempio, la nostra Potenza per tutti noi che ci viviamo, è bellissima, inarrivabile. Ma per de Botton la soggettività nella bellezza vale solo a metà. Per il resto ci sono sei criteri indispensabili per definire se una città sia bella oppure no. I sei criteri proposti da De Botton sono: 1. Ordine. Inteso nel senso di simmetria, equilibrio. Ma non è così semplice, aggiunge. Perché l’eccesso di simmetria rende una città “estranea”. Una specie di complessità organizzata, insomma. 2. Segni di vita. La considerazione nasce dalle innumerevoli anonime e piuttosto alienanti periferie urbane che rendono ostile una città. Ecco perchè è necessario trovare dei segnali di vita affinchè una città si possa definire bella. 3. Compattezza. La città deve essere facilmente raggiungibile dai suoi cittadini in ogni dove. Questo dà la sensazione di un luogo ravvicinato, dove i cittadini si sentono raccolti. Una considerazione che mi ha colpito, De Botton la fa a proposito delle piazze. Tutte le piazze principali delle città hanno un diametro inferiore ai 30 metri, in maniera tale che tutti possano vedersi in faccia. Una considerazione originale, direi. 4. Orientamento e mistero. Le migliori città offrono un giusto mix di strade strette e larghe. Troppe città hanno abdicato completamente in favore delle automobili. E noi, qui, ne sappiamo qualcosa. 5. Scala. Tutte le città tendono al “grande”, spinte dalla immensità degli interessi commerciali. Invece per una città la scala ideale è quella di un edificio alto cinque piani. 6. Localismo. Le città si somigliano sempre di più. Nessuna personalizzazione. Bisogna invece usare materiali locali e stili architettonici del posto. Anche per costruire nuovi edifici. Alla faccia della soggettività. De Botton dice che i criteri sono estremamente precisi , finendo col definirne persino i singoli contorni, i diametri (nel caso delle piazze) e le altezze (nel caso dei palazzi). Chissà nel nostro beneamato capoluogo se qualcuno ci aveva mai pensato. Se mi guardo un po’ in giro, penso proprio di no. Ma per noi resta sempre la più bella. Siamo figli della teoria (e ovviamente delle sue più dirette conseguenze) dello scarrafone. E guai a chi ce la tocca.