di  GERARDO ACIERNO

       L’ultima volta che mi sono visto con Gigino è stato alcuni giorni dopo l’elezione del primo sindaco di destra qui a Torretta”

        Chi mi racconta questa storia è Nicola S., calzolaio, compagno di partito del maestro di scuola elementare Luigi D., mitico sindaco comunista di Torretta . Sono ritornato qui, nel paese lucano nel quale sono nato, per raccogliere testimonianze dirette su di lui da pubblicare sul quotidiano on line al quale collaboro.  

       “Mai si era arrivati a tanto ci dicemmo stringendoci la mano” -sussurra quasi Nicola – Ci siamo seduti a un tavolino del chiosco vicino la chiesa di San Rocco e Gigino ha ordinato il solito caffè corretto con l’anice. Io, un cappuccino e una pasta frolla.”

          Nicola S. che in paese tutti chiamano Colino u’ scarpar, è un fiume in piena. Ha fretta nel raccontarmi le cose, quasi volesse guadagnare tempo per paura di non riuscire a dirmi  tutto quello che ricorda della faccenda.

         Gigino D. e Colino S. sono appartenuti a quella fortunata generazione nata chi poco prima e chi subito dopo la fine la Seconda Guerra mondiale dalla stampa definita la generazione dei ‘Boomers’. Nel contesto comunque povero di questo paese meridionale di settemila anime, con problemi eterni mai risolti, i due amici hanno attraversato e vissuto il cosiddetto ‘secolo breve’, il Novecento, con passione civile e totale dedizione. Subentrato  il nuovo millennio anche questa gente ha iniziato ad annaspare malamente, preoccupata e travagliata dalle incerte vicende dei figli quasi tutti fuori sede a cercare lavoro oppure ancora qui a casa dei genitori ma senza un’occupazione sicura. Precari. Cassintegrati. Occupabili.

        “Fu da quel giorno – continua Nicola – che io e Gigino incominciammo più o meno seriamente a ragionare sulla fine del nostro modo di pensare, delle nostre delusioni, dei nostri sogni spezzati.”

          Nicola parla, parla, parla  ma, vecchia volpe, non fa cenno, perché non sa o perché non vuole, agli errori fatti, alle scelte sbagliate, ai fallimenti di certi atteggiamenti della loro parte politica sia qui a Torretta sia nel resto della Nazione.

          E’ ben lucido nella sua semplice esposizione Colino u’ scarpar.  Terza media ottenuta con la scuola serale; ragazzo di bottega negli anni Cinquanta. A sedici anni emigrato in Francia. Dapprima operaio in Citroen. Magazziniere, dopo, in una fabbrica di contenitori per cibi precotti. Ritorno a Torretta nel ’68. Tessera del PCI sottoscritta nella sezione “A. Gramsci” di Torretta. Apertura di una bottega di proprietà  nell’estate del ‘70. La chiamò “ la Rapida” e fece intagliare da mastro Fonso il falegname una bella insegna di legno massiccio da ficcare sull’arcata dell’ingresso. Primo paio di scarpe risuolate, rapidamente, quelle del giovane parroco della parrocchia di rione San Giacomo, dai contradaioli chiamato Quartiere cinese per una serie di motivi: famiglie numerose, carattere ribelle, tendenza alla protesta rumorosa benché annacquata da buona dose d’allegria mista a finta spavalderia.

         Il giorno dell’apertura del minuscolo laboratorio artigianale Colino espose due bandiere rosse al portoncino e chiamò  Pinuccio con la sua fisarmonica, il quale, a pagamento, suonò fino a tarda sera, accompagnando le corse spensierate dei bambini nei vicoli e le risate accattivanti delle donne raccolte sulle lunghe scalinate del Quartiere. Poi con gli altri compagni  Colino andò a brindare nella vicina cantina di Cesare per la buona ventura della bottega e in quel covo tutti ascoltarono le parole del maestro Gigino con tanta emozione e con un caloroso applauso finale.

       “Fece un discorso bellissimo – ricorda con orgoglio Nicola – Ci parlò di lavoro, di fabbrica e di artigianato, di sacrificio e di riscatto, di voglia di cambiare e di futuro. Ricordo che ci raccontò di un prete toscano, un certo don Lorenzo, e  di un ragazzo sempre di quelle parti che lavorava in nero in una  fabbrica del posto. Quando questa si fece sempre più automatica il ragazzo riusciva a controllare anche quattro macchinari che producevano molta merce in più ma la paga che il padrone gli passava restò la stessa di prima. E poi Gigino ci parlò dell’importanza dell’istruzione. Di come  era  necessario  non  essere ignoranti e di saper parlare e scrivere bene per far valere i nostri diritti. A iniziare da quello del voto e dello sciopero. E poi della passione di partecipare alle cose del paese, al bene comune. Ricordo che faceva un caldo bestiale quel pomeriggio e c’era una luce pazzesca mentre Gigino parlava  che  manco  alla  processione  di  San  Rocco avevo mai visto. A momenti mi scappava pure una lacrima” dice Colino interrompendosi per soffiarsi rumorosamente il naso.

        “Gigino ha tirato su una bella famiglia. Riprende il calzolaio. Io, invece, ho scelto la libertà. Nessun matrimonio. Poche avventure sentimentali. Una compagna ogni tanto che mi fa trovare il letto caldo la sera e basta. Abito  in una zona periferica del paese, desolata, buia, un lazzaretto frequentato da gente straniera e da pochi paesani squattrinati. Il nuovo sindaco in campagna elettorale ha promesso di elettrificare l’intero comparto e di trasferire gli stranieri altrove. Si è guadagnato per questo l’appoggio dei miei carissimi vicini. Non il mio. Il nostro compagno candidato a sindaco invece ha promesso maggiore attenzione per i profughi di guerra qui arrivati e qui sistemati. Mi è sembrata  una cosa buona e giusta. Testardamente ancora mi appassiono a questo tipo di battaglie. Mi sento a posto con la coscienza ma se qualcuno mi chiede il perché di queste mie posizioni, l’unica risposta che riesco a dare è: boh!”

        “Quella mattina al bar del chiosco – riprende un po’ stancamente Colino – Gigino mi confessò di sentirsi da un po’ di giorni  in uno strano modo, di avvertire sensazioni di finitudine, quasi travolto da misteriose angosce sin dal venir su del giorno. Parlava difficile, come un poeta, anche con persone come me che avevano studiato poco e male e certe volte faticavo non poco a comprenderlo.

       “Ancora intronato dai sogni della notte  – mi raccontò malinconico quel giorno Gigino – ci vuole la mano di Dio per tirarmi su dal letto. Dopodiché me ne sto per parecchi minuti ad ascoltare il rintuzzarsi fastidioso dei passeri, dei merli e delle gazze tra le foglie umide del lauroceraso del mio giardino. Poi, mi riprendo, dò un’occhiata alla sveglietta color melanzana comprata dai cinesi e, lasciando la sponda del letto in direzione del cesso, mando a quel paese cose, persone, fatti e accadimenti che se ne stanno tutti qui nella mente …

       Gigino parlava e teneva lo sguardo piantato in terra. Poi, per la prima volta, si lamentò del fatto che molte persone senza alcuna creanza e con un sorriso stupido stampato sulle labbra, incontrandolo, gli dicessero: “Stiamo facendo vecchi, professò!” E mi chiese: “Dicono la stessa cosa anche a te?” Io avevo la bocca  piena di pastafrolla. Feci segno di sì con la testa.

       A Torretta tutti lo chiamavano professore  ma Gigino era un bravo maestro di scuola elementare. Non gli davano il ‘don’ perché dicevano che non si adattava questo titolo a un uomo di scuola e poi erano definitivamente passati i tempi del Cristo fermo a Eboli che da queste parti aveva lasciato il segno e questo ce lo ripeteva sempre, Gigino. Scusami se lo chiamo così. Fra di noi compagni c’era l’usanza di chiamarci con i nomi accorciati: Tonino, Gigino, Franchetto,Ceccuzzo,Tanino, Pinuccio e via di seguito. Quando io lo chiamavo ‘Gigì’, lui rispondeva: “Dimmi Colì”  Se ne sono andati quasi tutti questi amici. E anche io non mi sento tanto bene. Proprio come sta il nostro Partito di questi tempi.”

 

 

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