PATRIZIA BARRESE

Dei tuoi colori d’incanto

scivola lo sfavillio tra un pugno d’alberi

sul frondame spettinato da un lenzuolo di vento

che silenzioso vaga su distese e confini,

s’adagia stanco su colline lontane

e scuote tintinnando il cor delle campane.

E’ guerra di calore e sapidi sentori,

e si staglian sinuosi e nudi

i filari legnosi di broccato,

i pampini verderame zampillano di speme

cuciti per man di Bacco

su telaio sterrato di fango e di pezzame.

I casolari puntellano le radure

svettanti a colpo d’occhio e di cannone,

si scaldano al far del mezzano sole

che s’adopra ad arder timoroso

dal primo sbadiglio mattutino

all’imbrunir del dì a tarda sera.

Gli stormi diradati migrano,

d’ala in ala scorgon da cima a cielo

la vipera raminga e solitaria,

che striscia nuda e cruda

tra erbe arse e frustoli cavernosi

per finir ascosa nel sonno di stagione.

I ricci ricchi in seno e di spilli vivi

fanno rotolar i frutti bruni

che ardon di scoppiettar di fuoco in fiamma

e il fuligginoso zefiro

da cenere a monte s’alza eterno

bruciante e mortal di nero inferno.

E il pastor saluta l’aria cheta…

diman le zolle tossiran d’acqua e di frescore

tra i grappoli dorati e sangue rubino.

Sonnolenta svanisce la calda estate

i suoi ricordi giaccion su giacigli di fate,

già mano scalpita e la bocca freme

al sorseggiar di un calice divino

che lieto scende di fede e speme

giovane e fiero d’anno nelle sere d’autunno.