di GERARDO ACIERNO
(da una storia vera)
Per essere all’inizio dell’autunno il Basento scorreva ancora limpido. Le sue scarse acque filavano silenziose tra i giunchi cresciuti numerosi sulle sponde e sfioravano il quadrivio situato poco fuori le mura della città, nella stretta vallata di solito umida e nebbiosa. Era il 1943. Fine settembre. Terzo anno di guerra. Da poco più di una settimana Potenza era stata bombardata dagli Alleati. C’erano stati dei morti. Per le strade del capoluogo lucano donne, uomini anziani, bambini e militari sbandati si aggiravano come anime perse nell’Inferno di Dante. Pochissime le botteghe e i ritrovi aperti al pubblico eppure Ferdinando era certo di trovare, quel giorno da qualche parte, il rosolio per la festa del suo matrimonio.
Don Antonio, lo strambo prete che doveva sposarlo, lo aveva spinto a tentare l’avventura: – Vai a Potenza! Adesso o mai più – aveva sentenziato il parroco, sudato e sporco nell’orto della chiesa, dove stava cavando le patate – e sai perché? Ora non c’è controllo. Nessuno ti chiederà bollette e ricevute. Chi ce l’ha quel rosolio lo vuole vendere perché sa di poter fare un affare. Tra poco qui tutto cambierà.- E Ferdinando, indossata la giacchetta di velluto presa in prestito da zio Vincenzo, il basco sui capelli tirati alla Mascagni, di primo mattino e di buona lena si era avviato dai monti del paese verso la città. Scarpinava veloce cercando d’impolverarsi il meno possibile sulla vianova bianca come il latte di capra e pensava ai preparativi per la festa. Avrebbe ordinato i pasticcini a Serafina ‘a furnara la quale tra le tante cose nascoste in casa, proprio lo zucchero e la farina non poteva farsi mancare. Dopo la cerimonia religiosa, gli sposi sarebbero entrati nella casa di nonno Saverio. Bella, grande e spaziosa. Parenti e amici erano già stati avvisati e anche don Ettore, il delegato comunale, aveva ricevuto la puntuale comunicazione. A Ferdinando sembrava che tutto fosse stato sistemato. Poteva finalmente sposare la sua bella Lucietta, alla faccia della guerra, dei fascisti, dei tedeschi e degli americani che stavano per arrivare.
Occorreva il rosolio. E sì, perché con i pasticcini e i taralli col naspro oltre al beneaugurante vermouth era necessario offrire, soprattutto alle donne, il delizioso, colorato rosolio. “Una damigiana ce ne vuole!” – aveva suggerito con decisione la suocera – Siamo tanti. Portalo per tempo, lo devo mettere al fresco nella grotta! Mi raccomando!-
Al quadrivio nel quale primeggiava la strada nazionale, asfaltata e larga, Ferdinando si fermò a prendere fiato sotto un acero ancora frondoso. Cercò di spolverarsi alla meglio; con un pettinino si ravviò i sudaticci capelli mentre lo sorpassavano due contadini con delle ceste ricoperte; una signora vestita di nero con due bambini: uno in braccio e l’altro più grandicello attaccato alla gonna; e un giovanissimo pastore che spingeva verso la collina di Montereale un agnello e una pecora.
Entrò in città da porta San Gerardo, una delle quattro antiche aperture del centro abitato. Sotto l’imponente arco che sorreggeva il tempietto di marmo dedicato al Santo di Piacenza, incrociò un signore dal volto striato di nerofumo, un rivenditore di carbone del suo paese. Gli chiese indicazioni per trovare un magazzino aperto. L’uomo nero lo riconobbe e gli disse: – Ti ricordi di Maddalena B.?- -Come no!- rispose sollevato Ferdinando – S’è sistemata nella taverna di via Roma, di fronte la banca. Lì, forse, troverai qualcosa.-
Non era distante quel posto. Ferdinando lo raggiunse celermente, spinto anche da una sorta di morbosa curiosità poiché da un pezzo non vedeva la proprietaria. Negli anni immediatamente precedenti lo scoppio della guerra e prim’ancora di fidanzarsi con Lucietta, anche lui, come tutti i giovanotti del paese aveva fatto spesso capo da lei, la bella Maddalena che ogni fine settimana ospitava le ragazze arrivate col treno da Eboli e da Battipaglia.
Il locale era alquanto buio. Erano, però, ben visibili i segni dei crolli dovuti ai bombardamenti dei giorni passati. Ferdinando si avvicinò al bancone di legno scuro con il piano di pietra e ordinò un quarto di vino alla ragazza che se ne stava diritta dietro quell’altare pagano. La brocca di vetro verde mostrava tracce di grasso ma il vino aveva un dolce sapore. Ferdinando consumò la sua ordinazione e poi si sedette a osservare le parti scalcinate del soffitto.
A una certa ora comparve Maddalena dentro un vestito rosso, abbondante e fuori moda. –Mi ha detto la ragazza che stai cercando del rosolio – Proprio così – E perché ?- So che voi avete tutto – Beh.. sì.. qualche cosa si può avere, ma prima voglio vedere e poi .. forse .. e non tutta la quantità .. La mercantessa s’interruppe di fronte al portafoglio aperto di Ferdinando: s’intravedevano biglietti da dieci lire, gli stessi nascosti dalla madre nel buco del muro dietro il grande armadio di noce. Allora Maddalena si sistemò al tavolo di Ferdinando e iniziò a bere con lui. La ragazza del bancone intanto era tornata dalla cantina con la damigiana piena di rosolio e l’aveva posata ai suoi piedi.
Ferdinando pagò, continuò a bere e a straparlare. Maddalena lo ascoltò per tutto il tempo. Le era sempre piaciuto ascoltare gli ubriachi raccontare qualcosa: di solito storie strane, inconcludenti, ma che curiosamente la rasserenavano.
Ferdinando le parlò di don Antonio: –Secondo me deve essere un mago, quel prete. Si dice che la notte, a casa sua, si sentono grida e implorazioni strane. Qualcuno giura che fa pure guarire: non proprio dalle grandi malattie, ma da slogature e fratture certamente sì. Io l’ho conosciuto prima che mi chiamassero sotto le armi. A casa sua. Mi portò mia madre. Lo trovammo che sbucciava fave tutto solo di fronte a un fuochino che però al nostro ingresso, all’improvviso, ingigantì la sua fiamma. La stanza si riscaldò a dovere. Ci fece sedere su di una panca e disse: “Le illusioni sono una brutta cosa. E soprattutto i poveri come voi non possono illudersi. Guardate la realtà e affrontatela. Non abbiate paura della realtà. Una volta o l’altra anche per voi essa sarà felice. Nostro Signore non vi dimentica! E ora ditemi cosa volete.”
A discorso completato scoppiò in lacrime, Ferdinando. Gli capitava spesso di piangere dopo aver bevuto più del normale. Maddalena gli accarezzò la fronte, infilò il denaro nelle pieghe del suo generoso petto bianco e gli sussurrò:- Se vuoi farmi compagnia… è tutto gratis..
Il giovane scosse il capo. Troppo tardi. Insaccò la damigiana nello zaino e si avviò verso il ritorno. La luna si era appena destata dai boschi di Rifreddo. Tra i monti dell’Appennino lucano l’autunno accorcia in modo brutale le giornate e le fa durare quanto i voli effimeri delle farfalle.
Al quadrivio le cose per Ferdinando si complicarono. Qui lo prese un colpo di sonno. Si liberò dello zaino sul ciglio della strada e si appisolò nell’erba della scarpata. Aveva appena iniziato a sognare quando un rimbombo simile al cupo tremore di un terremoto lo svegliò. Un’enorme, infinita, fragorosa colonna di automezzi militari sfrecciava sopra di lui sfiorando la sua damigiana lasciata incautamente in bella vista. Ferdinando si acquattò nell’erba, mentre colpi secchi di pistola fischiavano sulla sua testa: erano i militari americani in arrivo dal sud che dopo aver scommesso fra loro si divertivano a prendere di mira quell’invitante contenitore. La luna, come le donne, dispettosa, non faceva nulla per mascherarsi dietro le nuvole fuggiasche e oscurare la damigiana che continuava a essere bersaglio innocente di quella stupida sfida. Disperato, Ferdinando si prese il capo tra le mani e questa volta, complice la paura ma ancor più il vino di Maddalena, si addormentò.
Era giorno fatto quando Ferdinando riaprì gli occhi. Lo zaino con dentro la damigiana di rosolio era ancora lì, miracolosamente, a ciglio strada. “Esistono i miracoli non le illusioni!” gli aveva detto una volta don Antonio. Con quelle parole nel cuore, il giovanotto si caricò di nuovo lo zaino sulle spalle e fischiettando felice affrontò con passo sostenuto la risalita verso il paese. La vianova a quell’ora era allagata da una luce che gli apparve bianchissima, proprio come il latte di capra e il petto abbondante e generoso di Maddalena B.
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