ANNA MARIA SCARNATO

Leggendo in questi giorni il testo di una poesia di Baudelaire, l’albatros, e l’analisi del testo che spiega cosa nella poesia del poeta francese può rappresentare questo grande uccello più grande del gabbiano, mi sono soffermata a cogliere il significato del simbolismo dell’albatros, catturato dai marinai, figure citate nel contenuto poetico, e oggetto di scherno per noia, malcontento o rabbia, in un all’allegoria dello stesso artista che vive evidentemente uno stato alienante in una condizione temporale che ne soffoca lo slancio artistico e la sensibilità che lo ispira. Ho colto io stessa quanto sia contemporanea questa visione  relativa alla cultura, quante volte a tanti  uomini-artisti non si riconosce   il giusto valore delle loro espressioni artistiche, dalla musica alla pittura e scultura, dal cinema alla scrittura, alla poesia, al giornalismo. Quanti “marinai” moderni “navigano a vista” e li maltrattano e dispezzano la loro creatività, sfogando rabbia e frustrazioni di cui sono avvelenati. Quanti non comprendono in questo mondo che “l’Albatros” che può esserci in ogni uomo non va ridimensionato e schiacciato,  come l’uccello dalle grandi ali, sul ponte dell’imbarcazione, non comprendendo le illimitate risorse costituite dalle ali che lo porterebbero a “volare” alto. Spesso l’artista non vive nelle condizioni ideali per creare. Ha bisogno di silenzio e solitudine per dare spazio alla sua anima su una tela, su una pietra, su di un foglio bianco su cui scrivere. Ma poi la condivisione con la comunità è necessaria perché esca fuori lo sforzo e la sensibilità che l’artista ha trasferito nel suo capolavoro. Eppure tanti i casi in cui viene  fermato, mortificato, tarpate le sue ali, interrotta la sua capacità e voglia di aprirsi al mondo, umiliato nelle passioni e mortificato nella dignità di uomo e di artista. Ho potuto constatare, senza la presunzione di un critico letterario, come ben si presta l’allegoria di Baudelaire, l’albatros e l’uomo, i marinai, descritti nell’atto vile e ignorante verso l’uccello a cui non si riconobbe la bellezza della libertà e delle doti naturali, e quelli che presumendo di essere alla guida del “mondo”, istituzioni comprese, isolano l’Arte che essi stessi non “comprendono” o non vogliono riconoscere, l’Arte che il borghese sazio non ne contempla i sentimenti che  può esprimere. Oggi si tende ad una visione classista da privilegiare, “dell’utile” da ricavare. Scavare nella visione dell’artista in un dipinto, il significato nelle parole di un libro, dare valore ad un articolo giornalistico o radiotelevisivo, ad un’opera teatrale, spesso fare questo non si vuole, per non dire è negato, contaminato dall’elemento di appartenenza  politica. Ecco il fattore inquinante che domina sulle scelte culturali e sulla loro divulgazione che ne possa permettere la continuità e il successo. Lo ritroviamo nel giornalismo televisivo dove la riforma della RAI rimuove personaggi scomodi, mette in condizione “artisti” dell’informazione e dello spettacolo di andare via, mortificando lo spirito con cui a pennellate avevano “dipinto” le nostre serate.  La memoria  va al territorio locale dove il mio vissuto esperenziale può ben esercitarsi a trovare senza sforzo caratteristiche contemporanee del comportamento umano descritte a cavallo tra l’800 e il 900 dal poeta francese. Ed ecco che compare un pregiato artista lucano, divenuto famoso a Bologna dove nella solitudine del suo studio sono nate le sue più belle opere artistiche, dipinti su tela che trasmettono il suo amore per la Lucania, per i suoi paesaggi, per i volti custoditi nella memoria del cuore e scolpiti nelle pietre raffigurate in molte sue opere, quell’uomo  rimasto per sempre nella sua terra, nonostante la vita lo avesse portato a Bologna, Antonio Zambrella, firmato “Lucanino”, pensando che le tracce della sua arte presenti nella sala del Comune di Pisticci potessero, ora che la vita era giunta al termine, rimanere a maggior ragione e volontà, nel castello medievale del suo paese natio, Bernalda, attraverso la donazione di 20 tele. Il Sindaco ha snobbato la richiesta e le ultime volontà, non consentendo alla comunità e ai turisti in visita al maniero storico di presentare questo figlio della terra lucana come artista di cui essere orgogliosi e a cui ci si onorava ad intitolare una sala. Il Lucanino è morto insieme alla delusione di non essere tornato a Bernalda attraverso l’Arte che nella firma rende famosa la Regione e la città di Bernalda.  Come lui nasceva in questa cittadina, un bambino, Antonio Parente di Francesco e Pietrasanta Grazia, che, all’età di circa 14 anni, con la famiglia si trasferì a Battipaglia dove, nella grande azienda dello zio, Ubaldo Pietrasanta, suo padre svolse fino all’età di circa 90 anni un ruolo di responsabilità. Diventò architetto il ragazzino, una professione svolta nella dirigenza di uffici tecnici di vari comuni, per ultimo di Battipaglia. Portava nel cuore e nelle mani i semi da coltivare di un’anima artistica a cui il prof. Salvatore Sebaste, suo insegnante di Disegno alle Medie di Bernalda, aveva dato un soffio di vento che segnò l’avvio prorompente di una passione che esplose liberatoria e compensatrice di un  dolore per la perdita della moglie, modello d’amore coniugale e familiare. Da allora ha dato colore ai sentimenti, espressione agli occhi presenti in ogni opera artistica. Mentre i gessetti creavano armonie di colori sul cartoncino, si alimentava il sogno di ritornare uomo-artista nel suo paese, lui partito ragazzino ed ora voglioso di incontrare amici di Scuola e di giochi, parenti e cittadini, turisti in visita al castello di Bernalda. Dopo il disbrigo pratiche previste per l’ottenimento di una sala del castello, dopo stabiliti contatti con l’Assessora al ramo e la Direttrice della Pinacoteca, da subito dimostrata disponibile all’evento, dopo un appuntamento fissato per il 2 giugno, festa della Repubblica,  (chissà perché poi quel giorno) al quale l’assessora non fu presente, dopo aver concordato una data nell’ultima settimana di giugno per la mostra, i contatti telefonici si sono interrotti. E’ il sogno di un artista, proprio come l’ Albatros, preso in giro “dai marinai” di turno, che ne hanno voluto ridimensionare il valore, mortificare le possibiltà di esporre in una sala di un castello? Certo è che qui l’Arte non ha trovato posto, né l’accoglienza che l’artista ricordava come dote naturale dei bernaldesi e che nelle Istituzioni non ha riconociuto. Forse rappresentava l’Arte che non portava “frutti” o ”farina al mulino”, Arte senza il “colore” preferito dall’ Istituzione comunale? Eppure chiedeva solo spazio sul muro della storia che ha originato il paese dell’uomo-artista. L’amministrazione ha occhi per chi? Ha orecchio per ascoltare le parole di un libro di uno scrittore della “parrocchia”? Anche oggi, qui l’Albatros e le sue ali sono ignorati e umiliati. Ritorna il senso che Baudelaire diede alla sua poesia. L’artista anche oggi può essere lasciato solo.