Frescani e Russo ritessono gli anni 1953-1963
di ANTONIO LOTIERZO
Mimmo Sammartino ( nella foto) è venuto a Milano a presentare questo composito saggio storico-letterario di Elio Frescani e Biagio Russo: “Leonardo Sinisgalli e la pubblicità Eni negli anni di Enrico Mattei:1958-1963”, sottolineando che “ C’era una volta un paese che credeva nei poeti”, in cui l’industria utilizzava, specie per la pubblicità, l’immaginazione dei poeti. Era il tempo delle due culture, da antitetiche trasformate in endiadi operosa: poesia e scienza, linguaggio e algoritmi, manifesti ed emozioni. E Sinisgalli, spirito bifronte, ingegnere e poeta, si trovò a gestire ‘il mestiere del pubblicitario’ utilizzando il ‘demone dell’analogia’, contribuendo ‘alla fortuna di alcune imprese’ che si rivolgevano all’ ‘intelligenza del prossimo’, che veniva preso ‘per la testa’, avviluppato in un clima di complicità. Con Sinisgalli siamo al di qua delle spietate analisi sul consumismo, che verranno esplicitate dalla Scuola di Francoforte a Pasolini- Fortini; siamo nell’ottimistica ricostruzione, nello slancio dell’industria statale, nella creazione dell’Eni dal 1953, che lavorava metano e petrolio. È di tutta evidenza che il demone dell’analogia sta ora cedendo il passo ai flussi del digitale (da cui si diparte l’intelligenza artificiale, che ci fascia) e che l’industria è in relazione o in subordinazione al neocapitalismo finanziario, che avvia forme politiche di autoritarismo, come si segnala dall’ultimo Roberto Calasso a Joseph Stiglitz, sul liberalismo come fallimento della coesione sociale. Elio Frescani, acuto storico delle relazioni fra energia e comunicazione, dipana le sue esaurienti quanto limpide analisi sull’ “Eni di Enrico Mattei”, corredandole di centinaia di immagini, che rendono prezioso questo volume per l’accuratezza con cui si unisce il discorso storico sull’età del miracolo economico, che trasforma l’Italia da paese agricolo a realtà industriale, con quei volti, frontespizi di riviste ormai rare ed ignote, pubblicità creative ( come il cane a sei zampe della ‘ Supercortemaggiore, la potente benzina italiana’), discorso che Frescani sorregge su una vasta bibliografia e su un attento uso delle fonti ricercate, studiate e riesposte per il lettore con una semplicità di linguaggio che chiarifica e dipana le non sempre tranquille relazioni e vicende interne ( già dal 1961, Sinisgalli cede il ruolo dirigenziale a Giorgio Ruffolo).
La bella stagione di Sinisgalli fra Alberto Pirelli, Adriano Olivetti e poi Enrico Mattei si completa con la sua organizzazione di stand aziendali per le mostre e le fiere da quelle di Milano a quella di Teheran nel 1958 ed al Cairo nel 1959, con Ungaretti ed all’ Esposizione Internazionale del lavoro del 1961, in occasione della celebrazione del primo Centenario dell’Unità d’ Italia), di cui è testimonianza qui con la rivista ‘ Il Gatto selvatico’. Sinisgalli afferma che non solo ‘ le macchine non sono un tabù’ (e per macchine intende la diffusione di telefoni, juke-box, scootters, radio, caffettiere, vetturette, ciclomotori), per cui è necessario ‘ digerire i frutti della civiltà delle macchine’, evitando di restare ‘al buio’, come fanno i molti che sono gli stessi che ‘ hanno paura della libertà, che hanno paura della verità, che hanno paura della bellezza’; e poi ‘le macchine ringiovaniscono il mondo’! È la stessa consapevolezza con cui ritorna sul Sud, con il volume ‘ Paese Lucano’, arricchito dalle fotografie di Mimmo Castellano (1965), che descrive una geografia umana diversa sia da quella appena elaborata da Ernesto De Martino e sia ancora divergente rispetto all’ulteriore immagine fornita da Carlo Levi con la sua ‘civiltà contadina’ e la ‘mentalità’ fondata su di un’autonomia che venne esaltata in quanto altra rispetto alle fandonie dello statalismo fascista con le sue avventure coloniali da imperialista povero in canne. Le trecento pagine del saggio di Biagio Russo su ‘ Il poeta e l’arte della pubblicità col cane a sei zampe’ ritornano sul Sinisgalli studiato da lui nel doppio volume del 2022: ‘Il labirinto di Leonardo Sinisgalli’, che costituisce un punto di arrivo rispetto alla critica precedente, dagli imprescindibili studi e curatele di F. Vitelli, S. Zuliani, G. Tortora, G. Dell’Aquila, R. Aymone, M.T. Imbriani. Oltre alle relazioni fra Sinisgalli e i bambini come portatori dello scarabocchio creativo (tante sono le pagine sul maestro Carlo Piantoni), qui ritorna l’esaltazione dell’artigianato: il ferro fucinato, la pietra lisciata, il metallo battuto, il foglio strappato e cioè i preliminari all’arte di Hartung, Dubuffet, Burri, Tovaglia. L’esaltazione del fabbro, della cultura delle mani che nasce da un mestiere costituiscono momenti genealogici per cui dall’artigianato individuale si è passati all’artigianato d’impresa industriale e tayloristica. La ‘fase americana’, l’uso della pubblicità come strumento per favorire la spinta ai consumi, sarà un connotato dei nuovi manager, Magini e Ruffolo, che portano alle dimissioni di Sinisgalli, non sappiamo se per convinzioni etiche o per la sua testimonianza d’una qualità delle immagini in cui si concretizzava un modello estetico, fondato sull’unione di R. Caccioppoli e P. Valéry. Meglio tirarsi fuori, restare nel dominio della fantasia imprevedibile; meglio non limitarsi a consultare tabelle e profitti che gli apparivano ‘tristi come ossari’. E noi di pesti, terremoti e sifilidi ce ne intendiamo.
