di ADRIANA SALVIA

Ho voluto aspettare che la storia ce la raccontassero tutta, prima di scrivere queste righe. Così, per pura educazione, ma era evidente sin dalla prima puntata che “Sorelle” fosse solo l’ultimo degli innumerevoli esempi di assurdi pregiudizi sudisti di cui è popolata la nostra gloriosa televisione di stato.  Le storie che ci raccontano in TV e in particolare le fiction, sono potenti, molto meno innocue di quanto si creda, capaci come sono  di costruire l’immaginario comune  fino a plasmare nuovi modelli relazionali e sociali o  a rafforzarne di vecchi e vecchissimi. Cosa che, appunto, ha saputo fare in modo egregio  “Sorelle”, una storia banale e anche mal costruita, con un finale dolciastro e del tutto inverosimile che, tuttavia, ha saputo catturare l’attenzione di milioni di spettatori raggiungendo nelle ultime puntate altissimi picchi di share. La ricetta non molto originale di tanto successo conteneva ingredienti  di facile appetibilità  per spettatori di bocca buona: eterna opposizione odio/amore, sospetti e misteri, una punta di paranormale, casto sesso da prima serata, orfani ribelli e nonne sensitive. Sullo sfondo la città di Matera, bellissima e arcana. Una città piena di fascino e suggestioni che, tuttavia, “Sorelle” è riuscita a rappresentare come un luogo angusto, a tratti claustrofobico, soprattutto popolato da gente ignorante, cattiva e maldicente, incapace di esprimersi in un italiano appena accettabile, e perennemente dedita al pettegolezzo maligno. Persone antipatiche e ostili sin dalla adolescenza, particolarmente brutte, grasse, sfatte e prive di ogni eleganza. A queste persone, per lo più donne, si contrapponevano loro, le sorelle, venute da un non precisato altrove, e belle, moderne e spregiudicate, laddove per “spregiudicate” si intendeva  inguaribili seduttrici di uomini sposati con le racchie o dalle abitudini amorose alquanto discutibili, se non addirittura promiscue, altro insopportabile e distorto stereotipo sulla libertà sessuale delle donne. Questa contrapposizione brutti-cattivi/ belli-buoni  era talmente insistita nella fiction da risultare persino ridicola, se non fosse che la più parte degli italiani non conosce Matera e di certo dopo “Sorelle” se ne  è fatta un’idea falsata e negativa, oppure, e credo per lo più, ha rafforzato qualche vecchio pregiudizio di un Sud retrogrado e cafone, dove il massimo del brivido è spiare la vita delle belle e libere forestiere. Altro che Patrimonio dell’Umanità e Capitale della Cultura 2019!

Eppure dietro questo pregiato lavoro televisivo c’era un autore poliedrico e intelligente come Ivan Cotroneo, e una sceneggiatrice regista di mestiere come Cinzia TH Torrini, e tanto dovrebbe bastare  a sentirsi lusingati dalla loro scelta di ambientare la fiction a Matera. Eppure non posso fare a meno di chiedermi, da lucana, se dobbiamo accettare che la città e la sua popolazione vengano così mal rappresentate e accontentarci che della Basilicata se ne parli, comunque lo si faccia, pur di avere un po’ di visibilità in TV e qualche turista distratto in più. Davvero è così vantaggioso per noi? Noi lucani metteremo mai fine a questo perenne complesso di inferiorità, ce la faremo una buona volta a scrollarci di dosso questo passato di terrona insufficienza che in ogni campo, politico, industriale, culturale e persino televisivo, ci fa accettare compromessi che, a fronte di qualche apparente vantaggio, finiscono con  l’impoverirci e ci mantengono fermi e sempre più inconsistenti?

Dovremmo essere proprio noi i primi a sconfessare questa immagine pregiudiziale della nostra regione e di noi stessi ed essere più critici anche quando si tratta di una fiction, perché i pregiudizi non risparmiano nessuno, nemmeno chi, come Cotroneo e Torrini, con il proprio lavoro  destinato alla televisione generalista dovrebbe per lo meno provare a creare modelli nuovi e più civili,  in grado di aiutare  la società a superare gli stereotipi di qualunque genere. Ma forse mantenere gli stereotipi fa più audience che spezzarli, soprattutto in un clima politico e sociale come il nostro dove chiunque sia percepito anche solo leggermente diverso, può essere riconosciuto come nemico e reso oggetto di esclusione e rifiuto,  con l’illusione di rafforzare così il fragilissimo senso di identità di un popolo sempre più allo sbando, che preferisce credere che Cristo nemmeno ci è arrivato a Eboli, ma si è fermato definitivamente nelle belle e civili colline toscane.