ANNA MARIA SCARNATO
Passato l’appuntamento elettorale che ha decretato la vittoria della coalizione di centrodestra, la vita per i Lucani scorre come sempre. ”La luna spunterà dal monte….…un canto di sponde sicure ben presto dimenticato….voce dei poveri resti di un sogno mancato” sono le parole di una canzone interpretata da Pierangelo Bertoli che rispecchiano l’ombra in cui è stata relegata anche la Basilicata come la Sardegna tra l’altro, la monotonia del tempo che qui sembra scorrere senza un cambiamento positivo, una rassegnazione con cui si combattono “notti di guerra”, periodi oscuri, giornate senza luce tra “volti di pietra tra strade di fango”, “di bimbi festanti in un prato voce di un sogno mancato”. Sì, un sogno mancato all’appuntamento per un’alternativa all’indifferenza, alla mancanza di amore, all’incoerenza, alla superiorità ostentata, alle divisioni e alle discriminazioni, al potere assoluto. Un sogno mancato è quello che gli adulti per le nuove generazioni potevano tentare con più convinzione, cercando una luna più splendente nella “notte scura e impotente” della esperienza di vita di questa regione mal governata. Credere e fidarsi insieme a tanti che non si sono presentati all’appuntamento con il voto, che hanno abbandonato la speranza di osservare un’altra alba. A scelte compiute, ad urne svuotate, diciamo pure che il popolo, seppure in una quota percentuale non esaustiva di una fiducia più forte, ha scelto il proprio governo. E, a pochi giorni dalla celebrazione del 25 Aprile a ricordo della libertà ritrovata dopo il travaglio di una feroce guerra, se qualcuno pensa ancora di aver esercitato pienamente un frammento di questa conquista e di aver dato un consenso in piena coscienza e libertà, forse dovrebbe riflettere. Sotto i palchi uomini e donne che erano lì a chiedere un lavoro, una sistemazione lavorativa a tempo indeterminato, una casa popolare, “un accomodamento”, nel piano urbanistico della città, del loro pezzo di terra per convertirlo dall’uso agricolo in terreno edificabile, prescindendo dal contesto ambientale e dalle valutazioni di commissioni dipartimentali. Presenti per ringraziare magari per aver già ottenuto la possibilità di una destinazione diversa del fabbricato esistente e usato per altre attività e passato intenzionalmente ad un valore di mercato incalcolabile. E “laddove cresceva l’erba” si può cementificare arricchendo amici e parenti. E i protagonisti del “cambiamento” per il singolo certamente vanno applauditi. A volte sotto il palco si è solo per timore di ritorsione nei riguardi di posizioni già acquisite, per farsi vedere nonostante i propri diritti non siano stati rispettati. Tanti ipotetici interessi alla base del voto. Interessi anche legittimi, si badi, ma il più delle volte, rappresentati da sogni individuali che non comprendono la folla che accanto è lì nella piazza. Ma ognuno si arrangia come può. Spesso vuole continuare a vivere d’assistenza e dell’attenzione particolare di quel candidato che riveste già un incarico istituzionale. Non cercano la luna con la presenza ai comizi, ma anche lavori temporanei e vivere di assegno di disoccupazione, salvo poi lavorare a nero presso padroncini. Legittimati anche attraverso aiuti come bonus e buoni spesa. Il bisogno, la condizione di fragilità sociale ed economica, spinge a dare un consenso ad un “santo” che si crede possa soddisfare la propria richiesta. Lo si tocca come una statua di santo che passa per le strade e a cui si chiede miracoli. E spesso è indigenza vera, spesso è richiesta soverchia e abituale. Ma sia una che l’altra sono condizioni mantenute in essere e mai sorvegliate o attenzionate per la trascuratezza e per non allentare la tensione sociale del bisogno propedeutica all’appoggio elettorale. L’uomo non è libero di votare se è schiavo della condizione in cui lo si mantiene, se è schiavo della sfrontatezza e della bugia di candidati che hanno già promesso e non mantenuto e che di nuovo tornano a promettere. Il voto è imbucato nell’urna sovente con la spinta individualistica, da mani comandate da pensieri che guardano solo l’oggi. Figli di Orazio, della filosofia greca che sembra resistere al tempo e in Basilicata, la sua terra; figli dell’opportunità e dell’opportunismo, dell’istante da cogliere, badando solo a godere l’attimo. L’uomo sotto il palco è stato solo con il suo interesse personale. In mezzo alla folla molti sono stati soli, chiusi nel loro egoismo. Il sogno individualistico non guarda al domani, non appartiene alle scelte che accompagnano battaglie sociali, non scommette sul benessere di tutti. Il “Carpe diem” (cogli l’oggi) di Orazio seguito dalle parole “quam minimum credula postero” (non lasciarti prendere dalla proiezione nel futuro, non credere molto al domani), è nel sangue lucano evidentemente anche per le delusioni ricevute ed è venuto fuori negli elettori che hanno consentito a Bardi di vincere. L’allarme per l’ambiente che rischia di morire per il silenzio sulla scelta del deposito radioattivo in Basilicata, le trivelle che hanno ottenuto campo libero nell’accordo tra Regione ed aziende petrolifere fino al 2068, oltre il termine 2050 fissato dall’Europa, la morente Sanità essa stessa in rianimazione perenne, le decisioni personali di Bardi prese nella scelta di 30 dirigenti di settori regionali importanti risultati inefficaci se non fallimentari, sono stati ignorati. Sotto il palco spesso si è portato il compromesso tra parte della gente e il candidato, il sogno personale disposto a tutto, la disponibilità al baratto, la ricerca di un riscatto egoistico. “La ricerca della luna in una notte nera”, un significato per tutti i tempi nel testo di Bertoli. Una luna tutta per sé, il godimento solitario del suo bagliore. “Una notte scura, impotente, una notte guerriera” che si è accontentata di avere un buono-pasto temporaneo, un bonus stagionale, un’elemosina elettorale. Una notte che non ha creduto all’alba nuova, al futuro, a vie nuove per una dignità di ogni uomo. Una luna che continuerà a spuntare dal monte per trovare un lucano a mani vuote, una terra sempre più desolata, insieme “alla voce dei poveri resti di un sogno mancato”. La maggioranza della popolazione che ha voluto l’uovo oggi, non si è concessa ad “un canto di sponde sicure” (Bertoli). Ha perso forse la bellezza e l’amore per l’identità collettiva e per il proprio territorio. Chi crede ancora che il futuro sia un diritto per questa terra, continui a lottare per costruire un tempo migliore. “Ovunque cada l’alba” sulla nostra strada, in ogni paese lucano, con le mani nostre che cercano altre, “sfiorando tutta la gente, senza catene andremo insieme”. E’ questo il sogno. Avanti!
