Il NO al referendum costituzionale ha spalancato le porte alla stagione più incerta della recente storia d’Italia. Per la prima volta è davvero difficile capire cosa succederà: si andrà al voto anticipato o al termine della legislatura? Il candidato del centro sinistra sarà di nuovo Renzi? Il centro destra si presenterà unito alle elezioni? E’ davvero inevitabile, e forse salutare, consegnare il Paese ai 5 stelle? Quale legge elettorale uscirà dalle sforbiciate della Consulta e dalle cuciture del Parlamento? E se poi alla fine Gentiloni facesse bene? Troppe domande e troppe poche certezze per tentare di disegnare uno scenario che non sia un mero azzardo.
“Ben venga il caos, perchè l’ordine non ha funzionato”. La citazione dello scrittore Karl Kraus sembra essere la didascalia perfetta per descrivere il sentimento degli italiani, quelli del SI’ e quelli del NO. La scelta di Gentiloni sembra essere stata studiata appositamente per anestetizzare l’opinione pubblica: un Presidente del Consiglio con personalità non divisiva (o addirittura senza personalità, maligna qualcuno) retto praticamente dalla stessa maggioranza di prima – l’unica possibile in questo disgraziato Parlamento – con praticamente gli stessi ministri e con Verdini apparentemente fuori e non più decisivo. Tanto che per cercare una polemica, si è dovuti andare a spulciare nella riga del curriculum di un Ministro. Il governo appare comunque molto debole, con il filo in mano al Partito Democratico, che potrà tirare la corda a piacimento a seconda dell’evolversi del quadro complessivo, mano a mano che le numerose variabili in ballo si fanno costanti. L’unico che paga lo sgambetto degli italiani il 4 dicembre pare dunque essere Matteo Renzi. E non poteva certo essere diversamente, anche se sembra un po’ poco a chi ha sostenuto il NO nella malcelata speranza che servisse a far precipitare tutto. Ma pare un po’ poco anche a chi guarda con un certo distacco il quadro complessivo delle responsabilità: di fatto tutto il Governo precedente si era impegnato per portare a termine la Riforma, anzi tutto il Partito Democratico, minoranza speranziana inclusa, che se non l’aveva caldeggiata non si era certo opposta quando era possibile, salvo defilarsi al momento del Referendum; ma a guardar meglio, tutto il Parlamento aveva accolto l’impostazione di Napolitano all’inizio della legislatura, di qualificare questo anomalo Parlamento senza una chiara maggioranza come legislatura costituente, con un Governo che di quel patto costituzionale fosse in qualche modo specchio e garante. Da questo punto di vista Renzi non ha fallito: ha portato a termine il compito di realizzare una riforma del bicameralismo paritario, ricercata fin dal referendum del 1993 e mai compiuta da nessuno. Il suo fallimento è stato invece l’evidente tentativo di utilizzare la Riforma e il referendum come scorciatoia per ottenere l’investitura popolare che gli mancava.
Il futuro è assai incerto, lo si è detto. La narrazione renziana ha ottenuto come unico risultato di farci prendere in odio il termine “narrazione”. Ma che si arrivi a scadenza naturale o, come tutto lascia immaginare, si andrà invece ad elezioni anticipate, è per tutti adesso il tempo di cominciare a pensare a come arrivarci. E tradizionalmente questo è il teatro nel quale il centrosinistra è solito recitare o il meglio o il peggio di sé, senza vie di mezzo. Già a sinistra del PD il campo è diviso tra i possibilisti ad alleanze col partito maggiore a loro più vicino, e i “mai con quelli”; un film già visto cento volte, e dall’esito assai scontato. E’ quindi sempre dentro il Partito Democratico che si gioca la partita più incerta, e quindi più interessante. Domenica prossima l’Assemblea Nazionale del partito dovrebbe convocare il Congresso per febbraio-marzo. Ma il vero nodo saranno le regole del gioco: si andrà anche a rinnovare i livelli locali (direttivi di circolo, provinciali e regionali, considerando peraltro che in Basilicata i congressi provinciali non si sono mai celebrati, e che il direttivo regionale è senza guida da più di un anno)? Si passerà per le convenzioni (ovvero il voto dei soli iscritti, che ha la conseguenza di scremare, riducendoli a 2 o 3, i contendenti finali che se la giocheranno con le primarie) o si andrà direttamente al voto aperto? Anche qui più domande che risposte.
La sensazione è che Renzi, che dovrebbe avere ancora la maggioranza dell’Assemblea e della Direzione Nazionale (certamente scossi dalla messa in discussione del dogma “con Renzi si vince”) voglia andare solo al voto sulla segreteria nazionale evitando la trappola dei circoli. Nei quali nel 2013 aveva comunque trionfato, ma a costo di dover sacrificare parte della promessa rottamazione per stringere accordi con notabili locali che poi si è dovuto portare nel Governo e che se non l’hanno già accoltellato con un evidente disimpegno sulla questione referendaria, possono sempre decidere di farlo senza tanti complimenti. D’altronde è evidente che Renzi non si è mai fidato troppo del suo partito, al di fuori di un ristretto e selezionatissimo cerchio magico di fedelissimi di vecchia data. Se così fosse, si andrà alle primarie per eleggere il segretario del Partito Democratico (e quindi del candidato premier alle prossime elezioni) tra almeno 4 contendenti: il segretario uscente Matteo Renzi, il predestinato leader della minoranza PD Roberto Speranza, il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, e con tutta probabilità quello della Puglia Michele Emiliano. Che in verità dopo averlo annunciato, e dopo un campagna a testa bassa contro il governo renziano, pare ora in attesa che il quadro si chiarisca. Oppure che arrivino offerte dal campo renziano, visto che proprio lui potrebbe essere il maggiore ostacolo sulla strada della riconferma del segretario uscente? Come prima, più domande che risposte. Ma già domenica, dopo l’assemblea nazionale del Partito Democratico, potremo cominciare a darne alcune. L’unica cosa che pare invece certa, è che anche questo Congresso si avvia ad essere un’altra occasione persa per discutere di contenuti ed effettuare una profonda riflessione per spiegare come mai questo brand pare oggi bruciare più consensi di quanto riesca ad attirarne. Che in un modo nell’altro, è il vero nodo che il vincitore del Congresso, il nuovo segretario del Partito Democratico e candidato premier, si troverà presto o tardi a dover affrontare.
