LUCIO TUFANO

Giovani contadini, artigiani, braccianti e operai apprendisti partivano dai miserevoli luoghi della provincia meridionale, dal freddo Appennino e dalle nostre campagne, Montocchio, Boscogrande, Bosco piccolo, Barrata, Piani di Zucchero, Frusci e Paoladoce, … dai paesi della Basilicata per andare in terre straniere. Numerosi e forti erano i flussi emigratori di giovani insoddisfatti delle condizioni di vita e degli ambienti d’origine. Un esodo disperato. Una maledizione che gravava sul giovane maschio che, non essendo studente e neppure segretario, postino o applicato, né scritturale, doveva solo zappare o portare la carriola  …

Partivano dal Sud, in cerca di lavoro e di avventura. Erano apprendisti del mestiere, barbieri, carpentieri, pizzaioli, camerieri dell’amore, ma anche, prestigiosi aspiranti di tale sentimento, con i capelli a scrima, lucidi e neri, ondulati ed impomatati, le ciglia folte, il volto scuro e rude come i Rudy Valentino di Puglia, ed erano siculi, calabresi e napoletani.

Vi erano perfino giovani meridionali che, nell’immediato dopoguerra, partivano per le grandi città dell’Europa, Essen, Amburgo, Stoccarda, Colonia … nell’impatto con le nuove realtà, quelle comunità che, fra l’altro, avevano ancora i maschi impediti dal disegno della guerra, nel frastuono degli October fest, nel tripudio bavarese dei wurstel e della birra negli accessi imprevisti ai sexy center assorti e stupefatti, fieri di essere giovani forze per il riassetto delle nazioni. Anche soddisfatti di svolgere imprevedibili ruoli, quasi epicentro di interessi, occasioni ed emozioni, conquistando la fiducia dei datori di lavoro e considerazione nell’incontro-scontro con le Helghe e le Wilme di Lubecca, di Monaco di Amsterdam, e di Zurigh … con le Walchirie, creature docili e viceversa. Tutto ruotava loro attorno, anche se pagavano una “penalità”, lo scotto di aver ottenuto contatti xenofobi o di matrimonio (“Il fatal charman”. Luigi Barzini. Gli Italiani, Mondadori).

Sul tragitto delle volpi di cuoio, dei panzer discesi col fragore dei tacchi, degli elmetti minacciosi; sulle mappe topografiche osservate da Kesserling, attraverso i cupi verdoscuri del Brennero intravisto nei cristalli della grappa, siamo entrati, al di qua dei fiumi Oder e Neisse, nel regno dello sviluppo industriale e del commercio internazionale, nella ricchezza presidiata dal rigido marco.

Su quelle autostrade interminabili, per quelle verdi e sterminate contrade, siamo entrati in Germania.

Noi, i lucani, che abbiamo il difetto-pregio delle frontiere, il vizio latino che spazia nelle letterature, ci siamo accorti subito che la Germania ha le sue contraddizioni, una costante tensione fra elementi opposti e inconcIliabili, le antitesi esasperate: il nazismo e il chiaro di luna di Beethoven, Goethe e Goebbels, i terribili silenzi di Dachau e i solenni silenzi di Aquisgrana, le note trionfali dell’Uberalles e le fughe struggenti di Bach, i contrasti tra i campanili del duomo di nostra Signora di Monaco e le vetrine consumistiche, ricche di cultura ed articoli, di magia e di merce d’ogni natura e tipo, l’austera severa mole delle chiese e le infamie libidinose della simbologia onanista dell’industria erotica: il bacio artificiale, le foto e i film, le civetterie porno dei sex-centers, le suppellettili autorevoli e sacre della liturgia ecclesiastica e le profane diavolerie della pornomania.

Monaco di Baviera, la capitale della birra, offre i boccali impetuosi della storia. Nei fumi dell’orzo fermentato aleggia l’ombra di lui, del suo Mein Kampf, della sua ragazza bionda. Nei vasti locali il sottoproletariato e il ceto medio si abbandonano ai motivi delle marce militari e i cori riempiono di sentimento l’epica delle tavole di wurstel e di mostarda. Le facce paffute e blu ti osservano provocatorie. Eruttano bestemmie e ricordi gli ubriachi che tentano di penetrare con le mani nelle gonne allegre delle commensali. C’è chi orina tra i tavoli e chi recita i tonfi sincopati degli obesi musicanti in calzoni corti coi tiranti, le antiche fanfare di gloria bavarese.

A pochi chilometri, il tempio delle atrocità “Arbeit macht frei”. Ordine a Dachau!, pulizia a Dachau!, disciplina a Dachau!, gli uccelli ancora non si posano sui reticolati, un tempo percorsi da brividi di morte, tra il Krematorium e il Campo. Gli alberi impietriti non cacciano più germogli. A qualche distanza le centrali nucleari racchiudono una minaccia ancor più grave.

L’acqua di Colonia è l’essenza degli odori terrestri, una simbiosi di incensi e di fiori, di sudori e di carote, macerati nell’acquasantiera della Cattedrale.

Una costante, un regale punto di riferimento, il Reno grigio, che scorre lento, quasi fermo, tra le coste in movimento. Sulle rive gli spicchi di valle, di boschi, le case, le guglie di antiche cattedrali fluviali. I convogli di petroliere e di barconi da carico, di chiatte con la torba partono da Rotterdam per giungere a Duisburg. Le chiglie fendono le onde che scuotono i bordi delle motonavi che dai variopinti oblò rovesciano i biondi turisti e i bauli aperti di bandiere: il romantico viaggio fino a Basilea. Tra i trapezi di castelli merlati, le bandiere gialle e rosse, nere e bianche. Sulle tolde sono sdraiate, in nobile contegno wagneriano, le signore bionde, le cosce al sole, le cosce della giovane madre germanica, abbronzate, le cosce che picchiettano nelle piazze luminose di Bonn, di Düsseldorf, di Wiesbaden, che danzano attorno ai magazzini, alle bancarelle di frutta e di ortaggi, ai ricchi negozi, ai supermarket, agli shop-centers.

I treni veloci con alla testa lunghi caschi colorati corrono sulle colline. Mucchi disegnati di case, con finestre bianche, un lungo rosario di comignoli si snocciola sulle rive che raccolgono i violini di bordo. Le boe rosse fanno da confine alle creste di scogli. I fianchi inclinati delle vigne coricate rovesciano le viti sopra le acque. Il soffio della siderurgia viene da Essen e chiude le terrazze: il respiro ansimante della Germania dalle grandi poppe, le poppe che riempiono di latte e di birra le metropoli formicolanti di occhi azzurri e dove si risveglia prepotente il capriccio italiano all’odore dei tigli popolosi dei quartieri annosi.

Nella Theresenwiese le birrerie riempiono gli spiazzi con tende piene di tavoli e di panche: salsicce, dolci e birra e i baracconi dei Luna-park con i tunnel dell’amore e gli specchi deformanti. Rumori, vapori, odori sembrano sollevarsi dalle pentole in bollore. L’aroma dei polli arrosto nella lunga notte dell’Oktoberfest rende spediti gli esecutori delle marce militari, e imbambola, e stordisce noi lucani.