Mario Santoro

Chapeau, dinanzi a una buona scrittura! Vale per il bel romanzo di Enzo Mori dal suggestivo e discorsivo titolo “Sul sentiero delle lepri in fuga”, che indica radicamento al territorio e al senso dell’identità, con tanto di usi, costumi, tradizioni e, contemporaneamente fuggevolezza del tempo, nella sua corsa irreparabile, secondo l’antica e sempre saggia affermazione oraziana. Il titolo, dunque, risulta quanto mai appropriato ed efficace ed è reso al meglio dal disegno in copertina del bravo Pasquale Zamparella che mostra, in primo piano, un agile cane da caccia che assume il ruolo di co-protagonista e di narratore, con tratti di umanità sorprendenti ed è sempre pronto a scattare per stanare le lepri e fare la gioia del suo padrone col quale vive in una sintonia straordinaria e particolare al punto che l’autore concede alla bestia sentimenti, ragionamenti, deduzioni, sofferenze e finanche un segreto terribile che avrà conseguenze catastrofiche. L’autore, che non è certamente neofita della scrittura come testimoniano varie pubblicazioni in poesia (Di inquieti bagliori; Grani del tempo; Volevo essere luce) e in prosa (Oltre il confine), si riconferma “buona penna” con il romanzo presente. Diciamolo subito e senza tema di smentita: è una storia che si legge d’un fiato e coinvolge amabilmente il lettore che non se ne sa staccare e ama attardarsi qua e là su espressioni che suonano desuete, su termini del parlare popolare, su significanze multiple, godendo la forza e la determinazione della corretta scrittura che risulta convincente, accattivante, rapida nella comunicazione, ad impatto immediato con tocchi di modernità che non contrastano il mondo antico che racconta. Va da sè che la storia, con i suoi tanti risvolti, coi limiti intrinseci di una società ancorata a modi di vita al limite della primordialità, con qualche brandello di sogno, con il rispetto rigoroso delle tradizioni, e con elementi, non detti apertamente ma impliciti, di prospettiva futura, consegnati a talune possibilità di aperture che traspaiono, grazie alla maestria dell’autore nel raccontare, mantenendo la giusta distanza e restituiscono, a tutto tondo, un mondo che non è più e che risulta concreto e sognante al tempo stesso, statico e come fermo, eppure a tratti in qualche modo visionario. Appare, abbastanza chiaramente, che tutta la storia è stata rimuginata a lungo, scritta e riscritta più volte nella mente dell’autore, lasciata, a tratti e per periodi anche lunghi, quasi a decantare per farsi, via via, limpida e per consegnarsi al pubblico solo alla fine del ripensato e rimodulato percorso, depurata di elementi se non inutili certamente superflui o non propriamente significativi, avendo Enzo Mori cura di selezionare fatti e situazioni, di ordinarli, scomporli e riordinarli, ponendosi dalla parte del lettore, e di proporli con un linguaggio vicino al mondo raccontato, gradevolissimo, pulito, aderente alla situazione contestuale, misurato in ogni riferimento, rigoroso, cristallino. Si respira, scorrendo le pagine del libro, una sorta di atmosfera da saga familiare dal momento che la storia copre un arco di tempo lungo con il passaggio generazionale obbligato e si attarda nella descrizione di vicende che coinvolgono sentimenti, fenomeni strani, cambio di situazioni ambientali, vicinanza ad atmosfere speciali, a valorialità radicate e profonde, a mutamenti che coinvolgono e sconvolgono, conservando il linguaggio sempre alta la tensione emotiva, senza che mai l’autore si lasci distrarre. Egli si tiene prudentemente sempre a distanza quasi narratore onnisciente, distaccato ma non freddo, capace di coniugare la condizione eterodiegetica con quella omodiegetica in una sorta di ricerca del tempo andato e, per certi versi, perduto. Oltre al dato generazionale e al periodo storico sociale, evocati con brevi tasselli e senza mai adagiarsi su digressioni lunghe, si può cogliere, e facilmente, una sorta di assetto corale dei fatti che davvero finiscono per coinvolgere tutta la comunità che si raccoglie intorno al Casone, dopo aver lasciato il luogo di origine, ossia la zona di San Nicola, alla ricerca di terre da lavorare, trattandosi di gruppo contadino, e di spazi boscosi per poter andare a caccia e godere delle vaste e variegate estensioni terriere. Si tratta di un’immersione totale nel mondo agreste, ad opera di poche famiglie, aviglianesi per lingua dialettale e cultura, che, quasi a perpetrare la cosiddetta diaspora, vanno prima nella località infelice di Macchia Silvana e poi nella terra promessa, “il Casone”, in agro di Brindisi di Montagna, il villaggio affacciato sulla valle del Basento a costituire un nucleo a sé stante, ben radicato e chiuso quasi gelosamente, lontano e isolato dal comune di appartenenza e senza “una strada vera e propria”. E ancora chapeau! L’ancoraggio al passato domina tutto il romanzo e costituisce una sorta di filo di Arianna per Mori che si compiace di esaminare, con puntualità e attenzione, sia la condizione generale, fatta di sacrifici, di dura lotta per la sopravvivenza e di rinunce, di stati d’animo solo accennati o allusi, di forte senso della dignità consegnata a pochi elementi significativi, sia i particolari che fa emergere con precisione avendo sempre cura di non attardarsi in compiacimenti, pure possibili e tentatori, coniugandoli, in maniera egregia, con espressioni anche stringate, a tratti essenziali, votate sovente alla concretezza eppure chiaramente evocative. Non mancano velature di nostalgia delicate e leggere senza perdere mai di vista, come si accennava, il senso della vera e propria saga familiare con tanto attaccamento dei membri agli usi e ai costumi, al Casone, ad una ambientazione che richiama alla mente, in qualche modo e pur nella diversità spazio- temporale, la fascinosa e sognante “Macondo” raccontata in “Cent’anni di solitudine”, tanto cara a Gabriel Garcìa Marquez. E, ovviamente, ci limitamo solo ad una citazione ma decisamente eccellente! Anche per questo, e giustamente, si intrecciano diversi piani narrativi che connotano i vari personaggi, presentati sempre con pochi tocchi, come solo lo scrittore di peso sa fare. E si tratta di attori che mutano e si evolvono, con convinzione o, a volte, quasi senza rendersene conto, in un contesto che sembra progredire continuamente, lentamente e a fatica, senza tradire mai lo spirito familiare, vivendo tutti insieme e di comune accordo, nel bene e nel male, le trasformazioni delle varie situazione e le evoluzioni inevitabili. Con la diversità dei piani narrativi e con le conquiste del progresso si intrecciano numerosi temi sui quali aleggia pesantemente quello della morte che coglie, pressocché all’improvviso, il capostipite Peppe, ossia Giuseppe Lacerenza, detto r Pulice perché era piccolo e vivace come una pulce che, onesto e dignitoso sempre, si era dato, tardi, intorno ai settant’anni, al vino ed era passato, dopo una memorabile “bevuta”, a miglior vita la vigilia di Natale. Il testimone passa così al figlio Agostino che decide di portare il morto al cimitero di Potenza e si impegna, dopo aver legato con forza la salma sul dorso di Anita, l’asina di famiglia, come sempre docile e paziente, nell’impegnativo e faticoso trasporto che risulterà assai disagevole e problematico. Il viaggio, fino al fiume Basento, con al seguito la cagna dal vezzoso nome, è raccontato con perizia di particolari e con finezza linguistica e vengono messi in bella evidenza certi inspiegabili eppure comprensibili sensi di colpa che pesano sul cuore del giovane e danno origine a pensieri tristi per la perdita preziosa del genitore. Segue una serie di situazioni ben determinate, precise e decise, all‘ingresso dell’antico borgo di san Rocco: la legatura di Anita a un anello di pietra sul muro ,  la ricerca dell’amico “Mast Pietr”, la comparsa improvvisa della sentenziosa zingara con il suo avvicinamento alla bestia e con l’ammonizione a far benedire il carico “ché i nodi sono assai e le lacrime so’ ancora poche”, l’arrivo liberatorio del maniscalco amico, con il saluto fatto di poche essenziali parole; la silenziosa, pietosa operazione di trasporto della salma nella bottega; il pianto del giovane e le esclamazioni costernate dinanzi ai segni evidenti lasciati dalle funi sui polsi, e non solo, del padre: Tatt mij, che t’aggio fatt… t’aggia accis roi vot”. E ancora l’incontro con il custode tutto fare e con il medico legale dottor Galasso che, preoccupato di fare in fretta per non essere in ritardo al pranzo dal Prefetto, parla del morto come di un cliente e a chi lo saluta risponde con la significativa e sbrigativa frase: “Basta che facciamo alla mbressa”, prima di concedersi la altrettanto efficace esclamazione di stupore e di costernazione alla vista di chiazze ecchimotiche sull’addome e di profondi solchi eritematosi ai polsi, sulle braccia, alle caviglie e anche sul collo: “Oh cazzo! Qui c’è materia penale. Questa non è una morte naturale!. E non andiamo oltre, non sveliamo altri particolari per non togliere al lettore il piacere di scoprirli e di gustarli. La vita riprende con le consuete ordinarietà e qualche minimo svago legato per lo più alle passeggiate nei boschi a caccia delle lepri condannate ad essere sempre in fuga. E proprio una battuta di caccia sarà fatale per il protagonista. Sono in quattro: Agostino, il suo cane Saietta, Francesco e Leonardo. Scrive l’autore: “Agostino, da vero stratega, dispose il posto di ognuno”. Quindi si sentono sparare due colpi e risulta vana la ricerca di Leonardo, sparito nel nulla. Succede di tutto, intervengono le forze dell’ordine e Agostino viene tradotto in prigione e condannato, senza vere e proprie prove, dalla presunta evidenza dei fatti. Ovviamente allignano le male lingue, si moltiplicano i sospetti, si mormorano le accuse, si ricercano atteggiamenti e comportamenti non propriamente positivi nei confronti della famiglia Lacerenza, si mette in croce un uomo innocente. L’unico a conoscere la verità è il cane Saietta che però non ha diritto di parola e la deve tenere nascosta con grande sofferenza. Tutti si autoconvincono della colpevolezza di Agostino: tutti tranne il figlio Salvatore che non sa darsi pace. Si apre un altro spaccato e dopo qualche anno comincia a venire fuori una sorta di verità che deve essere comprovata e che consente al protagonista di uscire dal carcere e di rientrare in famiglia ma ci vuole ben altro per la reintegrazione. E così che Agostino, figlio di Peppe e padre di Salvatore, fa fatica a reinserirsi nel contesto familiare e sociale, sente forte la perdita del ruolo di guida e soffre le privazioni che derivano dal tragico errore della giustizia. Il sospetto gli resta attaccato addosso come macchia infamante e come una fatalità imposta dal destino. L’uomo, che un tempo era sicuro di sè, capace di cavarsela nelle situazioni più diverse, deciso e rigoroso, ora, dopo la vergogna della ingiusta prigione, non sa o non vuole prendere in mano la sua vita e sopravvive, con fatica, in una sorta di condizione di isolamento e di estraneità, di apatia che neanche gli affetti familiari riescono a colmare o almeno a lenire. Impossibilitato, per divieto, ad andare a caccia, passione antica e radicata, privato anche soltanto del piacere in portare in spalla il fucile, si sente quasi un uomo finito e ne soffre finanche il fedele cane da caccia e soprattutto il silenzioso e rimuginante figlio Salvatore che davvero non si dà pace, convinto com’è che il padre non poteva aver ucciso. Agostino si aggira intorno al “Casone” e vive una sorta di vago bisogno inappagato di uscire fuori da un mondo di solitudine nel quale si viene a trovare, circondato da persone che non dialogano, non gli danno credito, almeno così sembra al protagonista, non lo considerano, hanno dimenticato del tutto l’uomo irreprensibile, lavoratore, onesto, che era prima della prigionia. E la solitudine, che secondo una dichiarazione di Zimmermann rende invulnerabili i forti ma infiacchisce i deboli, finisce per annientare l’uomo che, senza troppi soliloqui, cede del tutto, dopo un tiepidissimo e vago tentativo di avvicinarsi una notte alla moglie: “Gli era preso uno strano capriccio dopo un’astinenza pluriennale. Posò la mano callosa sulla pancia della donna senza muovere un dito perché non sapeva cos’era una carezza, attendendo che fosse il desiderio a guidarlo. E la moglie, volutamente o forse involontariamente, chissà?, si gira dall’altra parte e si addormenta“. E c’è ancora un segnale inequivocabile: in altra occasione, Agostino partecipa a una festa da ballo e prova a danzare con la moglie la quale, per i suoi passi sbagliati, lo deride ammiccando alle figlie. La donna fa di più e, qualche attimo dopo, lascia la stanza per seguire nel sentiero un uomo che regge una ciarla d’alluminio. Si tratta di una mazzata terribile per il protagonista che capisce che il corpo della sua donna cercava altrove esultanza. La conclusione non può essere che quella catastrofica che affidiamo ancora alle parole che l’autore mette in bocca al fedele Saietta: “Si sedette sul ciglio e respirò fino in fondo. Capi’ che l’orrore più grande era davanti ai suoi occhi e stava per compiersi. Buttar giù la testa. E nel tuffo toccò quel poco di sabbia ferma sul fondo. E non si mosse.” E la storia si chiude con il passaggio del testimone a Salvatore, che ha solo vent’anni, e con un apparente ritorno della pace o almeno di una certa quiete, con il proposito fermo di far emergere la verità, con la speranza o l’illusione di “qualcosa di nuovo sotto il sole” per dirla con la voce del poeta. E si potrebbe ancora dire tanto e magari cambiando registro di scrittura o preferendo altri punti di osservazione oppure sottolineando modi di dire (Uno su tutti: Lu cerviedd è ‘na sfoglia r cipodda, valorizzando termini dialettali a contrassegnare il senso di appartenenza e non solo (accio, peperoni cruschi, sponzare, iascariedd, tatt, arsuma, fieto, puann russ, a tuaglia, puuntidd), ricorrendo a soprannomi che sottendono storie (Peppe r Pulice, capostipite o Giuseppe Sabia detto Tallin). Si potrebbe parlare a lungo del fenomeno della caccia e dell’intelligenza degli animali e soprattutto del cane nel saper scovare la selvaggina, del suo attaccamento al padrone, della fedeltà assoluta ed indiscussa, della capacità di raccontare con modalità e sentimenti fortemente umanizzati, se solo fosse dotato della parola. E di altro ancora si potrebbe dire, ma lo rimandiamo a un’altra volta. Congratulazioni ed auguri, Mario.