di IDA LEONE

Quando si arriva negli Stati Uniti sembra di sapere gia’ tutto, e di esserci gia’ stati. Questa curiosa sensazione dipende dalla enorme quantita’ di telefilm americani di cui si e’ nutrita la nostra adolescenza, e oltre: sitcom, polizieschi, storie di medici e di ospedali. Ora per esempio sono seduta al vero bancone di un vero bar americano, e, come in Grey’s Anatomy o in Cheers, ho ordinato una birra al giovane cameriere con maglietta del locale, e mi basterebbe un cenno per farmene versare un’altra. Come del resto hanno fatto le due ragazze sedute poco oltre me, che forse avrebbero dovuto fermarsi un paio di birre fa: chiacchierano a voce troppo alta e anche se non afferro tutta la conversazione e’ evidente che stanno civettando un po’ col cameriere. In questo paese ricco di contraddizioni, il rapporto con l’alcool e’ una delle piu’ evidenti. Le due signorine di cui sopra, che hanno all’incirca 30 anni, possono bere fino a sentirsi male senza che nessuno intervenga; al supermercato, le cassiere minorenni (sotto i 21 anni) non possono neppure TOCCARE una bottiglia di vino acquistata da un cliente: devono chiamare una collega sopra i 21 anni, e farlo fare a lei.

Anche il rapporto con i concetti di caldo / freddo e’ singolare. Gli americani non temono di alterare pesantemente il corso naturale delle stagioni, per cio’ che riguarda la temperatura dei locali chiusi, pubblici o privati che siano: in estate, quando fuori ci sono 35 gradi e l’80% di umidita’, l’aria condizionata e’ ovunque a palla, e non e’ inusuale che nei supermercati o al cinema si entri con un golfino di felpa per coprirsi braccia e spalle. In inverno, quando fuori c’e’ la neve e -20 gradi, e’ il riscaldamento ad essere a palla e negli uffici si puo’ girare a maniche corte o quasi. Ovviamente queste botte caldo-freddo (in estate quando entri geli, quando esci l’ondata di afa ti colpisce come una mazza) fanno malissimo, almeno a me, e non di rado sono raffreddata in pieno luglio, in vacanza.

La birra, dicevamo. Saint Louis e’ la citta’ nella quale si produce la Budweiser, un brand internazionale che si trova facilmente anche in Italia, nei supermercati. Sull’onda lunga del successo della famiglia Anheuser-Busch (di evidente origine tedesca, come il -weiser del nome) ed in nome della sacrosanta iniziativa privata, da una quindicina di anni si sono aperte in citta’ molte birrerie artigianali, che producono ottime varieta’ di prodotto, il cui brand al momento e’ ristretto alla sola citta’ di St. Louis (il che ai miei occhi le rende ancora piu’ preziose): Shlafly, Urban Chestnut, 4 Hands Brewing Co, e molte altre. Ognuna di queste birrerie ha un vasto locale degustazione, e il bicchiere di birra puo’ essere accompagnato da cibo fast, tipo hamburger e patatine, hummus con cracker al curry, alette di pollo fritte. Una delizia, me le sono girate tutte e ci avrei piantato una tenda, in ognuna di esse.

Del resto anche in una citta’ di medie dimensioni, forse per il massiccio arrivo di immigrati da ogni parte del mondo, l’offerta culinaria e’ vastissima. In manco due settimane, avro’ girato tutto il mondo, quanto a cibo: ho mangiato vietnamita, greco, indiano, turco, thailandese, e ovviamente americano: un eccezionale barbecue di costine di maiale e pulled pork con i fagioli, e classici hamburger con patatine e anelli di cipolla fritti, ma in locali artigianali, per cosi’ dire, non nell’omologatissimo McDonald. Una multietnicita’ antica, e quindi super integrata: occorre venire qui per capirlo, e capire quanto stupide siano le chiusure di alcuni pezzi di Europa, Italia compresa.